domenica 18 novembre 2018

Sass Sylvia a "Krinò" vendége

L'artista Sylvia Sass, soprano, scrittrice, pittrice, presenta il suo romanzo A szarny e parla della differenza fra il nozionismo e la creatività.
Evento in lingua ungherese organizzato dal centro culturale indipendente
Municipio di Szeged, 29 novembre, ore 18

mercoledì 24 ottobre 2018

I versi di Oliviero Amandola

di Chiara Taormina (chiara.taormina@gmail.com)

Le parole tradotte in poesia racchiudono sensazioni intime ed esternazioni di un vissuto. Il poeta Amandola ha uno scrigno di valori che interpreta stoicamente, negando il vuoto intorno a sé e rappresentando l’universo come un grande contenitore omogeneo, alimentato dal soffio vitale che genera emozioni. I suoi versi propendono verso la visione romantica in cui la natura “è la veste vivente della divinità”: 
Qui, l’autunno muove le montagne, le prime nebbie 
nascondono i suoni delle campane, altre volte, invece,
fuori dalla finestra si alzano occhi di alberi.
La sua poesia è il silenzio dell’anima, il luogo della meditazione interiore, il viaggio verso la libertà di essere interprete e filosofo della vita.
L’archè dei versi è l’amore per le cose semplici, per la famiglia e gli affetti, vivendo nostalgicamente i ricordi che fanno di ogni vero poeta un attento ascoltatore della propria anima.
Tagore diceva: Il fiore si nasconde nell’erba, ma il vento sparge il suo profumo. 
Così Amandola sparge il profumo di ogni piccolo bocciolo del cuore e non dimentica di dipingere i contorni di una poesia legata alla natura, alle vibrazioni di un animo nobile.
Le radici della propria appartenenza sono importanti nel percorso dell’introspezione e così  in una lirica per il padre, il poeta recita: 
solo perché il giorno è finito
e mi fa paura pensare che tu stia ordinando le tue cose
per far spazio ad altre ben più grandi di un semplice trasloco.
L’immensità dei legami di sangue, la paura del destino e della perdita sono la chiave di lettura di questi versi così intensi, ma equilibrati e delicati, in armonia con il tutto che regola questo mondo e le leggi dell’esistenza.
Ed è l’incertezza e la mancanza di prevaricazione del sapere che rendono grandi questi versi, nel loro dolore amaro e dolce allo stesso tempo, nutriti di autenticità e spogli di malizia, concatenati in una musica costante e straripante, come un suono che si propaga senza esitazione dal centro dell’Io. Nel chiudere con la frase celebre di un grande del passato, posso solo auguravi una buona lettura alla scoperta di un poeta contemporaneo di valore e dalle grandi qualità umane.
Sfiderà il destino, disprezzerà la morte e spingerà le sue speranze oltre la grazia, la saggezza e la peritanza. Voi lo sapete, esser troppo sicuri è il nemico peggiore degli uomini.
(William Shakespeare)

giovedì 11 ottobre 2018

Su Heidegger, Novalis e l’arte

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Ho recentemente intrattenuto una corrispondenza estremamente piacevole con un giovane dalla mentalità genuinamente filosofica, Michele Ragno. 
Lui mi ha sollecitato sul valore dell’arte in Heidegger e Novalis. Sulla delusione, del primo, per un’arte che non è più percepita come espressione del vero e l’auspicio, del secondo, ad una interazione poetica con il mondo, e se queste due prospettive possano ritenersi affini.
Di seguito, un estratto della mia risposta.

***

La questione che poni è assolutamente affascinante – e certamente non esauribile in una corrispondenza come questa.
Come credo che pensi anche te, rispondono subito: sì, si può dire che la posizione di Heidegger sia vicinissima a quella di Novalis. D’altronde Heidegger era un lettore di Novalis, lo cita nell’Introduzione alla Metafisica: “Novalis afferma: La filosofia è propriamente nostalgia (…). Colui che non conosce la nostalgia non sa filosofare”. 
Quel che cambia è la prospettiva da cui osservano la questione, ma la osservano con la stessa sensibilità.
Ovvero. Heidegger ha uno sguardo più “sistemico”, rileva il distanziamento, l’espulsione dell’arte e del pensiero autentici dal mondo (discorso che nel secolo successivo verrà sviluppato nella critica francofortese alla cultura di massa, all’industria dell’intrattenimento, al kitsch, insomma alla falsa arte e al falso pensiero). In sintesi, se L’essenza dell’opera d’arte riposa sulla fidatezza (Verlässigkeit), che a sua volta dischiude L’essenza della verità, che non è un mero essere presente della verità (affermativamente), ma un non-esser-nascosto, allora l’oblio dell’Essere significa non riuscire a percepire quel non-esser-nascosto, quindi la verità (a-letheia), quindi la fidatezza che proprio su una simile verità riposa e dunque, infine, l’arte.
Novalis direi che ha uno sguardo più “poetico”, rileva lo stesso problema, ma lo osserva da dentro la poesia.

sabato 15 settembre 2018

Nominare gli dei

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Grazie alla gentile disponibilità dell'Autrice, si pubblica di seguito una selezione di poesie dalla silloge poetica di Alida Airaghi, Nominare gli dei, ispirata ad Hölderlin riletto da Heidegger, quinto capitolo del libro in versi Consacrazione dell'istante, di prossima pubblicazione.
                                             
Una riga tremante Hölderlin fammi scrivere
Andrea Zanzotto, La Beltà


1.

Mescolandosi tra noi,
si sono persi.
Gli immortali, da non nominare,
pena la loro dissolvenza
imperdonabile.
Hanno tentato di nascondersi
(nei secoli, in paesi distanti):
mentendo.
Noi, pur riconoscendoli
dai loro parchi gesti
dalle vesti cucite in trasparenza,
abbiamo finto di niente,
come fossero proprio persone
normali.
Dovevamo denunciarli, forse,
chiuderli in qualche gabbia?
Al loro silenzioso anonimato
ci siamo abituati,
dèi clandestini
che volevano salvarci.   

lunedì 27 agosto 2018

giovedì 23 agosto 2018

M. Heidegger, "La questione della tecnica". Una presentazione


Roma
Martedì 4 settembre
Ore 18.15
c/o appartamento in Largo dei Claudiani 19/b, int. 1 (Gosti Mariottoni)

Federico Sollazzo presenta il libro

Martin Heidegger, 
La questione della tecnica 
(contiene anche Scienza e meditazione, entrambi nella traduzione di Gianni Vattimo), con un saggio di Federico Sollazzo, Heidegger e la tecnica. Una introduzione, coll. di Filosofia meme, goWare, Firenze 2017







lunedì 20 agosto 2018

"Transizioni". Un saggio sulla filosofia che cambia, a cura di Federico Sollazzo

di Alessandro Melioli (melioli.alessandro@gmail.com)

La prima immagine che mi sovviene accostandomi alla lettura dell’opera curata da Federico Sollazzo è di stampo sportivo. La transizione, nel gergo calcistico o cestistico, «rappresenta una fase intermedia di gioco nella quale si altera la condizione che si aveva nella fase iniziale per dare luogo ad un nuovo equilibrio» (così ad esempio su “Scienze motorie” online). Il fatto interessante è che tale concetto si può applicare soltanto a sport nei quali non esistono ruoli fissi, ovverosia dove determinati giocatori sono preposti unicamente alla fase difensiva e altri a quella offensiva, ma solo nei sistemi totali nei quali ogni soggetto si ritrova a compiere entrambe le fasi. Potremmo definirli sistemi liquidi. La transizione è diabasis ed è sempre preceduta da una sorta di periagoge, cioè di conversione del possesso palla ad opera di uno o più individui, i quali, con un gesto singolare nel rispetto delle regole del gioco, inter-rompono uno schema che stavano subendo per imbastire una nuova manovra che possa portarli ad una meta condivisa. Ma è ancora possibile una diabasis di questo tipo nel mondo attuale? Oppure la consapevolezza che «l’autentico soggetto del gioco non è il giocatore, ma il gioco stesso» [p. 84], come insegna Gadamer in Verità e metodo, non lascia spazio a sortite?

Federico Sollazzo (cura), Transizioni. Filosofia e cambiamento. In movimento con Heidegger, Adorno, Horkheimer, Marcuse, Habermas, Wittgenstein, Gramsci, Pasolini, Camus, goWare, 2018
Credo che tali interrogativi possano rendere bene l’idea di fondo che muove l’opera curata da Federico Sollazzo. Transizioni. Filosofia e cambiamento è infatti un volume collettaneo, una raccolta di otto saggi di otto autori diversi. È innanzitutto una vetrina per giovani filosofi già in grado di offrire riflessioni di livello. È un lavoro di squadra; e, come in ogni squadra che si rispetti, ognuno esprime un punto di vista singolare alla luce dei propri ambiti di ricerca in vista di un fine comune. Tale telos riguarda il fatto di riuscire a dare un’interpretazione transdisciplinare alla questione della transizione, da un lato perché il tema del divenire rimane centrale nella riflessione filosofica, dall’altro perché questo tema si pone come di particolare attualità in un’epoca nella quale tutti quanti avvertiamo la sensazione di vivere una fase di mutamento. Da qui la divisione dell’opera in due parti: i primi due saggi si concentrano sul tema della transizione da un versante teoretico attraverso il pensiero di Heidegger; i restanti sei approfondiscono l’aspetto sociale della questione, in movimento con alcuni dei massimi filosofi del Novecento, Scuola di Francoforte su tutti.

domenica 19 agosto 2018

Intervista a Gianni Vattimo

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Si pubblica di seguito un estratto dell'intervista di Marco Pacini a Gianni Vattimo, pubblicata su L'Espresso in data 14/06/2018.)

Gianni Vattimo, la solitudine del filosofo

Il teorico del postmoderno non ha eredi. Nella Torino che fu nel ’900 avamposto del pensiero i suoi allievi hanno preso altre strade e il suo archivio è finito a Barcellona: «Qui nessuno me lo ha chiesto»

In via Carlo alberto, all’angolo con la piazza che porta lo stesso nome, la fine della filosofia (di una filosofia) è scolpita nel marmo: «In questa casa Federico Nietzsche conobbe la pienezza dello spirito che tenta l’ignoto...». E annega nella follia mentre completa Ecce homo: Dio è già morto, la Verità anche, a pochi metri da dove Nietzsche conclude la sua parabola abbracciando e parlando a un cavallo. Era il 3 gennaio del 1889, così dice la storia. O la leggenda, ma poco importa. «Su Torino non c’è niente da ridire: è una città magnifica e singolarmente benefica... Torino è una città che non si abbandona», scriveva il filosofo agli amici dalla casa di via Carlo Alberto 6, dove abitava dal 21 settembre dell’anno precedente. Fu costretto ad abbandonarla solo 6 giorni dopo quel 3 gennaio. Destinazione: una clinica psichiatrica a Basilea.

E tutto potrebbe finire così, con questa istantanea da Torino, dove è sepolta la filosofia. Ma fuori dai contorni di questa cartolina scattata sulle tracce dell’Oltreuomo crollato ai piedi di un cavallo – potente metafora della resa di un Pensiero  c’è dell’altro. C’è la resistenza della filosofia «che non finisce di finire». E che ha trovato in Torino un suo avamposto nel Novecento: Abbagnano, Pareyson, Geymonat, Bobbio... per citare solo alcuni grandi nomi.

lunedì 16 luglio 2018

Il nuovo tipo antropologico e il suo modello sociale

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Come è noto, Pasolini ha elaborato la concezione di “mutazione antropologica” in quelli che sono stati gli ultimi tormentati anni della sua vita – segnatamente, 1974-5 –, trattandola sia in forma pubblicistica, sui principali giornali del tempo, testi ora collezionati principalmente in Lettere luterane e Scritti corsari, che in forma mitica, nel film Salò o le 120 giornate di Sodoma e nell’incompiuto romanzo Petrolio.
Foto di Federico Sollazzo alla mostra "Inafferrabile. Lo sguardo di Pier Paolo Pasolini", tenutasi a Pordenone nel 2015 in occasione del convegno "Pasolini. Le ragioni di una fortuna critica", organizzato dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia, a Casarsa e Pordenone.

lunedì 9 luglio 2018

La filosofia tra archivistica e spettacolo

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Nel calcio stanno progressivamente scomparendo i giocatori cosiddetti dai piedi buoni, rimpiazzati da lavoratori che al posto di talento e creatività portano in campo atletismo e rispetto pedissequo degli schemi. Insomma, si sta passando dai giocatori di calcio agli impiegati del calcio; e questo causa anche un ovvio livellamento dei valori in campo.
Ma la tendenza alla soppressione del libero gioco e giocatore, e pensiero e pensatore, e alla sua sostituzione con un funzionario non è all’opera solo nel mondo dello sport, è invece un tratto dominante del tempo di oggi, di questa fase della civilizzazione (latu sensu) occidentale. E sulle “doti” del burocrate ha detto cose sempre valide la Arendt a proposito di Eichmann ne La banalità del male.