lunedì 29 marzo 2021

Un'indagine filosofica sul mondo attuale

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it; III di 4)

(QUI la prima parte)

(QUI la seconda parte)

Una via d’uscita, se non proprio di salvezza, dal senso di smarrimento e spaesamento derivato dalla perdita delle certezze che si basavano su un «mondo gerarchizzato o quantomeno incanalato e contenuto in risposte già previste entro un’ideologia di sostentamento, meno recentemente soprattutto religiosa, in tempi più vicini a noi forse primariamente laica: dalla credenza in un Dio salvifico a quella nella rivoluzione» consiste nel salto, o passaggio epocale, dal paradigma metafisico, cartesiano, dualistico e monoteistico basato sull’ aut-aut a quello spinoziano e leibniziano basato sull’ et-et che non divide, non contrappone, non mette gli enti uno contro l’altro ma li unisce, senza annullarli, nel Logos che tutto comprende e abbraccia. Il mondo della logica duale di ieri «non permetteva di scorgere la differenza tra logos e logica, cioè la differenza definita da quanto esorbita oltre il principio di non contraddizione, oltre, potremmo dire, la fisica newtoniana come paradigma di una scienza classicamente concepita»

mercoledì 17 febbraio 2021

Un'indagine filosofica sul mondo attuale

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it; II di 4)

(QUI la prima parte)

Noi diciamo ancora guerra, ma la guerra di oggi non è più quella di ieri, quando «Nel paradigma binario il nemico era, di massima, magari successivamente variato, ma poi assestato, sempre di fronte e ben percepibile»: di qua noi, di là loro; di qua gli amici, i compagni, i fratelli, di là i nemici; di qua dal fiume la nostra madrepatria, di là la loro: due (o più) patrie, due (o più) nazioni, due (o più) popoli, due (o più) Stati, con i rispettivi eserciti,  le rispettive burocrazie, istituzioni, finanze, chiese, scuole, accademie, giornali… che si fronteggiano in armi… Quelli sì che erano bei tempi: non ci si poteva sbagliare  riguardo a dove stesse il nemico (però qualcuno già allora insinuava il sospetto che il nemico non fosse davanti ma dietro): «La guerra come espressione di Stati e confini e con i suoi vari corollari ideologicamente pregni d’idealità assolute, fondava la sua stessa esistenza su una sicura esistenza del nemico»; dal che si deduce che, nel malaugurato caso in cui non ci fosse, per la salvaguardia della nostra preziosa identità (nonché della nostra salute mentale) bisognerebbe inventarlo (cfr. Umberto Eco, La costruzione del nemico, Bompiani, 2011). Ma oggi, come si è visto, il nemico può materializzarsi ovunque, tanto che «come sede d’insicurezze sconvolgenti bastano le masse anonime di una partita di pallone. Soprattutto su un terreno di cultura di più di un miliardo di potenziali “credenti” cui attingere, e con un impianto ideologico monoteisticamente fondato... le possibilità di difesa scompaiono alla vista e si affidano ai lavori di copertura di servizi di “intelligence” cui un po’ fideisticamente affidarsi. Già questo dover contare sull’“invisibile” di un supporto non ben identificato accresce l’insicurezza dello sguardo al mondo da parte di ciascuno, “affratellato” nella paura e “solo” nel regime di un’imprevedibile possibilità di difesa». Oltre che, ovviamente, di offesa. 


In altri termini Girard ci vuol dire che il mondo attuale ha perso, anche a causa del terrorismo internazionale, le sue certezze, o meglio, le sue illusioni ireniche: altro che la fine della storia nel regime liberaldemocratico, oltre il quale,  secondo il politologo statunitense Francis Fukuyama, non ci sarebbe stato niente di meglio per l’uomo! Dopo la fine della guerra fredda e la caduta del muro di Berlino sembrò per un momento che potesse cominciare finalmente un’epoca di convivenza veramente pacifica tra i popoli della terra, ma l’illusione durò l’espace d’un matin: al vecchio ordine bipolare (peraltro basato sul cosiddetto “equilibrio del terrore” dovuto alla possibilità non solo teorica dell’uso delle armi atomiche da parte delle due superpotenze) è subentrato il nuovo disordine mondiale; l’unificazione del mondo sotto il dominio dell’economia di mercato e della superpotenza rimasta padrona del campo dopo il crollo dell’ Unione Sovietica, cioè gli Stati Uniti d’America, è stata messa in questione non più dal conflitto tra Oriente comunista e Occidente capitalista ma tra il sovrappopolato e povero Meridione e il ricco e “decadente” Settentrione del mondo, nonché dall’inaudito e sconvolgente attacco del terrorismo islamista internazionale. Questa nuova situazione di instabilità e di conflittualità generalizzata e permanente, questa perdita delle coordinate geopolitiche insieme ai tradizionali punti di riferimento religiosi e anche  alla fede nel continuo e irreversibile progresso scientifico  di matrice illuministica e positivistica non poteva evitare ricadute sulla stabilità psicologica dei singoli “abitatori del tempo” (per usare un’espressione di Emanuele Severino) odierno. La messa in questione delle certezze acquisite, del paradigma dualistico per cui c’è netta separazione tra l’essere e il nulla, tra bene e male,  tra vero e falso, tra giusto e ingiusto, tra bello e brutto e, persino, tra vita e morte, non è semplicemente un tratto caratterizzante del nostro tempo privo di conseguenze, ma è causa di un diffuso disagio psichico, come dimostra il fiorente mercato dell’aiuto psicoterapeutico: «La crisi di significato fa allora strutturalmente ingresso in una psicologia che entro certi limiti rinuncia alle certezze e si attesta su un fronte di resistenza più arretrato, fino a far risuonare come garanzia paradossale di sopravvivenza al meglio la capacità di una accettazione profonda di un mondo incerto. Questa è oggi la traccia essenziale delle terapie psicologiche». 

sabato 30 gennaio 2021

Un'indagine filosofica sul mondo attuale

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it; I di 4)

Che cosa caratterizza il mondo in cui viviamo? Quali “paradigmi” condizionano il nostro modo di interpretare la realtà in cui siamo immersi? Su quali valori fondiamo la nostra vita individuale e sociale? In che cosa crediamo (ancora) o non crediamo (più)? È possibile vivere in pace in un mondo perennemente in guerra? Non sarà che noi occidentali, cristiani o atei, basiamo la nostra (relativa) pace sulla potenzialità distruttiva dei nostri armamenti convenzionali e non convenzionali, sulle guerre combattute da altri, purché lontano dai nostri confini? Come mai siamo considerati dai fondamentalisti islamici una massa di infedeli materialisti ed edonisti da convertire o da eliminare? Qual è il nesso tra monoteismo identitario e guerra? Perché le cosiddette “religioni del Libro” sono state più foriere di conflitti che di pace e di fratellanza tra i popoli? Chi possiede la giusta chiave interpretativa dei sacri testi? Non sarà che le masse, occidentali e orientali, acculturate o arretrate che siano, non sappiano andare oltre la lettera dei loro libri sacri? E non ci sarà un nesso tra il letteralismo religioso delle masse e il terrorismo? E tra le guerre, le diseguaglianze, la miseria e le migrazioni che tanto ci allarmano? Basterà erigere muri e blindare le frontiere a salvaguardare la nostra sicurezza e a tutelare la nostra economia? E sarà mai possibile una via di uscita dall’“invaso” epocale nichilistico, consumistico, massmediatico e ipertecnologico di questo nostro mondo in cui l’apparenza vale più della realtà, l’immagine più della persona o della “cosa in sé”, l’avere più del dare, i diritti più dei doveri e dove gli unici valori che contano sono quelli quotati in borsa e l’immanenza ha sostituito la trascendenza e la fisica la metafisica?

giovedì 10 dicembre 2020

Cambiamento?

di Luca Rota (luca@lucarota.it)

Una delle parole che più viene spesa, in questo periodo pandemico e emergenziale, è sicuramente “cambiamento”. Il coronavirus chi ha cambiato la vita, dovremo cambiare le nostre abitudini, c’è la necessità di un cambiamento dei nostri stili di vita, niente sarà come prima e tutto cambierà, eccetera.
Ok, tutto giusto, tutto comprensibile.

Ma cosa vogliamo intendere, poi, con la parola “cambiamento”?

Ci sto pensando di frequente, in questi giorni, leggendo appunto un po’ ovunque di questi inviti o di intenti sul cambiare, e mi pare che, a fronte di quanto sia invocata la parola con tutti i suoi derivati, molto meno ci si esprima concretamente sul cosa cambiare, come, quanto, perché.

A parte che già molti, in filosofia, hanno cercato di disquisire sulla questione fin dai tempi antichi, da Aristotele – che sosteneva (nella Fisica) che se c’è il tempo c’è il cambiamento e solo se c’è un cambiamento può esistere il tempo – in poi, e di recente è uscito questo interessante libro di Federico Sollazzo che offre uno sguardo moderno-contemporaneo sul tema. Ma qui, senza andar troppo sul filosoficamente difficile, vorrei mantenere la mia riflessione su un piano più pratico e quotidiano, in particolare riguardo cosa si possa considerare un “vero” cambiamento, nel presente e nel mondo in cui viviamo.

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domenica 1 novembre 2020

Dimenticanza dell'essere: quando la traduzione sbagliata di un titolo presuppone altro

di Michele Ragno (micheleragnoph@gmail.com) e Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Le lezioni di Martin Heidegger ci hanno insegnato il valore della “parola” e, di conseguenza, quanto una traduzione non sia mai innocente: ogni traduzione infatti nasconde e presuppone una determinata “posizione” di pensiero. Abbiamo applicato questa idea analizzando il problema delle traduzioni del testo heideggeriano Die Frage nach der Technik.

– Continua su Gazzetta filosofica




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sabato 31 ottobre 2020

Brevi osservazioni sulla concezione di "mutazione antropologica" in Pasolini

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Trad. redazionale dall'inglese all'italiano del mio articolo Brief Remarks on the Pasolini’s Conception of “Anthropological Mutation”.)


Come è noto, Pasolini elaborò il concetto di "mutazione antropologica", negli ultimi anni della sua vita, prima del suo assassinio il 2 novembre 1975, in particolare attraverso articoli pubblicistici sui maggiori quotidiani del periodo, che ora sono contenuti, in Italia, nei libri Lettere luterane e Scritti Corsari, e di cui l'incompiuto Petrolio rappresenta la trasposizione in forma mitica. In realtà, la prima cosa che dobbiamo sottolineare è che questo concetto non è isolato nei suoi ultimi scritti, ma è in relazione con altri concetti principali, espressi con formule particolari, come ad esempio: "l'antropologia classica", "il genocidio culturale", "la nuova preistoria", "il dopostoria", tutti termini con cui si fa riferimento, infatti, alla situazione socio-antropologica-culturale, fenomeno della "mutazione antropologica".

– Continua su Pagine corsare (scorrere fino al di sotto del testo in inglese)

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martedì 22 settembre 2020

"Krinò” e l’altrove

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

"Krinò"

Come molti probabilmente avranno notato, oggi iniziano a proliferare discorsi e attività extra-, quando non anti-, accademiche e, come sempre, sono le sottigliezze a fare la differenza.

L’esperienza di “Krinò”, iniziata nel 2017 come seminario universitario e proseguita dal 2018 come centro culturale indipendente, non è assimilabile alla filosofia pratica, alle pratiche filosofiche, alla consulenza filosofica, né è un discorso che vuole dire che siamo tutti filosofi, né però che lo siano coloro che studiano la filosofia. Mi spiego meglio.

lunedì 31 agosto 2020

Sulla filosofia

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it) 

E' stato detto.
Ed è stato detto proprio da coloro che oggi vengono studiati da quelli che, studiandoli, mettono in scena proprio ciò che essi criticavano.
Eppure è stato detto.
Allora, un passo più in là dell'analfabetismo funzionale, esiste anche un'impermeabilità al senso.



Coloro che sperano di diventare filosofi studiando la storia della filosofia dovrebbero, piuttosto, ricevere da essa l'idea che filosofi si nasce proprio come avviene per i poeti, anzi assai più di rado. 
– Arthur Schopenhauer, Sulla filosofia e il suo metodo, in Parerga e Paralipomena

I primi due requisiti del filosofare sono questi: prima di tutto che si abbia il coraggio di non serbare nel proprio cuore alcuna domanda e, in secondo luogo, che si porti a chiara coscienza tutto ciò che si capisce da sé per concepirlo come problema. Infine, per filosofare davvero, lo spirito deve essere veramente ozioso: non deve perseguire degli scopi e dunque non deve essere guidato dalla volontà, bensì dedicarsi integralmente all'ammaestramento che gli danno il mondo intuibile e la sua stessa scienza.  I professori di filosofia, invece, pensano al loro utile e vantaggio personale, a ciò che serve in questo senso: qui risiede la loro serietà. Per questo non vedono affatto tante cose che invece sono chiare; anzi non giungono mai alla meditazione, sia pure soltanto sui problemi della filosofia.
 Arthur Schopenhauer, Sulla filosofia e il suo metodo, in Parerga e Paralipomena

lunedì 20 luglio 2020

G. Agamben, "Idea della prosa" (estratto)

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Si pubblica di seguito un estratto del libro di Giorgio Agamben, Idea della prosa, Quodlibet, 2002, nuova edizione illuminata e accresciuta, 2020;
nello specifico, la parte intitolata "Soglia", pp. 11-16 – per la quale, proprio per amor di prosa, si immagina il seguente sottotitolo, "La grandezza del pensiero non risiede nel pensato, ma nella pensosità".)

Nell’anno 529 della nostra era, l’imperatore Giustiniano, istigato da fanatici consiglieri del partito antiellenico, decretò con un editto la chiusura della scuola filosofica di Atene.

Toccò così a Damascio, scolarca in carica, di essere l’ultimo diadoco della filosofia pagana. Egli aveva cercato, attraverso funzionari di corte che gli avevano promesso la loro benevolenza, di scongiurare quell’evento; ma aveva ottenuto soltanto che gli venisse offerto, in cambio della confisca dei beni e delle rendite della scuola, uno stipendio di sovrintendente in una biblioteca di provincia. Ora, temendo probabili persecuzioni, lo scolarca e sei dei suoi collaboratori più stretti caricarono libri e masserizie su un carro e cercarono rifugio alla corte del re dei persiani, Khusraw Anōshakrawān. I barbari avrebbero salvato quella purissima tradizione ellenica che i greci – o, piuttosto, i «romani», come ora si chiamavano – non erano più degni di custodire.

lunedì 6 luglio 2020

Filosofia e arte: "farmaci emozionali" che curano mente e spirito

di Elisa Dipré (sentieridellaragione@gmail.com)

Vincent van Gogh, "Notte stellata" (1889)

“… i filosofi sono in qualche modo pittori e poeti; i poeti son pittori e filosofi; i pittori son filosofi e poeti. Donde i veri poeti, i veri pittori e i veri filosofi si prediligono l’un l’altro e si ammirano vicendevolmente” (Giordano Bruno – Explicatio triginta sigillorum)

Due grandi filosofi, Alain de Botton e John Armstrong, credono fermamente che l’arte abbia un impatto sulla nostra intimità e sulla nostra quotidianità, aiutandoci a pensare fuori dagli schemi o semplicemente alleviando tutti quei problemi legati allo stress della vita quotidiana.

Quando si parla di arte mi viene immediato pensare al piacere che si può celare dietro la visione di un’opera. In molti si recano nei musei per poter passare qualche ora ad ammirare tutte le meraviglie custodite all’interno.

Siamo ancora in grado di meravigliarci di qualcosa nell’epoca in cui viviamo? Cosa provoca in noi meraviglia e stupore? Cosa muove il nostro animo, coinvolgendolo ed emozionandolo?

– Continua su I sentieri della ragione

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