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mercoledì 24 ottobre 2018

I versi di Oliviero Amandola

di Chiara Taormina (chiara.taormina@gmail.com)

Le parole tradotte in poesia racchiudono sensazioni intime ed esternazioni di un vissuto. Il poeta Amandola ha uno scrigno di valori che interpreta stoicamente, negando il vuoto intorno a sé e rappresentando l’universo come un grande contenitore omogeneo, alimentato dal soffio vitale che genera emozioni. I suoi versi propendono verso la visione romantica in cui la natura “è la veste vivente della divinità”: 
Qui, l’autunno muove le montagne, le prime nebbie 
nascondono i suoni delle campane, altre volte, invece,
fuori dalla finestra si alzano occhi di alberi.
La sua poesia è il silenzio dell’anima, il luogo della meditazione interiore, il viaggio verso la libertà di essere interprete e filosofo della vita.
L’archè dei versi è l’amore per le cose semplici, per la famiglia e gli affetti, vivendo nostalgicamente i ricordi che fanno di ogni vero poeta un attento ascoltatore della propria anima.
Tagore diceva: Il fiore si nasconde nell’erba, ma il vento sparge il suo profumo. 
Così Amandola sparge il profumo di ogni piccolo bocciolo del cuore e non dimentica di dipingere i contorni di una poesia legata alla natura, alle vibrazioni di un animo nobile.
Le radici della propria appartenenza sono importanti nel percorso dell’introspezione e così  in una lirica per il padre, il poeta recita: 
solo perché il giorno è finito
e mi fa paura pensare che tu stia ordinando le tue cose
per far spazio ad altre ben più grandi di un semplice trasloco.
L’immensità dei legami di sangue, la paura del destino e della perdita sono la chiave di lettura di questi versi così intensi, ma equilibrati e delicati, in armonia con il tutto che regola questo mondo e le leggi dell’esistenza.
Ed è l’incertezza e la mancanza di prevaricazione del sapere che rendono grandi questi versi, nel loro dolore amaro e dolce allo stesso tempo, nutriti di autenticità e spogli di malizia, concatenati in una musica costante e straripante, come un suono che si propaga senza esitazione dal centro dell’Io. Nel chiudere con la frase celebre di un grande del passato, posso solo auguravi una buona lettura alla scoperta di un poeta contemporaneo di valore e dalle grandi qualità umane.
Sfiderà il destino, disprezzerà la morte e spingerà le sue speranze oltre la grazia, la saggezza e la peritanza. Voi lo sapete, esser troppo sicuri è il nemico peggiore degli uomini.
(William Shakespeare)

sabato 15 settembre 2018

Nominare gli dei

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Grazie alla gentile disponibilità dell'Autrice, si pubblica di seguito una selezione di poesie dalla silloge poetica di Alida Airaghi, Nominare gli dei, ispirata ad Hölderlin riletto da Heidegger, quinto capitolo del libro in versi Consacrazione dell'istante, di prossima pubblicazione.
                                             
Una riga tremante Hölderlin fammi scrivere
Andrea Zanzotto, La Beltà


1.

Mescolandosi tra noi,
si sono persi.
Gli immortali, da non nominare,
pena la loro dissolvenza
imperdonabile.
Hanno tentato di nascondersi
(nei secoli, in paesi distanti):
mentendo.
Noi, pur riconoscendoli
dai loro parchi gesti
dalle vesti cucite in trasparenza,
abbiamo finto di niente,
come fossero proprio persone
normali.
Dovevamo denunciarli, forse,
chiuderli in qualche gabbia?
Al loro silenzioso anonimato
ci siamo abituati,
dèi clandestini
che volevano salvarci.   

giovedì 19 dicembre 2013

Poesie senza titolo

di Chiara Taormina (chiara.taormina@gmail.com)

La luna alla finestra
un bianco chiarore
spande
tra le perle
di sogno
dissipa l'ombra
dell'inverno
la tua mano
tra l'erba d'argento
che ondeggia al vento
scioglie come neve
il pianto
che ora nella notte
col suo flutto asperge
oscuri giardini.

giovedì 29 marzo 2012

Byron, "I watched thee"

di Francesco Barresi (ruutura@hotmail.it)

Tradurre poesia in lingua è un compito per grammatici ma tradurre poesia in poesia è di gran lunga più nobile e difficile. Occorre la padronanza d’ambedue le lingue, il rispetto della filologia, mantenere alta l’eleganza stilistica senza creare belle infedeli. Inoltre occorre considerare un altro elemento: il lettore. Consegnargli il significato di un brano poetico significa schiudere alla sua sensibilità in maniera efficace l’anima di un Poeta, e solo quando il lettore avrà conquistato il senso ultimo il compito del traduttore si concluderà nelle sue delicate mansioni: rendere giustizia alla Poesia come veicolo di ricchezza umana da trasmettere in conoscenza e, sperabilmente, in cultura per le generazioni future.
Traducendo questa poesia ho cercato di sdebitarmi in solido con il lettore piuttosto che ripagarlo soldo per soldo, parola dopo parola. Ho tradotto Byron perché questo testo rappresenta un esempio di quella “sottocultura” come la poesia omoerotica tanto discriminata dalle politiche di gender, dalle istanze dei canoni ufficiali, dalle restrizioni d’una società ancora incapace d’accettare l’universalità dell’amore a prescindere dal sesso. 

martedì 27 dicembre 2011

"Manto di vita"

di Pietro Pancamo (pipancam@tin.it)

Spiegazione di un giorno

Il giorno che saltella
lungo le impronte delle mie scarpe;
il giorno che saluta frantumato,
quasi appostato
fra le dita.
Ogni minuto è fluido di rumori:
sbattono le ali
contro pannelli d’aria. L’impatto
vibra di scherno:
è un lazzo di sdegno
voluto dalla mia notte.

---

L’ironia

Indosso la magrezza
con la disinvoltura
di chi ironizza.

Eh, ironia
con te la disperazione
è filosofia!
Ma senza di te,
ahinoi,
la poesia
è pura (mera) melanconia.

---

Partenza

Ogni saluto è un commento
alla tristezza
di dover partire.

Nel disordine di un abbraccio
escogitiamo
ricordi improvvisati.

---

Vecchiaia: canto di un barbone errante della discarica

I
Quanta spazzatura
che mi ritrovo addosso
nelle dolci siepi di bosso.
Qui tra le foglie verdi
han fatto una discarica.
L’oblò di lavatrici scoperchiate
è un belvedere
per le formiche nere.
(Provviste nel secchio:
alimenti scompagni
come le scarpe vecchie,
bucate dalla noia dell’usura).
“Alla discaricaaaa!!”,
gridano torme di rifiuti.

II
Caldo e fetore
nei venti acuti
si mescolano a formare
uno smog estivo.
(Infatti se gli uomini
dàn di matto,
la sporcizia dà di puzzo).
Così il rosso del mio sangue,
che ogni mattina si sveglia,
non vuol dire più
rigenerazione
ma soltanto
riciclaggio.

---

A mezzanotte

Ecco i fantasmi di queste labbra
e di quegli uomini all’occhiello dell’amore,
che attraversano le ombre cave dell’aria mansueta
con lo sguardo di chi trova nel buio
un manto di vita.

---

Mentre allaccio il destino

Ho fatto la mia vita con i piedi
senza nemmeno darle
una forma di sandalo
o di mocassino.
Che scemo.
Che cretino!
Dio come piango,
mentre allaccio il destino
qua
in mezzo alle narici,
proprio come un anello al naso.

(Manto di vita, LietoColle)

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domenica 20 novembre 2011

"L'arte è oro di profeta"

di Chiara Taormina (chiara.taormina@libero.it)

Aria in polvere
è palude nel cuore
Di vizi è nutrita
la paura
che pasce mistura
di strega
Colore di rogo
ha crepitio
di insonnia
dolore che cresce
in grembo

Lembi di speranza
sono fantasmi al tramonto
Antichi ruderi che
sviolinano note
alla città del passato
I vecchi ricordano
specchiandosi
in cenci di brodaglia
Pensano ai guardiani
delle porte
Volti di pietra
che origliano
il futuro

Dannato ha
essenza di zolfo
stilla sentimenti
di vapore
alla soglia del creato
Merce per il sovrano
del tempo
scotta sui vassoi
eburnei
L’arte è oro
di profeta
anima che freme
oltre il limitar
del mondo

Rotolano lacrime
sul viso del passato
guance arse dal fuoco
della prigionia
Il buio e la paura
attendono sulla
soglia del mattino
sono ricordi
della donna di ieri

Parlo di neve
dove la casa
ha splendore di cristallo
Il trillo della rugiada
picchia alla porta
Il cielo ha ali d’alba
sul soffitto dei sogni
Parlo di te
che vivi dentro l’anima
nel cuore
nell’eternità
Per sempre artefice
del più dolce
dei sospiri

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domenica 13 novembre 2011

"La mia quiete"

di Francesco Barresi (ruutura@hotmail.it)

La mia quiete
era un’alba di luci smerigliate
in una stanza piena di sussurri.
Se ricordi le mie mani
cercavano
il tuo corpo disteso
nell’argento del primo mattino,
il chiaroscuro della tua anima in festa
e le mie mani vibravano nelle tue.
Ma tra lenzuola assi rotte e sudore
la mia testa di febbri scucite
le tue mani a cercarmi
nell’ultimo delirio
ora qui, a saziarci, le briciole del nostro amore.

----------

Ombre della sera,
sembrate così dure
nel colore che vi carica.
La mia anima se si muove
si ritira con le sue ali di fuoco
in un cerchio di puro dolore.
Voi celate tutto nel vostro duro schermo
ma le parole
loro
trafiggono questo limite
e si consumano nel silenzio.
Tenetele in voi,
ombre,
serbatele per lei
e ditele che la mia mano,
nel sonno,
si muove oltre l'orizzonte
dove so che lei vive
e furoreggia nella vita,
solo per toccarle il viso
e dolermi per gli occhi suoi
lontani.

----------

Sono immerso nel buio della sera.
Un silenzio che taglia il fiato e aguzza i sensi.
Io ti sento
ed è un calice che vuoto
mentre la tua immagine
si staglia fresca nella mente
e mi prende un sorriso,
l'unico atto di gioia nel ventre del buio,
l'unico lampo di luce
che riverbera forte e sicuro
come la notte che attende.

----------

Ho questo tramonto che mi segna
come la punta di una lama sul limite del cuore.
Te sei al di là dell'orizzonte
e forse non basta la mia anima che si espande,
non so se cogli l'ardire.
Ma te riposa, medita sugli istanti che cogliemmo insieme.
Possano germinare tra i tuoi pensieri
come semi di luce e proteggerti.
Hai questo limitare del mio cuore per te
e il cielo se trasmette energia è qui che mi carica del tuo ricordo
e nulla, dico nulla, è pari alla nostalgia di te.

----------

La fonte della pienezza
sgorga
da questo corpo di febbri
e cerchi di fiamma
con il grido strozzato in gola
per la gioia della tua visione,
anima sacra di pelle umana
verso quale vortice
incedi
con passi delicati
e tonfi da palcoscenico
perché, sai, la tua anima è pesante.

----------

La mia quiete
è questo protendere
la mani chiuse a spine
verso un cielo di pura grazia
dove la luce rifulge favolosa
e te risiedi in un alveo di chiara bellezza.
E gettare
il mio corpo
nel tuo
per l'ultimo grido
che squarci le pareti dell'aria,
le carni che vibrano impazzite:
così, la vita, ci tiene per mano.

----------

Latebre della sera
scolorite
con il rosa del tramonto
quale pena di chiodi mi urge gridarvi.
Potessi chiuderle le labbra
con il fiore di un bacio
e cingerla tra me,
vaso che accresce l'oro
in una preghiera di latebre.

----------

Fermo con le mani nelle tempie
nel buio degli occhi chiusi
la tua voce si dirama
nel cerchio dei ricordi.
Ed è nel palco
dove celebri e consumi la tua anima
che ti scorgo.
Mentre ti liberi del fuoco
con una scrollata
E danzi in punta di vita
carezzando il baratro.

----------

La calura si attenua. Il
giogo si allenta in una
serenità ritrovata. Come
amo questo silenzio in
cui muori con
dolcezza. Ti ghermirei
nel buio del tuo animo
e, nel fuoco, le carni che
bollono, tra caldo sudore
e sfiati cogliere nelle
mani liquefatti umori la
certezza del tuo sonno
e resistere alla veglia.

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venerdì 28 ottobre 2011

Ungaretti, "Lucca"

 di Francesco Barresi (ruutura@hotmail.it)

A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre
ci parlava di questi posti.
La mia infanzia ne fu tutta meravigliata.
La città ha un traffico timorato e fanatico.
In queste mura non ci si sta che di passaggio.
Qui la meta è partire.
Mi sono seduto al fresco sulla porta dell'osteria con della gente
che mi parla di California come d'un suo podere.
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone.
Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti.
Ho preso anch'io una zappa.
Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere.
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d'avvenire quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo
la vita.
Ora che considero, anch'io, l'amore come una garanzia della specie,
ho in vista la morte.

La poesia è tratta dal volume Allegria del 1931. Tale raccolta è caratterizzata dalla fede nella capacità evocatrice della parola e dall’istanza biografica. La punteggiatura è rifiutata per dare nuovo risalto alle parole in una autosufficienza espressiva, la metrica risulta scardinata per farsi prosa in un libero fluire dell’anima. 
Le esperienze dei due conflitti mondiali e il loro forte impatto emotivo influirono in modo determinante nell’espressione artistica di Ungaretti. Nelle sue opere trapelano infatti le fragilità dell’uomo stesso che si vede smarrito alla ricerca della propria identità e delle proprie radici. A lui si riconosce inoltre lo sviluppo di un nuovo stile che si realizza nell’immediatezza espositiva, nell’uso di analogie e nella rottura delle regole della metrica tradizionale con l’abbandono della punteggiatura, la parola è un "abisso" dove ricercare se stessi.
Lucca è una poesia di ricapitolazione: il giovanile fermento pare finito, la responsabilità comincia a pesare, ci si avvia alla maturità. Solo ora, appena uscito dalla guerra, il pensiero di Ungaretti va alla morte. Ha più di trent'anni, è spaesato, vede per la prima volta Lucca e scopre le sue radici, lui nomade. In questa poesia riconosce esplicitamente le sue origini lucchesi e rievoca i ricordi personali, le tappe attraversate nello scorrere della sua vita. Il contatto con la violenza della guerra rafforza la tensione del poeta verso l’innocenza, la purezza, l’origine. Questa poesia è appunto il ritrovamento di un momento autentico e perciò puro, innocente, originario. L’immagine della città di Lucca lo pone in una condizione di ancestrale armonia con la realtà circostante e soprattutto con la natura, rievocata attraverso la vividezza degli aggettivi utilizzati.
Ungaretti rievoca la propria infanzia quando dopo cena la madre gli narrava di certi luoghi. La sua infanzia fu colpita da questi racconti. Successivamente il poeta si sofferma sulla città di Lucca tentando di descriverla, di vivere i suoi luoghi, si ferma in una locanda e sta a contatto con la gente, ascolta i discorsi. Si immedesima con l’anima degli abitanti e ciò gli suscita sentimenti profondi, conturbanti, si sente più vicino ai suoi antenati e alle sue origini. Riconosce e ammette le sue origini umili, si rende conto del suo destino e dell’approssimarsi della morte ed è intenzionato ad avere figli. Riflette poi sulle proprie esperienze sentimentali.
Il realismo descrittivo di Ungaretti pregna profondamente questa poesia. Nel testo troviamo insiti rimandi e riferimenti alla città di Lucca. In "in queste mura" il poeta utilizza non a caso il sostantivo "mura" ad indicare la nota origine di Lucca quale città medievale, che conserva tutt’ora le sue cinte murarie. 
"Ho preso anch’io una zappa": il rimando all’arnese agricolo non è casuale, Lucca è una città di agricoltori, e di migranti. 
I versi 12-13 riescono a esprimente la fertilità e la procacità di una terra, quella lucchese, che viene equiparata a una figura di donna. Il ritorno ancestrale alla propria terra e alle proprie origini, vissuto quasi come un ritorno fetale, provoca nel poeta un sentimento di allegria ("e mi scopro a ridere"), parola chiave che intitola la raccolta da cui la poesia è tratta. Alla terra, con le sue "cosce fumanti", il poeta si sente legato quasi come in un idillio amoroso e passionale. Alla luce delle teorie psicoanalitiche elaborate in quegli anni, è possibile leggere in questi versi e in queste parole un riferimento alla sfera sessuale che coinvolge la terra in quanto Madre-Terra. Sappiamo infatti come la figura della madre sia centrale nella poetica di Ungaretti e quindi questa ipotesi potrebbe essere rivelatrice, ancora una volta, dell’attaccamento del poeta alla propria madre.
La città di Lucca è descritta nei versi 4-6. Lucca è caratterizzata dal traffico "timorato" come di chi sta sempre in preda all’ansia e "fanatico", ovvero troppo entusiasta, in continuo fermento. Il poeta avverte infatti come non vi sia neanche il tempo per soffermarsi sulle mura, in una città dove, appunto, la meta è partire, andare sempre. Lucca è una città dove la conformazione urbana mantiene in maniera vivida le proprie origini medievali, quindi suggerisce e facilita il bisogno del poeta di rievocare e percepire le proprie origini. 
"La meta è partire" indica una conoscenza della città, del suo sviluppo e delle sue dinamiche storiche: Lucca è una città in cui fin dal Medioevo gli abitanti erano contadini, spesso costretti a partire per cercare nuove opportunità di sostentamento, dove l’emigrazione risultò decisiva per varie attività quali, ad esempio, il commercio della seta. Tale caratteristica il poeta la sente propria, esclusiva, riconosce che il suo destino ha delle origini profonde insite nella storia di questa città.
Il poeta si sente sgomentato davanti a una verità che gli sembra rivelata nel contatto con gli abitanti e la città di Lucca. Qui riconosce se stesso, le origini del proprio destino di viandante e poeta. Lucca è una città determinante per il poeta, come la chiave che svela tutte le sue domande esistenziali cullate nel corso della sua vita: il rapporto con la madre, il viaggio, la sua personalità accesa e passionale, il rapporto con la terra. L'infanzia del poeta fu "meravigliata" dai racconti materni che, parlando di Lucca, mantennero vivo il legame tra il poeta e la città.
Ungaretti era un poeta molto passionale e in questa poesia medita sul proprio vissuto, sulle proprie esperienze sentimentali traendone un’osservazione. Quando l’amore era vissuto dal poeta solo nella sua sessualità, nella fugacità dei rapporti e del piacere, lodava la vita; ora che sente l’approssimarsi della morte l’amore gli sembra l’unica via per perpetrare la specie umana, unica garanzia affinché il genere umano continui a sopravvivere. Dalle sue esperienze di vita, quindi, ricava una meditazione filosofica. L’amore è l’unico sentimento in grado di sconfiggere la morte, di mantenere la vita.
Ritengo la poesia di Ungaretti estremamente vivida, passionale ma anche attuale. La Lucca degli anni '30 attraversava dinamiche e problematiche ancora oggi presenti in molte aree d’Italia. L’emigrazione forzata, caratteristica del nostro Sud, dei nostri giovani, laureati e non, è uno dei grandi nei della società moderna. Il senso di attaccamento e di appartenenza che il  poeta sente forte dentro sé è lo stesso sentimento di quanti oggi sono costretti ad allontanarsi dalla propria terra. 
Le grandi guerre del Novecento avevano portato ad una decostituzione dell’Io e della propria identità, che il poeta in primis ha vissuto sulla propria pelle, "so di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne". Adesso Ungaretti vuole ricostruite il suo Io: "il sangue dei miei morti" è proprio il bisogno di ricercare la propria autenticità ed identità.  
Lo stato d’animo che si può cogliere nei versi finali è di pace e rassegnazione, serenità e mancanza di turbamento. Ora il poeta ha ricostruito le dinamiche della propria esistenza, conosce la sua origine e il suo destino, l’inizio e la fine, e può abbandonarsi all’idea della morte.
E’ questa una poesia autoriflessiva. E’ il bilancio di una vita, di una dura esistenza. 
Ha amato la vita con le sue passioni e i suoi turbamenti. Ha conosciuto amori mortali dettati da un "appetito maligno". Comprende ora che l’amore è "garanzia della specie", che permette cioè la sopravvivenza dell’essere, ed è quindi pronto a morire.
Il contrasto amore-morte è qui sintomatico dello struggimento interiore del poeta. L’idea dell’amore lo induce inevitabilmente ad un pensiero di morte, di rassegnazione ("alleverò tranquillamente una prole").

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venerdì 21 gennaio 2011

La luna è nuda

di Ledi Shirley Cavalcante (ledishirleycavalcante@gmail.com)

A Leo.


Saudade

Vorrei sentire la voce di sempre,
il tuo sguardo distratto che si posa sul mio
e mi fissa
come se si trattasse della sorpresa più bella.
Vorrei sentire le tue braccia intorno alla vita,
capire che la storia è fatta di tempeste e quiete.
Vorrei ricordare l'odore nei giorni di gioia,
la pace del naufrago che tocca la terra ferma.
Vorrei riavere le dita che disegnano il contorno dei miei piedi,
dipingono il profilo delle mie gambe
e assaggiano il sapore dei miei seni.
Vorrei che quella bocca venisse da me,
che incontrasse la mia
e sapesse di baci e di nostalgia.
Vorrei che quella pelle fosse ancora lenzuola
e avvolgesse il mio corpo nelle notti di pioggia.
Vorrei che la luce di un'unica candela,
nel sentire il tuo bacio,
proiettasse sul muro
le ombre di mille stelle.
Vorrei il sospiro al calare della notte
e le cicale di fuori a comporre le onde.
Vorrei che ballassimo al suono del silenzio
e che la notte nel tuo cuore
accendesse i nostri sogni.


Assenza

D'un tratto sparisci e rimango a piedi nudi
a ricamare passi con la solitudine.
Gli occhi – verso l'orizzonte a squadrare paesaggi familiari
di mare, di cieli, di onde – sognano ancora te.
Adesso è pronto. L'orizzonte ancora limpido,
il vento soffia sulle nuvole,
il sole di nuovo a risplendere sulle squame dell'acqua
e tu che non ci sei più!


Desiderio

Perditi in me
in questa notte opaca e silenziosa.
Abbandona i vestiti e spogliati di ogni parola.
Corri che arriva il vento
magnanime alter ego di sogni soffiati,
portati via da una coppia di pensieri stralunati.
Corri che ancora tremo,
che brucia e arde nel petto la fiamma accesa del sentimento
di scoppiettanti stagioni azzurre
sulla soglia del mio lenzuolo.
Baciami,
dissetami con gesti maturi
raccolti prima del tempo.
Affrettati che chiudono le porte dei sogni
e se non ci sarai i desideri dormiranno
con la testa appoggiata su un cuscino di parole vuote.
Abbracciami in questo silenzio.
Ogni secondo è una carezza di labbra bagnate
col sale della tua pelle.
Corri, che ancora tremo!


Confessioni naufraghe

Sei la somma delle parole dette e di quelle che sono ancora nella tua anima.
Sei un ronzio distante dei ricordi che ho tanto amato.
C'è il nulla oggi, dove un giorno hai vissuto
e ancora navigano le confessioni naufraghe della tua tormenta.
Ho paura di capire che tu non sia reale
e che resti intrappolato nella mia pelle un dolore che io non riesca a sopportare.
Desidero il profumo della tua presenza,
la sensazione vellutata dei sussurri tatuati nella mia mente,
ma la geografia dei miei desideri si ricama di sogni distanti.
C'è freddo in questo caldo tropicale di note umide perse in pensieri lontani,
ma in fondo al calendario un bacio attende ancora la sua alba.
Aspetto il futuro che si trascina nella pigrizia dei giorni
e confonde una volta ancora realtà e sogno.


Le vocali del tuo nome

Non so più pronunciare il tuo nome
una forza vorace e tagliente
mi aggredisce
ogni volta che una semplice vocale
cerca di disegnarti.
Ho rubato tre consonanti e giocato con loro
tra la sabbia di spiagge infinite.
Tre lettere mi hanno giurato eterno amore ed io nel sentirle,
impaurita e vigliacca,
le ho offerto un sorriso consapevole;
amavo loro perché mi riportavano a te.


Ferita da una stella

Brutali i giorni nel silenzio.
Freccia che agonizza nella carne tremante.
Freddo sulla punta dell’ago
che punge il dolore acceso nel cuore.
Impaziente attesa riversata in ore tristi
dove il sogno, più in là della vita,
fa spazio all'ardore di una stella ferita.
Immacolato taglio che pulsa nel profondo.
Se stanotte non passano gli anni
né le parole chiuse nel tuo cuore
almeno nasceranno sogni
nell'imbrunire della tua bocca.

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lunedì 21 giugno 2010

Poesie

di Chiara Taormina (melissian@hotmail.it)


Poesia 1

Ritorna l’oriente nei ricordi di
bianco adornati, con il suono
salmastro delle voci senza tempo
che crepitano tra verdi tappeti e
finestre aperte sul passato. Vedo
il volto dello straniero diventare
familiare, col candore appena
accennato della concordia. Vedo
la via stretta ospitare il mio
rimpianto, l’essenza ultima della
fratellanza mitigare la diversità.


Poesia 2

Si dissolve nel vento l’odore acre
del nulla. Quel baratro informe
che è conoscenza estingue le
ultime domande della vita. Avrà
il volto dei sogni il messaggero
che offre al mondo la sua arte
senza principio né fine. È un
cerchio d’eterna speranza che
avvolge nel suo vuoto lucente
l’arida oscurità.


Poesia 6

Guardo affiorare dal nulla la
sapienza dell’uomo che ha
dissolto nella sostanza del tutto
la conoscenza di se stesso.
Guardo la luce trasecolare tra le
crepe che fendono la materia, i
rivoli di colori che rapprendono
in chiazze avide di immortalità.

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venerdì 28 maggio 2010

Pigmenti

di Antonietta Gnerre (antoniettagnerre@gmail.com)


a te


C’era Dio nella goccia che accarezzava il tuo viso.
Una corona che si snodava dagli astri per me.
Quanti sogni Maria Luisa e quante poesie
abbiamo scritto pensando di volare sulla tua vespa bianca

uscivamo da ragazzine con Mildred, Margherita, Agata
con le stelle sopra i tetti delle nostre emozioni.

Oggi ti osservo seduta sulla panca
di casa e ti affido ancora i miei sogni

la corsa dell’acqua sulle foglie degli ulivi
una sola parola per queste labbra che ti pronunciano con un bacio.


La terra dei rami


a Rita D’Amore

Ricade su di me la scintilla della tua luce
sull’erba sui virgulti a piccole vele
e sulla tua pelle
scavata da un punteruolo
che modifica le foglie.

Irpinia, mia sventura e mia sopravvivenza
terra del mio sangue, verde e cosmica
infinita fino a schiacciarmi
lungo i fragili fiumi
quando il vento ricuce
sull’ultimo ramo/midollo del mio esistere
l’odore della malva.

Passano nel sereno le pallide pareti,
nell’infinita somiglianza del cristallo delle case;
E mi svegliano le tue statue di paglia balaustrate
nel colore, colore che racchiude il respiro
scosceso delle valli.

(A. Gnerre, Pigmenti, L'Arca Felice, Salerno 2010)

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giovedì 11 febbraio 2010

Balalajka

di Mario Girolamo Gullace (gullace.g.mario@hotmail.it)

Guardando le cosce di Enza

la mia coscienza di sinistra
rivendica rinnovi contrattuali,
quella di destra, aristocratica,
riesuma il suo sangue blu
e lo stemma: "Mai Deflettere".
Ho edificato un'alcova laica
dentro le mura di Gubbio,
dove Bobbio fu strumento
per le serenate balalajke.
Per quest'inciucio, Malcomix
mi ha spedito le sue basi,
sodalizio nato al volo
per cimento d'estro verso
sinistrati corpi invasi
da batteri con l'elmetto.
Dirimpetto quelle cosce
l'enza all'amo mise mosca,
come s'usa, quando ai casi
confluenti, pare tresca
di potenza, godere della pace.

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lunedì 30 novembre 2009

L’altra estremità dei sogni

di Erwin de Greef (erwindegreef@libero.it)

corre la notte

ubriaca
con il
vino bianco nel
bicchiere
trasparente e
giallo. ecco,
che mi ritrovo
per le strade della
mia città, una notte
umida
col cielo
nero
di tristi nuvole
memorie calpestate
marciapiedi sgangherati
in mezzo a pochi altri
vagabondi
fasciati nelle loro
giacche con
gli occhi gin & tonica di
Lele pensieroso
per sua moglie
al nono mese a casa
da sola
il pollo arrosto nel
cartoccio con
le patatine
fritte e la pelle
rosolata.
la stranezza di
questa notte
con la tromba di Charley
Parker, le cartine
che rollano
il vino che gira,
le parole che
muoiono spezzate
sul crinale
della nostra
solitudine.
c’è una ragazza
con lunghe ciglia
tristi
carnagione bianca
capelli
neri occhi neri
è la mia
Maria Maddalena
il corpo sacrificale
di questa notte amica
stretta tra
le braccia
dentro il
suo mistero. in
questa città
in questo locale
e poi un
altro e ancora un
altro per poi, alla fine,
ritornare indietro e
scoprire
che Lele non c’è più, che se
n’è andato
lasciando i suoi
occhi gin & tonica
sul tavolino
d’alluminio insieme a un
pacchetto di sigarette
vuoto e
accartocciato
con la scritta
incomprensibile
e nera come
questa notte sotto
il cielo ruvido
di nuvole. la notte rulla
il fumo e
macina l’eroina con
i ragazzi ubriachi
che urlano sul ciglio
della strada. amo
questa notte con
Miro che mi racconta
dei due
anni che non ci siamo
incontrati,
non ci siamo parlati. no,
non ho rispettato
questa santa amicizia.
la ragazza che è
con me adesso ha le
guance rosse ed
è vera
carne e ossa
con occhi tanto neri
da commuovermi.
mi accarezza le mani con
dita calde e sensuali.
scivola questa
notte senza gelo
con le sciarpe annodate
i guanti che ci fissano
da lontano. in
questa notte i lampioni
per le strade
sono vuoti fantasmi
di un antico Palazzo
imperiale vicino
alla Cattedrale. io
guardo quegl’occhi
tagliati e neri
che reggono tutto
il peso dell’Universo.
mi cade la sigaretta mentre
Miro mi
abbraccia e sorride,
ride ubriaco di birra,
canta la nostra amicizia
col cappello a tre
quarti, la barba incolta,
il loden blu
notte. comincia a piovere
ho ancora un bel po’
di strada da fare col
mio carico d’alcool nelle
vene e non voglio nemmeno
ripararmi sotto i
cornicioni
mi bastano il calore dell’
abbraccio di Miro
e le labbra umide di
questa ragazza siciliana a
lavare tutto il veleno
nel mio cuore.
tiro avanti per la strada
sotto la pioggia scrosciante
in questo lunedì da
incorniciare alla
ricerca
dell’altra estremità
dei sogni. questa
notte
pallida
lenta
maestosa
è venuta a
salvarmi
mentre la porta di
casa s’apre
pigramente e
c’infiliamo
sotto le lenzuola
le coperte e il
piumone
rannicchiati in
un sonno senza fine
sotto questa pioggia
battente.

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sabato 14 novembre 2009

Oscuri Traguardi

di Grazia Calanna (graziacalanna@lestroverso.it)

La spessa lama dell’impotenza
trafigge il cuore
inondando il cammino
di fiumi color porpora

Il frastuono del silenzio
sgretola l’anima

Stilla dopo stilla
la vita si scioglie
come burro sul fuoco

Il respiro si perde
all’ombra gelida dell’indifferenza

Lo sguardo si spegne
sulla soglia del tempo buio
dove la notte insegue la notte
senza mai calore / stupore
senza mai sorrisi / recisi
senza mai certezze / carezze

E il passo …
scivola lento
verso oscuri traguardi

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lunedì 26 ottobre 2009

le 4 stagioni di Vivaldi

di Erwin de Greef (erwindegreef@libero.it)

Carla è
uno stormo
di uccelli
in volo,
il fruscio
del
vento
tra le canne,
la
prima
pioggia ad agosto.
Carla è
una finestra aperta
a primavera,
il salto del
delfino,
il gabbiano
appollaiato
sullo
scoglio.
Carla è la
notte
di San Lorenzo,
la stella cometa
l’oro
l’incenso
e la mirra.
Carla è una
puledra selvaggia,
la siepe di
orchidee,
il baluginio
della
fiamma.
Carla è
Ettore e Achille
nel campo
di
battaglia.
Carla è il
coro della Scala,
il Nabucco,
le trombe dell’Aida,
la danza del cigno,
il ciclamino
sul
davanzale.
Carla è
un panino al
formaggio,
un’aragosta,
un risotto alla
pescatora,
un bianco
siciliano,
una fetta
d’anguria.
Carla è
una guglia
araba,
un mosaico
bizantino,
un monumento a
Mazzarino.
Carla è
un giardino di
limoni,
il fiume nella
Valle,
il Tempio di
Giunone.
Carla è il
canto
dell’allodola,
il lupo
nella
prateria,
il leone
nella
savana,
il salto
della
gazzella,
il nido
delle
rondini,
l’aquila
solitaria.
Carla
è
un sogno
un desiderio
un bisogno.
Carla è
una lacrima,
il sorriso,
un bacio a
mezzanotte,
un abbraccio
all’alba,
una gattina per
la strada,
un’atleta
alle Olimpiadi,
un soldato in
marcia,
una crocerossina,
un
incantesimo.
Carla è un
inno
sacro,
un profumo,
un ciuffo di
capelli d’oro,
una scultura
del
Cellini,
una stella
nella
notte.
Carla è
Mona Lisa,
la
primavera
di
Vivaldi.

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martedì 13 ottobre 2009

IDENTIKIT

di Maurizio Alberto Molinari (maopoemantikha@libero.it)

Soffia,
e una tiepida voce
dice di me,
del mio cuore,
del mio respiro;
Soffia,
un verde perso
racconta ai miei occhi:
dì loro il colore,
dì loro il candore,
dì loro l'amore.
Soffia,
di ciò che fui
né sarò mai,
di ciò che respirai
né più avrò mai,
di ciò che vidi
né più mi apparirà.
Soffia,
in me una nuova presenza,
uno strano amico
neppur cercato,
di un abbraccio eterno
mai più allontanato.
Soffia,
delle mie lacrime perse
eppur ritrovate,
cercate,
riavute
eppur non ritrovate.
Soffia,
dalle onde amate,
dagli spruzzi giocati,
dai tuffi,
dal cuore,
dal mio mare.
Soffia,
la mia pianura,
é il mio eden,
perduto e non più ritrovato,
poiché se mai ne avrò
sarà comunque un altro
e non più il mio puro.
Soffia,
sulle ali della giovinezza,
sulle spalle un po' esagerate,
sui muscoli inevitati,
sugli occhi tristi,
su un cuore lieve
eppur tenace,
e infine
dolce e perdente.
Soffia,
di un cielo che in corsa
gioca con ombre e raggi
mai più imitati.
Soffia,
di una terra vicina
e poi lontana,
di ciò che pulsa
per me finché un alito
vivrà per me e
per te,
amico che vieni.

(Il passeggero, Il Filo, 2006)

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