mercoledì 13 novembre 2024

L’intelligenza artificiale. Cui prodest?

di Leonardo Conti (conti.leonardo@hotmail.it)

Devo premettere che non sono del tutto contrario all’intelligenza artificiale. Avere dei computer che prendono decisioni da soli potrebbe essere utile. Nello specifico potremmo aver bisogno di qualcuno che prende le decisioni in nostra vece quando siamo assenti od occupati a fare altro, impossibilitati ad agire oppure quando la situazione è talmente ingarbugliata che ci troviamo in un tale ginepraio che, come si suol dire, “come fai sbagli”.
 
AI
Potremmo immaginare molti campi di applicazione, ma lascio al lettore immaginare gli utilizzi possibili. Io penso che sfruttare l’intelligenza artificiale così come utilizziamo altre macchine (per esempio un auto o un telefono), vale a dire per aiutarci nei nostri compiti quotidiani e anche, perché no?, per i nostri svaghi, sia una cosa utile. Semplicemente sono quelli gli scopi, come di tutte le nostre invenzioni, dal fuoco in poi.

venerdì 1 marzo 2024

La forma odierna del potere

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

 La forma odierna del potere – Discussione con i filosofi Francescomaria Tedesco e Federico Sollazzo


sabato 16 dicembre 2023

Tutto scorre, nulla si crea, nulla si distrugge… a parte una cosa!

di Leonardo Conti (conti.leonardo@hotmail.it) 

Sai cos'è un piumino?

Una trapunta.

Una coperta, solo una coperta. Perché due come te e me sanno cos'è un piumino? È essenziale alla nostra sopravvivenza nel senso cacciatore-raccoglitore? No, allora cosa siamo?

Siamo... Che so? Siamo consumatori? 

Prendo in prestito un breve dialogo di un film che molti di voi avranno visto, vale a dire Fight Club (regia di David Fincher, 1999), non perché mi importi molto di cosa sia un piumino o di come sopravvivano i cacciatori-raccoglitori.
Semplicemente, perché c’è una domanda.
Una domanda fondamentale: “allora cosa siamo?”.
E l’interlocutore risponde: “siamo consumatori?”
Esatto.
Anzi noi non siamo “consumatori”, siamo “sprecatori”, passatemi il neologismo.
La natura, vale a dire l’ambiente in cui siamo immersi, ammette la consumazione e, seppur più a fatica, anche lo spreco.
Il fiume, scorrendo su una pietra, consuma la roccia e deposita il minerale a valle. Quel minerale, mescolato ad altri elementi, aiuterà una pianta a crescere, la pianta verrà mangiata da un erbivoro, ecc. Oppure trascina una foglia, la foglia viene aggredita da batteri e funghi, si decompone e otteniamo gli elementi di cui è composta e arriva il solito erbivoro.
Sto dicendo un’ovvietà, vero?
Nel V secolo a.C. un filosofo di nome Eraclito diceva “panta rhei”, tutto scorre[1]. Pare perfetto per il discorso fatto poc’anzi.

Sulla base di questo concetto, nel 1700 il grande chimico e biologo francese Antoine-Laurent de Lavoisier, formulò questa legge di natura: “Tutto scorre, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”[2]. Ancora più perfetto.
Tutto si trasforma, diventa altro, diventa qualcosa che un essere vivente o un agente impiega. La terra d’altra parte è composta da materiali sminuzzati. E più i materiali sono vari, meglio è. Poco, pochissimo riesce a resistere al tempo.
Del resto noi abbiamo pochissimi resti dal passato del nostro pianeta.
Abbiamo fossili, è vero, ma la fossilizzazione è comunque una trasformazione: le sostanze organiche, ossa, denti, conchiglie, eccetera, vengono sostituite nei millenni da roccia.
Un osso fossile, nella stragrande maggioranza dei casi, non è un osso, ma una pietra che ha la forma di un osso. E la fossilizzazione è un fenomeno tutto sommato raro, si realizza perché gli agenti decompositori non fanno in tempo a scomporre il corpo. Anche i mammut congelati in Siberia sono altro dalla forma originaria, sono carne congelata, che andrà a male rapidamente, se non si prendono opportune precauzioni.
Se andiamo più in là con gli anni, non abbiamo molti resti del passato, della nostra antichità. Particolari condizioni, vedi, per fare qualche esempio, la secchezza del deserto egiziano o il risultato delle disastrose eruzioni del Vesuvio o il ghiaccio in una valle alpina, hanno preservato delicate sostanze organiche nel tempo. Ci vuole fortuna, o nel caso di manufatti umani restaurati (un libro o un dipinto, per esempio), impegno e perizia.
È il tempo, con la sua azione inesorabile, a macinare tutto, perfino le pietre. Perfino l’uranio, una delle sostanze più radioattive di tutte, decadrà e si trasformerà in innocuo piombo. Ci vorranno decine di migliaia di anni, d’accordo, ma succederà.
Tutto, o quasi.
Perché l’uomo, fra le sue invenzioni mirabolanti che facilitano (o in alcuni casi complicano) la sua vita di tutti i giorni, ha inventato un materiale praticamente eterno: LA PLASTICA.
Allora potremmo modificare i postulati di Eraclito e di Lavoisier in questo modo:
Tutto si trasforma, nulla si distrugge… tranne la plastica.
Quando fu inventata si gridò con ogni probabilità al miracolo: una sostanza, economica, leggera, resistente, igienica, eterna. L’ideale insomma.
Ma anche una sostanza che la natura non aveva previsto e che non riesce a smaltire.
Difatti, al giorno d’oggi siamo invasi dalla plastica.
Soprattutto dalla plastica usa e getta, un vero flagello.
La troviamo dovunque e non sappiamo che farcene. Affolla le nostre spiagge, i nostri prati, i nostri boschi.
Una sorta di isola gigantesca, la Pacific Trash Vortex, è costituita da rifiuti plastici accumulati dalle correnti marine. Si trova nell’Oceano Pacifico, è grande forse più della superficie di tutti gli Stati Uniti (circa 10 milioni di km quadrati), per un peso stimato di 100 milioni di tonnellate.
Un accumulo di rifiuti immane, inimmaginabile.
E non solo: la plastica ormai entra dappertutto. Sminuzzata la troviamo nella carne degli animali che mangiamo (inutile dire che probabilmente è anche nella nostra), nei ghiacci eterni sulle montagne o ai poli. Perfino negli abissi marini. Niente può sfuggire a questa invasione incontrollata.
E non sappiamo, ripeto, cosa farcene.
Perché il legno può essere bruciato, la ceramica sminuzzata, il vetro e i metalli rifusi e rimodellati. La plastica no. Possiamo bruciarla, ma, senza accorgimenti, diventa ancora più tossica. Possiamo in parte riciclarla ma non siamo in grado di ricreare lo stesso materiale di prima.
E continuiamo ad usarla: l’imballaggio per una banale bistecca che i nostri nonni, senza morirne, avvolgevano nella carta, è di plastica. Un sacchetto di frutta che prima era di carta adesso è di plastica. Una scatola di biscotti, una volta di latta, è ora di plastica. Un tubetto di dentifricio, una volta di alluminio, è di plastica. I piatti, i bicchieri, le posate sono di plastica.
Non abbiamo molti suppellettili, indumenti o imballaggi dei nostri nonni, tranne quello che, per caso o per volontà precisa, si è conservato.
I nostri nipoti, invece, avranno con ogni probabilità un sacco di oggetti che ci sono appartenuti.
È dovunque, ci avvolge, soffoca l’ambiente, è eterna. È un incubo per la natura.
Chi scrive, passeggiando per la campagna o i boschi, si riempie spesso le tasche di rifiuti plastici trovati qua e là, per gettarli correttamente nel cestino.
Quanti anni hanno? Da quanto tempo sono lì? Sembra da ieri, ma magari sono lì da decenni.
I nostri pro-pro-pro-pronipoti (se mai ce ne saranno) troveranno oggetti di plastica intatti e quasi perfettamente utilizzabili (magari dopo una ripulita).

sabato 21 ottobre 2023

Cosa è una vita estatica?

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Cosa è una vita estatica?
Un mondo che divide, e in maniera binaria e manichea, tra conoscenza scientifica e pseudoconoscenza, pone questa domanda in maniera sarcastica, derisoria o con sincera incomprensione di cosa stia chiedendo.
Se qualcuno potesse rispondere definendo cosa sia l'estasi sarebbe già al di fuori dall'estasi stessa, quindi cosa essa sia è irrispondibile così come indomandabile, la domanda e la risposta, infatti, possono tutt'al più riferirsi agli esiti e alle tracce dell'estatico, non certo all'estasi in quanto tale.
Una vita estatica è quindi una vita che sa che la propria cifra resta sempre altrove rispetto a se stessa, condizione questa di ogni vita, e che si pone in un conseguente atteggiamento di ascolto verso quell'altrove. Come?

venerdì 1 settembre 2023

Un parere?

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Recentemente mi è stato chiesto un parere di lettura su un testo di critica filosofica, ho accettato per il rapporto amichevole con l'autore, ma la cosa mi è pesata poiché non mi sento (più) adatto (ammesso che in passato lo fossi) a fornire pareri del genere, ovvero su testi in cui la critica filosofica è preponderante rispetto alla parte filosofica vera e propria, testi in cui la formulazione di una proposta filosofica è necessariamente basata su una precedente opera di critica. Sono ben consapevole che questa sia la tendenza accademica (e non) odierna (diventata dominante nell'ultimo secolo), dalla quale a volte si tenta di prendere le distanze dicendo cose eccentriche, di maniera, compiendo l'errore speculare uguale e contrario, e sono quindi ben consapevole di trovarmi in una posizione di minoranza.

Ad ogni modo, riporto qui di seguito l'estratto di alcune annotazioni contenute in quel mio parere, perché credo che indichino dei temi sui quali sia interessante riflettere.

I. Definirei bene i concetti ai quali ci si riferisce prima di iniziare a lavorarci ma attenzione, non tanto dicendo cosa quei termini abbiano rappresentato per Tizio e Caio, bensì cosa rappresentino per chi scrive, adesso, nell'economia del suo discorso.

venerdì 14 luglio 2023

Il Silenzio si fa Voce in molti modi

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)
 
Il Silenzio si fa Voce in molti modi.
Quella che segue è una parodia sullo stato attuale di quella che passa per cultura. Ma, come Pulcinella, scherzando si dice la verità.
Essenzialmente, quel che conta è che i personaggi sono venuti da me, non sono andato io da loro.
Proprio così come leggendo un'opera di vera filosofia (o di fronte ad un'altra qualsiasi opera d'arte), solo letteralmente, alfabeticamente, grammaticalmente si può andare dall'opera, ma essenzialmente è l'opera che, eventualmente, viene da noi; pertanto non chi la computa, ma solo chi ha la fortuna di essere scelto dall'opera stessa per il manifestarsi del suo senso, la comprende, e proprio per questo non può dirne qualcosa, ovvero può solo lasciare che appaia il nulla; al nulla ci si può solo girare intorno dicendo niente.
Quanto ai personaggi (che nella mia follia vorrei che mi venissero a visitare ancora) mi rendo conto ex post che non sono apparsi a caso.
Ve li presento brevemente, per come li ho conosciuti io; ovvero, appunto, giro attorno al nulla.
 
Rico Fede
Chiaramente mio alter ego. Diffusore culturale, perché oggi la cultura non la si divulga più (e già quella era una blasfemia), ma la si diffonde negli ambienti per renderli più gradevoli, come un profumatore spray.
 
Lesperto
Perché oggi non esistono più uomini di cultura, ma solo esperti di qualcosa. Non usa l'apostrofo perché oggi bisogna essere veloci e questa velocità gli impedisce anche di essere consapevole della sua ignoranza. È cool. A differenza dell'uomo d'arte, che dice il niente per lasciar apparire il nulla, lui non dice letteralmente niente, e anche quando dice qualcosa è come se letteralmente non avesse detto niente.
 
ILPUBBLICO
Massa uniforme e indistinta che si scrive quindi tutto in maiuscolo e senza spazio. Il soggetto per elevare il livello del quale il diffusore culturale fa da mediatore con lesperto, e il cui livello è, non contraddittoriamente e non paradossalmente ma coerentemente e consequenzialmente, proprio quello derivante dall'azione congiunta del diffusore e de lesperto: ipersemplificazione del niente con perdita di sensibilità nella percezione del nulla e conseguente decadimento di tutto.

mercoledì 21 giugno 2023

Et in Italia ego

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it)
 
Solo in questo nostro Paese di atei devoti e dai facili entusiasmi per i demagoghi di turno, credo, avrebbe potuto attecchire e prosperare un fenomeno come quello del berlusconismo, cioè di un misto di peronismo, populismo e cesarismo in salsa familistico-aziendale. Personalità indubbiamente carismatica e anche per questo divisiva, così in vita come in morte, Silvio Berlusconi è ancora oggetto di accese polemiche mediatiche: “Ha vinto lui” (La Verità); “La Repubblica del Banana” (il Fatto Quotidiano), come si vede si va da un estremo all’altro, dagli Osanna agli anatemi; dal Santo subito a Che l’inferno ti sia lieve; da Unto del Signore a Corruttore seriale, insomma Berlusconi è stato ed è a tutt’oggi una figura controversa dalla personalità multipla e trasmutabile in tutte le guise: segno d’immensa invidia / e di pietà profonda, / d’inestinguibil odio / e d’indomato amor.
 
 – Continua su Trucioli savonesi
 

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mercoledì 31 maggio 2023

Dare un senso alla vita può condurre a follia

di Leonardo Conti (conti.leonardo@hotmail.it)

Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme.

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, trad. di Fernanda Pivano, Einaudi, 1943.

Il senso della vita… una domanda vecchia come il mondo.
Nasciamo, cresciamo, ci riproduciamo, moriamo. La natura ci dice questo, gli esseri viventi, in soldoni, fanno così. Siamo esseri viventi anche noi, dopotutto.
Siamo anche esseri pensanti, altresì, e come tali, dobbiamo dare un senso alla vita. Ne sentiamo il bisogno.
Ma dare un senso alla vita, come dice la poesia citata, porta alla follia. Proprio perché non ha un senso, alla fine. Nascere e morire in continuazione, ogni giorno è così. Ogni giorno un uomo muore e un altro nasce, moltiplicato per gli otto miliardi che siamo, risultano centinaia di migliaia, forse milioni, di nascite e morti ogni volta che il Sole si leva.
Se uno ha la fortuna, di non avere incidenti, di essere in salute, di nascere ed abitare in un Paese ricco e in pace, vive a lungo e bene. Altrimenti no. È un senso questo? Apparentemente no: nel caso, nella fortuna, che è notoriamente cieca, non c’è un senso.
Ma un senso dobbiamo darglielo, dobbiamo vivere. Ci dobbiamo buttare nell’avventura dell’esistenza.
Come in tutti gli animali, il rischio che qualcosa vada storto c’è, ma, dal momento che siamo sulla Terra, dobbiamo vivere.
Siamo navi, come dice la frase citata, navi pronte per prendere il largo. Nel mare aperto ci potrebbe essere una tempesta, potremmo finire le scorte alimentari, prendere uno scoglio, scontrarci con altre navi o con una balena bianca, come Moby Dick.

domenica 30 aprile 2023

Mi sono fatto male oggi, per vedere se ho ancora sensazioni

di Leonardo Conti (conti.leonardo@hotmail.it)

I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that's real

Mi sono fatto del male oggi
Per vedere ho ancora sensazioni
Mi concentro sul dolore
L'unica cosa che è vera

Dalla canzone Hurt degli Nine Inch Miles (1995) da cui Johnny Cash ha tratto una cover nel 2002.
 
Cosa vogliono dire queste parole? Apparentemente parlano di autolesionismo, un qualcuno che si fa male un po’ per gioco. Più in là nel brano si parla di un ago, di un buco. Parlerà di droga, come molte altre canzoni.

mercoledì 1 marzo 2023

Fino al sublime. Testimoni di ciò che si testimonia da sé

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Si pubblica di seguito il video dell'intervento tenuto di Federico Sollazzo al convegno "Testimonianza e testimoni", tenutosi online nel giugno 2022, intitolato Fino al sublime. Testimoni di ciò che si testimonia da sé.)

martedì 28 febbraio 2023

Vorrei conoscere i loro sogni fra i fiori

di Leonardo Conti (conti.leonardo@hotmail.it)

L’amica Elena Garelli, che ringrazio, ha suggerito su mia richiesta una frase su cui riflettere:

Vorrei conoscere i loro sogni fra i fiori!
Però purtroppo le farfalle non hanno voce.
(Anonimo Giapponese)

Il simbolo della farfalla richiama inevitabilmente la vita e i suoi passaggi. Da uovo a bruco, da bruco a crisalide e infine a farfalla.
La farfalla è dunque un essere adulto, intento a volare di fiore in fiore, frenetico, il suo ciclo vitale.
Quali sogni ha?

martedì 31 gennaio 2023

Uccidere in nome di Dio

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it) 

E’ mai possibile morire a ventidue anni per una ciocca di neri capelli sfuggita al suo hijàb (il velo islamico)? Sì, è possibile; è proprio quello che è avvenuto a Mahsa Amini, la giovane curda presa in custodia (?) dalla polizia morale dello Stato teocratico di Teheran, il 16 settembre scorso e deceduta in carcere in seguito alle bastonature inflittele dalla suddetta polizia. Polizia morale? E che cosa fa? Vigila sulla moralità degli iraniani? E’ una specie di squadra del buon costume governativa con facoltà di arrestare e uccidere? Più precisamente, si tratta di un corpo delle forze dell’ordine di quella Repubblica islamica istituito nel 2005 con il compito di controllare e, se necessario,  arrestare le persone che trasgrediscono il codice che regola il modo di vestire delle donne, obbligate a coprirsi i capelli con un hijab e indossare abiti lunghi che nascondano tutto il loro corpo.

venerdì 30 dicembre 2022

“Della realtà. Fini della filosofia”: un addio alla realtà?

di Luca Greco (fattiefabulae@gmail.com)

“Della realtà. Fini della filosofia” è un saggio che delinea il percorso di conoscenza del filosofo torinese Gianni Vattimo. Attraverso la riflessione sul pensiero di Heidegger vengono documentate le trasformazioni della società contemporanea. È una critica al “nuovo realismo”.

Luca Greco – Questo libro (edito da Garzanti), come scrive Vattimo sin dalle prime pagine introduttive, rappresenta il luogo di una riflessione cominciata all’inizio degli anni Ottanta con le prime enunciazioni del “pensiero debole”. Si tratta di un lavoro di riflessione intorno al tema della dissoluzione dell’oggettività o della realtà stessa tutt’altro che sistematico: i risultati raggiunti sono “solo delle tappe e non delle vere summae”.

– Continua su FattieFabulae 

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mercoledì 30 novembre 2022

Guerra mediatica e guerra globale nell'epoca della postverità

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it)

(Si pubblica di seguito l'intervento tenuto da Fulvio Sguerso al convegno "Testimonianza e testimoni", tenutosi on line nel giugno 2022.) 

Se anche in tempo di (relativa) pace le tecniche della manipolazione psicologica e della propaganda vengono continuamente e impunemente adoperate nell’agone politico, e non solo – basti pensare all’impiego delle tecniche di persuasione in campo giudiziario, commerciale e aziendale e all’importanza che aveva l’arte retorica, cioè del persuadere indipendentemente dal giusto o dall’ingiusto, per i  sofisti nella Grecia del V secolo – si può ben comprendere la verità dello slogan (mi si passi il bisticcio): “La prima vittima di ogni guerra è la verità”. Questo slogan, coniato da Eschilo e riproposto dal senatore statunitense Hiram Johnson nel 1917, dà comunque per certo che una verità esista e che la verità prevalga in tempo di pace. Ma è proprio questo il problema: esiste una sola verità o ne esistono molte, anzi: una, nessuna e centomila come nel romanzo di Pirandello? Il quale sembra ispirarsi al sofista Protagora, secondo cui tutto dipende dal parere di ciascuno: “Come sembra a me, tale  è per me e come sembra a te, tale è per te” (cfr. Così è, se vi pare). Per l’autore dei Lògoi kataballontes  “di tutte le cose è misura l’uomo, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono”; siamo qui in presenza di un relativismo e soggettivismo assoluti: la realtà in sé è inconoscibile, ma ognuno, nella varietà e molteplicità dei suoi stati sensoriali e mentali, determina l’essenza delle cose. Ne deriva che nessuno può affermare il falso, dal momento che quello che sembra a ciascuno nel  qui e nell’ora è certo; ne consegue anche che qualsiasi argomento può essere considerato da due punti di vista contrapposti ma entrambi veri: “La materia è fluttuante, e fluendo essa ininterrottamente si verificano aggiunte al posto delle perdite e le sensazioni mutano e variano secondo l’età e secondo le costituzioni del corpo di ciascuno”. Sembra di leggere Nietzsche; per il quale, come è noto, non ci sono fatti ma solo interpretazioni, che è l’assioma su cui si basa il cosiddetto “pensiero debole” postmoderno di Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti. 

lunedì 31 ottobre 2022

Filosofia salvavita

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it)

E’ il titolo del libro postumo del filosofo Giorgio Girard, edito a cura dei figli Cristina e Claudio che, come spiegano in una nota in esergo: “Abbiamo voluto rispettare il desiderio di nostro padre, espresso durante la sua malattia, di pubblicare questo ultimo suo lavoro. Giorgio Girard ha lavorato a questo libro fino  alla fine dei suoi giorni con impegno e ricerca costante. Nel pubblicarlo vogliamo onorare la sua memoria di intellettuale e studioso, nella speranza che il suo pensiero possa rimanere vivo in chi lo ha seguito e nei suoi lettori”. Il sottotitolo che, come il titolo, ha come sfondo un acquerello di Cristina Girard che raffigura una specie di iceberg che si erge sulla linea dell’orizzonte di una terra desolata dove si scorge l’ombra minuscola di uomo in cammino non si sa verso quale meta, ci dice su quali grandi temi vertono le ultime riflessioni di Giorgio Girard: Eterno tempo e diari dell’anima. Come specifica egli stesso nella Prefazione: “Il titolo di questo libro richiede fin da subito di uscire da una considerazione normale delle cose di questo mondo che tutti abitiamo, per ‘aggredire’ il tempo e l’eterno nel quadro di quanto possiamo chiamare metafisica”. Come dire che questo è un libro per chi ha una formazione filosofica, non, ad esempio, per chi crede che la realtà corrisponda a quello che percepiamo con i nostri sensi, cioè per chi non esce dal senso comune e non si interroga sulla validità dei propri pensieri e delle proprie credenze “non interrogate”, insomma per chi è fermo allo stadio del cosiddetto “realismo ingenuo”. Precisa ancora Girard: “Il termine ‘metafisica’ ha a che fare con l’ordine e la distinzione che ogni ordine comporta, e dunque un Due (giusto/sbagliato ecc.) che assesta i giudizi e le regole. Tuttavia, per capire bene il titolo occorre spiegarci la metafisica secondo la versione che le è più propria, cioè quella di un andar oltre, di un entrare nella considerazione di quanto è al di là della ‘fusis’, cioè di tutto il ‘naturale’ che ci si offre alla vista, o appunto di tutto quanto è per noi vita e mondo offertoci nella sua più piena e scontata visibilità”.


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mercoledì 28 settembre 2022

Anagramma di guerra

di Fulvio Baldoino (baldoinofulvio@gmail.com)

"Guerra è sempre", – rispose memorabilmente Mordo Nahum". 
Una sentenza che è la smentita di un'illusione. Mordo Nahum, il greco de La tregua, il romanzo-memoria di Primo Levi che ha il ruolo di io narrante nel viaggio che lo riporta a casa da Auschwitz, la cala come una sciabolata dall'alto della sua cinica e sincera filosofia della sopravvivenza, di constatare le cose e gli eventi ed adattarsi al mondo guardandolo per quello che è, che è sempre stato.
Si finge di non saperlo, per potersi dare una giustificazione, perché diversamente si dovrebbe accettare la scomparsa dell'uomo e della storia. Cosa che, a quanto pare, sembra un prezzo troppo alto da pagare alla verità. 

mercoledì 24 agosto 2022

Note in margine a "Si dissolva l'opaco" di Roberto Masi, Ensemble, 2022

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it)

Una chiave interpretativa di questa prima silloge di testi poetici in versi e in prosa di Roberto Masi – appartenente, annota Daniela Matronola nel suo puntuale commento, a quel genere di composizione poetica tardoantica definito “prosimetro”, come ad esempio il De consolatione Philosophiae di Severino Boezio, presa a modello da Dante per la sua Vita nova e per il suo Convivio; nei tempi moderni la ritroviamo, in parte, nell’opera di Arthur Rimbaud Une saison en enfer e, nel Novecento, nei Canti orfici di Dino Campana  la fornisce l’autore stesso, a me pare, all’inizio del suo saggio breve Cosmo – Agonia dell’Essere. Trascendenza come relazione tra Enti, in cui delinea la sua visione onto-cosmologica ed esistenziale del Limite spaziotemporale di un universo che, o è sempre stato e sempre sarà; oppure, come una volta è nato uscendo dal nulla, un’altra volta può (deve?) tornare al nulla,esattamente come la vita di ciascuno di noi, ed è questo il motivo dell’angoscia che ci coglie quando pensiamo alla morte; visione delineata, ovviamente, entro il Limite connaturato al nostro umano linguaggio. Ma ascoltiamo l’autore: “Mi trovo al tavolino di un bar di Firenze con un amico scrittore, l’entomologo Tommaso Lisa, e mentre osserviamo scendere dal cielo una fine pioggerella primaverile, per ragioni che ci sovrastano veniamo raggiunti da un prolasso di malinconia: dubbi, stanchezza, timori. Nell’ultimo periodo ho meditato spesso sulla mole d’informazioni che mettono a dura prova la nostra r-esistenza; dovremmo ritrovare la comunione con la natura che ci circonda: i suoni della terra, gli odori,  i movimenti della vita fatti ostaggio dai marchingegni dell’ Homo Faber. Tuttavia, Tommaso mi ha fatto riflettere sulla necessità che tutto debba fluire attraverso di noi, e non soltanto il gorgogliare di limpide acque, o il volo incerto d’un coleottero scampato alla rete del naturalista, ma anche il rumore del traffico cittadino, il suono di una sirena, il tintinnare del cucchiaino nella tazzina davanti a me, sul cui fondale residua un grumo di zucchero rappreso. Liquida armonia tra le cose dunque, allacciate da una fitta rete indimostrabile, per ritrovarci come uomini tra gli oggetti, come natura e stratagemma che non si sovrastano l’un l’altro ma si rintracciano per riconoscersi parte di un disordine armonioso. L’uomo è forse un ossimoro quando non si cataloga?”. 

giovedì 28 luglio 2022

Uno strano concetto di razionalità

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it)

Siamo sicuri che la definizione aristotelica dell’uomo come animale, oltre che politico anche e soprattutto, per la qualità che lo distingue dalle bestie, “razionale” (zòon lògon èchon) cioè dotato di “logos” inteso sia come parola sia come ragione, possa rispecchiare l’effettiva realtà della condizione umana, oggi? Che cosa prevale nell’anima dell’umanità odierna? La ragione o l’istinto? La razionalità o il desiderio? La paura o la speranza? La volontà di potenza o la pietà per chi soffre, quindi anche per sé stessa? La fede o l’incredulità? La fiducia o lo scetticismo? La scienza o la superstizione (per non parlare del pensiero magico-infantile)? Queste domande sempre attuali se le era già poste il filosofo ebreo-olandese Baruch Spinoza nel secolo della rivoluzione scientifica ma anche delle guerre di religione. 

domenica 12 giugno 2022

Fino al sublime

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Il 19 giugno alle ore 11.30 nell'ambito del convegno online
"Testimonianza e testimoni. Memoria, presenza e testimonianza tra passato e presente" 
Federico Sollazzo terrà un intervento (ca. 20 min.) dal titolo 
Fino al sublime. Testimoni di ciò che si testimonia da sé

Per seguire la diretta in streaming, utilizzare i seguenti link




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martedì 24 maggio 2022

Alcune note su una poesia di Pascoli: "Lavandare"

di Fulvio Baldoino (baldoinofulvio@gmail.com)

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l'aratro in mezzo alla maggese.

Se si cerca di sviluppare un discorso in cui i simboli indichino chiaramente in corrispondenza biunivoca di cosa sono simboli, si è imboccata la strada sbagliata. 
Con Pascoli è così. Ti affida il compito di adattarlo. 
Pierre-Auguste Renoir, "Le lavandaie", 1888 ca.
Intanto, se non ci riesci, sa che i suoi versi lineari, semplici, evocativi, le maestre continueranno ad assegnarli da mandare a memoria agli scolari per la loro concreta, immediata semplicità. 
Capire a fondo questo madrigale esige realizzare che le corrispondenze sono transitive e polivalenti. 
Cioè se A è uguale a B, e B è uguale a C, anche A è uguale a C... ma qualche volta no. 
Cosa quest'ultima che per un verso conferma e per l'altro nega la interpretazione logica del simbolo, e lo inserisce in un travaso onirico. 
La poesia, un po' come tutte le altre della raccolta Myricae, si presenta nei termini di un quadretto agreste, un videoclip  apparentemente solo descrittivo che con il sapiente richiamo visivo della prima strofa e uditivo della seconda, sa creare nella terza la tonalità emotiva di un haiku pervaso di malinconia.
Tra una parte del campo, nera perché ne sono già state rivoltate le zolle, e una parte grigia, non ancora lavorata, sta un aratro, fermo dacché i buoi non ci sono più.
Il caldo della terra rovesciata dal versoio, a contatto dell'aria fredda crea una leggera nebbia che ci rivela il quadro temporale in cui viene inserito questo retablo: l'autunno.
Perché i buoi non hanno concluso l'aratura? È loro la colpa o del contadino che ha smesso di pungolarli e li ha liberati dal giogo?