mercoledì 8 settembre 2021

I poeti laureati, ovvero l'uomo che se ne va sicuro

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

I "poeti laureati", che a me richiamano l'arrogante ingenuità dei filosofi laureati, che "si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati", come gli accademici di oggi in costante frenetica ricerca del desueto, dell'originale, della novità archivistica che solo loro sanno, come se, alla disperata ricerca di un applauso da pubblico riconoscimento, questo indicasse un qualche valore di profondità.
"I silenzi in cui si vede in ogni ombra umana che si allontana qualche disturbata Divinità", da Eraclito a Nietzsche, da Heidegger a Wittgenstein, da Bukowski a Cage, l'impossibilità di esprimere ciò che ci fa Essere, che se lo potessimo lo saremmo.


Eugenio Montale, I limoni

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.


***

lunedì 16 agosto 2021

Anarchia del potere e modello di realtà in Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini: conversazione con Federico Sollazzo

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Stefano Pignataro)
A quarant’anni dalla sua realizzazione, il film Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, il suo film testamento, il film che lucidamente descrive un’intera classe sociale ed umana alle prese con il problema ancestrale dell’anarchia del potere e della divisione in tra possessione e privazione, libertà e schiavitù, è stato nuovamente posto oggetto di studio e di critica. 
Con il professor Federico Sollazzo dell’l’Università di Szeged, (Ungheria), si è provato a comprendere meglio l’universo di Salò, (perché di Universo si tratta): letterario, cinematografico, simbolico ed artistico. 
Anarchia del potere “Noi fascisti siamo i soli veri anarchici”. Da questa frase del Duca, interpretato da Paolo Bonacelli, si ricava l'essenza del film. In che luce, filosofica, onirica o politica deve essere vista l'anarchia del potere in Salò? 

(Federico Sollazzo) 
Credo che lo sguardo di Pasolini si sforzi sempre di essere realistico, il che è perfettamente compatibile con una lettura filosofica, onirica o politica. Ovvero, per Pasolini l’anarchia del potere e, si badi, la conseguente inesistenza della storia, non significa assenza di regole, bensì la capacità del potere di darsi da sé le proprie leggi. Nel film c’è una significativa scena in tal senso: quando i gerarchi fascisti annunciano ai ragazzi le ferree regole che vigeranno nella villa, arbitrariamente decise dai gerarchi stessi. Questa dimensione anarchica del potere, ancor più che nel fascismo, risulta evidente nella società dei consumi. Il fascismo infatti è ritenuto essere dall’autore nient’altro che “un gruppo di criminali al potere” che non ha determinato mutamenti nel corpo e nella coscienza degli italiani; solo la società dei consumi “manipola i corpi in un modo orribile […] Li manipola trasformandone la coscienza (istituendo così) un nuovo modello umano”. 
Ma attenzione, non si deve ritenere che per Pasolini il potere sia anarchico perché semplicemente fa quel che vuole. Se il discorso fosse così lineare, allora sarebbe sufficiente voltare le spalle al potere e non prestargli ascolto per disinnescarne l’anarchia, facendolo così inceppare e collassare. Per Pasolini invece il potere è anarchico in un senso molto più profondo e articolato ovvero, non semplicemente perché fa ciò che vuole, ma perché produce preliminarmente le condizioni affinché possa poi fare quel che vuole fare, produce la propria stessa legittimità e, ancor più radicalmente, produce un’umanità che desidera quel che esso stesso vuole fare. Salò è del 1975, ma questo tema è presente fin da Mamma Roma del 1962, dove infatti è la protagonista a spingere il proprio figlio verso la società borghese. Come a dire che il nuovo Potere (quello senza volto e pertanto scritto con la P maiuscola) non ha più bisogno di rincorrere gli individui ma è tale per cui sono gli individui stessi ad andare da lui, a desiderarlo, a volerne far parte; esattamente questo dà al potere la possibilità di essere anarchico.

– Continua su Sinestesie 


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lunedì 31 maggio 2021

Della (non-)filosofia

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Quando guardiamo un film, assumendo che sia un'opera d'arte, veniamo inevitabilmente a conoscenza anche di alcune informazioni su di esso: il nome del regista e dei protagonisti, la durata, l'anno di rilascio, ecc.
Queste informazioni si depositano in noi accidentalmente, mentre siamo presi da altro, cioè dallo spessore artistico, e quindi dall'apparire estatico, di ciò a cui siamo esposti.
Finita la visione, possiamo certamente riassumere e commentare quelle informazioni che abbiamo acquisito inevitabilmente e accidentalmente, e possiamo addirittura discutere animatamente con altri su chi faccia i riassunti più precisi e i commenti più penetranti. E tuttavia, facendo questo, non solo rimaniamo a distanza dall'artisticità e dall'estaticità apparsa in quell'opera, ma addirittura ce ne allontaniamo ancora di più, perché le informazioni, i dati, le nozioni coprono l'estasi, fino al punto da potercelo far dimenticare e da farci così dimenticare che quell'opera, pur se ha inevitabilmente preso forma in un mondo di informazioni (la physis, l'attuale, il disponibile), è però figlia di una visione estatica, quindi è a quella che si deve tendere se si vuole non semplicemente capire, ma cercare di vivere l'estasi che sta all'origine di tutto ciò che è.
Le informazioni sono mute e fuorvianti su tutto questo.
Le nozioni sono come il fatto che se torno da un posto lontano posso calcolare il tempo e la lunghezza del mio viaggio di ritorno, ma queste misurazioni non dicono niente, e anzi coprono, l'essenza del luogo in cui sono stato.
Eccolo l'approccio "nuovo" che poi nuovo non è, ma lo sembra dato lo stato attuale di quella che passa per alta cultura che cerchiamo di praticare con l'esperienza di "Krinò" e che, fatalmente, è indirizzato a un tipo d'uomo altrettanto "nuovo", che non si ponga di fronte alle opere con l'atteggiamento del ricercatore di informazioni, ma in quanto chiamato da una risonanza che può poi lasciar apparire in flagranza l'indisponibile, che sempre rimane tale.
Quel che ne deriva quindi, non è riducibile a nozioni e non è restituibile in nessun modo, restando così le nozioni del tutto irrilevanti, banali pretesti per vivere l'esperienza dell'indisponibile.
Ecco allora che proiettando questa prospettiva su quella che chiamiamo filosofia, quest'ultima, e il relativo nostro rapporto con essa, ci appare in modo assai diverso da quanto comunemente oggi si ritiene.
In questi termini, infatti, l'opera di un filosofo, non deve più essere studiata e altrettanto non deve più essere spiegata, come invece oggi si fa.
Bisogna resistere all'automatismo della spiegazione che subito scatta in noi, che siamo stati ammaestrati a farlo scattare.
E non deve esserlo perché non può esserlo (studiata e insegnata).
Un testo di filosofia infatti quando è tale, cioè quando non è né manualistica né commentario, che è una forma indiretta di spiegazione anche se è scritto in prosa (ma sempre sui generis) è come una poesia, pertanto non può essere né studiato né spiegato, pena, il ridurlo ad un simulacro di se stesso.
Qualsiasi spiegazione, non importa quanto accurata, informata, raffinata, approfondita, influente, incontrovertibile, aggiornata sia è già, per il solo fatto di essere tale, non letteratura secondaria, come si dice in maniera edulcorata negli ambienti accademici, né filosofia di serie b, come mi è capitato di dire, attribuendo così a questo genere lo status di filosofia che invece non ha, ma nient'altro che non-filosofia. Quella che oggi si fa nei luoghi deputati a quella che si ritiene essere alta cultura.
Così come una poesia, la filosofia la si può solo citare, per far risuonare evocativamente la sua atmosfera.

***

Alcuni dicono, certe volte, di non poter dare un giudizio a proposito di questo o di quest’altro perché non hanno studiato filosofia. È un’irritante assurdità, perché si presuppone che la filosofia sia una qualche scienza. E si parla di essa un po’ come della medicina.

Il lavoro sulla filosofia (...) è in verità più un lavoro su se stessi, sul proprio modo di pensare, sul proprio modo di vedere le cose. (E su ciò che ci aspettiamo da esse.)

Scrivo quasi sempre soliloqui. Cose che mi dico a quattr’occhi.

Credo di aver riassunto la mia posizione nei confronti della filosofia quando ho detto che la filosofia andrebbe scritta soltanto come una composizione poetica. Da questo, mi sembra, dovrebbe risultare in quale misura il mio pensiero appartenga al presente, al passato al futuro.
 
Oh, perché mi sembra di scrivere una poesia quando scrivo di filosofia? È come se ci fosse una piccola cosa qui che ha un significato meraviglioso. Come una foglia o un fiore.

Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi

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venerdì 30 aprile 2021

Un'indagine filosofica sul mondo attuale

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it; IV di 4)

(QUI la prima parte)

(QUI la seconda parte)

(QUI la terza parte) 

Malgrado la globalizzazione, la libera circolazione delle merci, del danaro, delle idee, e degli esseri umani (ma anche delle armi) da una parte all’altra del Pianeta; malgrado la Rete su cui viaggiano continuamente informazioni e messaggi d’ogni genere, tanto che è diventato un problema distinguere le notizie vere dalle false; malgrado l’ormai universale diffusione di Facebook, Instagram et similia; malgrado, soprattutto, la fine del colonialismo e della guerra fredda (ma ne siamo sicuri?) tra le due superpotenze nucleari USA e Russia, l’umanità è pur sempre dilacerata da conflitti che appaiono insanabili: sembra – nonostante i “miracoli” del progresso scientifico-tecnologico che ci hanno semplificato e complicato al tempo stesso la vita – di essere tornati ai tempi bui delle guerre di religione.

lunedì 29 marzo 2021

Un'indagine filosofica sul mondo attuale

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it; III di 4)

(QUI la prima parte)

(QUI la seconda parte)

Una via d’uscita, se non proprio di salvezza, dal senso di smarrimento e spaesamento derivato dalla perdita delle certezze che si basavano su un «mondo gerarchizzato o quantomeno incanalato e contenuto in risposte già previste entro un’ideologia di sostentamento, meno recentemente soprattutto religiosa, in tempi più vicini a noi forse primariamente laica: dalla credenza in un Dio salvifico a quella nella rivoluzione» consiste nel salto, o passaggio epocale, dal paradigma metafisico, cartesiano, dualistico e monoteistico basato sull’ aut-aut a quello spinoziano e leibniziano basato sull’ et-et che non divide, non contrappone, non mette gli enti uno contro l’altro ma li unisce, senza annullarli, nel Logos che tutto comprende e abbraccia. Il mondo della logica duale di ieri «non permetteva di scorgere la differenza tra logos e logica, cioè la differenza definita da quanto esorbita oltre il principio di non contraddizione, oltre, potremmo dire, la fisica newtoniana come paradigma di una scienza classicamente concepita»

mercoledì 17 febbraio 2021

Un'indagine filosofica sul mondo attuale

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it; II di 4)

(QUI la prima parte)

Noi diciamo ancora guerra, ma la guerra di oggi non è più quella di ieri, quando «Nel paradigma binario il nemico era, di massima, magari successivamente variato, ma poi assestato, sempre di fronte e ben percepibile»: di qua noi, di là loro; di qua gli amici, i compagni, i fratelli, di là i nemici; di qua dal fiume la nostra madrepatria, di là la loro: due (o più) patrie, due (o più) nazioni, due (o più) popoli, due (o più) Stati, con i rispettivi eserciti,  le rispettive burocrazie, istituzioni, finanze, chiese, scuole, accademie, giornali… che si fronteggiano in armi… Quelli sì che erano bei tempi: non ci si poteva sbagliare  riguardo a dove stesse il nemico (però qualcuno già allora insinuava il sospetto che il nemico non fosse davanti ma dietro): «La guerra come espressione di Stati e confini e con i suoi vari corollari ideologicamente pregni d’idealità assolute, fondava la sua stessa esistenza su una sicura esistenza del nemico»; dal che si deduce che, nel malaugurato caso in cui non ci fosse, per la salvaguardia della nostra preziosa identità (nonché della nostra salute mentale) bisognerebbe inventarlo (cfr. Umberto Eco, La costruzione del nemico, Bompiani, 2011). Ma oggi, come si è visto, il nemico può materializzarsi ovunque, tanto che «come sede d’insicurezze sconvolgenti bastano le masse anonime di una partita di pallone. Soprattutto su un terreno di cultura di più di un miliardo di potenziali “credenti” cui attingere, e con un impianto ideologico monoteisticamente fondato... le possibilità di difesa scompaiono alla vista e si affidano ai lavori di copertura di servizi di “intelligence” cui un po’ fideisticamente affidarsi. Già questo dover contare sull’“invisibile” di un supporto non ben identificato accresce l’insicurezza dello sguardo al mondo da parte di ciascuno, “affratellato” nella paura e “solo” nel regime di un’imprevedibile possibilità di difesa». Oltre che, ovviamente, di offesa. 


In altri termini Girard ci vuol dire che il mondo attuale ha perso, anche a causa del terrorismo internazionale, le sue certezze, o meglio, le sue illusioni ireniche: altro che la fine della storia nel regime liberaldemocratico, oltre il quale,  secondo il politologo statunitense Francis Fukuyama, non ci sarebbe stato niente di meglio per l’uomo! Dopo la fine della guerra fredda e la caduta del muro di Berlino sembrò per un momento che potesse cominciare finalmente un’epoca di convivenza veramente pacifica tra i popoli della terra, ma l’illusione durò l’espace d’un matin: al vecchio ordine bipolare (peraltro basato sul cosiddetto “equilibrio del terrore” dovuto alla possibilità non solo teorica dell’uso delle armi atomiche da parte delle due superpotenze) è subentrato il nuovo disordine mondiale; l’unificazione del mondo sotto il dominio dell’economia di mercato e della superpotenza rimasta padrona del campo dopo il crollo dell’ Unione Sovietica, cioè gli Stati Uniti d’America, è stata messa in questione non più dal conflitto tra Oriente comunista e Occidente capitalista ma tra il sovrappopolato e povero Meridione e il ricco e “decadente” Settentrione del mondo, nonché dall’inaudito e sconvolgente attacco del terrorismo islamista internazionale. Questa nuova situazione di instabilità e di conflittualità generalizzata e permanente, questa perdita delle coordinate geopolitiche insieme ai tradizionali punti di riferimento religiosi e anche  alla fede nel continuo e irreversibile progresso scientifico  di matrice illuministica e positivistica non poteva evitare ricadute sulla stabilità psicologica dei singoli “abitatori del tempo” (per usare un’espressione di Emanuele Severino) odierno. La messa in questione delle certezze acquisite, del paradigma dualistico per cui c’è netta separazione tra l’essere e il nulla, tra bene e male,  tra vero e falso, tra giusto e ingiusto, tra bello e brutto e, persino, tra vita e morte, non è semplicemente un tratto caratterizzante del nostro tempo privo di conseguenze, ma è causa di un diffuso disagio psichico, come dimostra il fiorente mercato dell’aiuto psicoterapeutico: «La crisi di significato fa allora strutturalmente ingresso in una psicologia che entro certi limiti rinuncia alle certezze e si attesta su un fronte di resistenza più arretrato, fino a far risuonare come garanzia paradossale di sopravvivenza al meglio la capacità di una accettazione profonda di un mondo incerto. Questa è oggi la traccia essenziale delle terapie psicologiche». 

sabato 30 gennaio 2021

Un'indagine filosofica sul mondo attuale

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it; I di 4)

Che cosa caratterizza il mondo in cui viviamo? Quali “paradigmi” condizionano il nostro modo di interpretare la realtà in cui siamo immersi? Su quali valori fondiamo la nostra vita individuale e sociale? In che cosa crediamo (ancora) o non crediamo (più)? È possibile vivere in pace in un mondo perennemente in guerra? Non sarà che noi occidentali, cristiani o atei, basiamo la nostra (relativa) pace sulla potenzialità distruttiva dei nostri armamenti convenzionali e non convenzionali, sulle guerre combattute da altri, purché lontano dai nostri confini? Come mai siamo considerati dai fondamentalisti islamici una massa di infedeli materialisti ed edonisti da convertire o da eliminare? Qual è il nesso tra monoteismo identitario e guerra? Perché le cosiddette “religioni del Libro” sono state più foriere di conflitti che di pace e di fratellanza tra i popoli? Chi possiede la giusta chiave interpretativa dei sacri testi? Non sarà che le masse, occidentali e orientali, acculturate o arretrate che siano, non sappiano andare oltre la lettera dei loro libri sacri? E non ci sarà un nesso tra il letteralismo religioso delle masse e il terrorismo? E tra le guerre, le diseguaglianze, la miseria e le migrazioni che tanto ci allarmano? Basterà erigere muri e blindare le frontiere a salvaguardare la nostra sicurezza e a tutelare la nostra economia? E sarà mai possibile una via di uscita dall’“invaso” epocale nichilistico, consumistico, massmediatico e ipertecnologico di questo nostro mondo in cui l’apparenza vale più della realtà, l’immagine più della persona o della “cosa in sé”, l’avere più del dare, i diritti più dei doveri e dove gli unici valori che contano sono quelli quotati in borsa e l’immanenza ha sostituito la trascendenza e la fisica la metafisica?

giovedì 10 dicembre 2020

Cambiamento?

di Luca Rota (luca@lucarota.it)

Una delle parole che più viene spesa, in questo periodo pandemico e emergenziale, è sicuramente “cambiamento”. Il coronavirus chi ha cambiato la vita, dovremo cambiare le nostre abitudini, c’è la necessità di un cambiamento dei nostri stili di vita, niente sarà come prima e tutto cambierà, eccetera.
Ok, tutto giusto, tutto comprensibile.

Ma cosa vogliamo intendere, poi, con la parola “cambiamento”?

Ci sto pensando di frequente, in questi giorni, leggendo appunto un po’ ovunque di questi inviti o di intenti sul cambiare, e mi pare che, a fronte di quanto sia invocata la parola con tutti i suoi derivati, molto meno ci si esprima concretamente sul cosa cambiare, come, quanto, perché.

A parte che già molti, in filosofia, hanno cercato di disquisire sulla questione fin dai tempi antichi, da Aristotele – che sosteneva (nella Fisica) che se c’è il tempo c’è il cambiamento e solo se c’è un cambiamento può esistere il tempo – in poi, e di recente è uscito questo interessante libro di Federico Sollazzo che offre uno sguardo moderno-contemporaneo sul tema. Ma qui, senza andar troppo sul filosoficamente difficile, vorrei mantenere la mia riflessione su un piano più pratico e quotidiano, in particolare riguardo cosa si possa considerare un “vero” cambiamento, nel presente e nel mondo in cui viviamo.

– Continua su Luca Rota


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