Interventi di Federico Sollazzo e Giacomo Pezzano, a cura di Giancarlo Calciolari
lunedì 3 dicembre 2012
giovedì 22 novembre 2012
Potere (Rai Filosofia)
di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Questa opera di CriticaMente è concessa in licenza sotto la Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.
Si riporta di seguito il video di presentazione della moderazione di Federico Sollazzo del dibattito sul tema "potere" su Rai Filosofia.
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giovedì 15 novembre 2012
Che cos’è un privilegio? Economisti, battete un colpo!
di Giacomo Pezzano (giacomo.pezzano@binario5.com)
La lotta a privilegi e privilegiati è partita e viene condotta senza esclusione di colpi e senza, paradossalmente, privilegiare nessuno: nessuno è escluso, ognuno deve rinunciare ai suoi privilegi in nome del bene comune o, più “sobriamente” (come va di moda), dell’interesse comune.
La lotta a privilegi e privilegiati è partita e viene condotta senza esclusione di colpi e senza, paradossalmente, privilegiare nessuno: nessuno è escluso, ognuno deve rinunciare ai suoi privilegi in nome del bene comune o, più “sobriamente” (come va di moda), dell’interesse comune.
Di conseguenza è scattata una sorta di caccia alle streghe in cui tutti siamo un po’ streghe, una banca più di un’assicurazione, un’assicurazione più di un notaio, un notaio più di un farmacista, un farmacista più di un tassista, un tassista più di un “padroncino”, un “padroncino” più di un netturbino, a questo punto.
Difficile così capire cosa possa significare colpire i privilegiati, sottrarre privilegi a chi li possiede, se ogni interesse di categoria diventa di per sé un privilegio corporativo da estirpare o, quantomeno, da ridimensionare.
In un senso generalissimo, con “privilegio” intendiamo qualcosa o, meglio, qualcuno che è “privo” nel senso di isolato, qualcuno che vive in una condizione particolare e separata rispetto a tutti gli altri, e ciò perché privus di lex: il privilegiato è dunque qualcuno che è “privo di legge” e per questo “fuorilegge”, che vive al di fuori della legge comune, non di una qualche legge specifica, ma al di fuori dell’elemento di comunanza e reciprocità insito in ogni legge in quanto tale. Chi è immune alla legge, al di sopra della legge, al di fuori della legge, e per questo separato dagli altri, al di sopra di noi tutti.
Bene, ma con questo non andiamo molto avanti.
venerdì 2 novembre 2012
Per una moralità minima condivisibile. Antropologia essenziale: biologia ed emozioni
di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)
Una delle acquisizioni più consolidate della filosofia, ed in particolare dell’antropologia filosofica, del Novecento è la convinzione che l’uomo non sia una mera somma di due sostanze (res cogitans e res extensa, spirito e corpo), ma una struttura unitaria di corporeità ed extracorporeità[1] nella quale questi due fattori si fondono. Ora, quello che qui si vuole sostenere è che un essere così strutturato possiede una determinata moralità minima (intesa come la percezione di bisogni e desideri essenziali, derivanti dalle peculiarità antropologiche, originanti una determinata distinzione tra bene e male, giusto e ingiusto, ed un conseguente comportamento) che, se proiettata sugli altri, origina un’etica minima (intesa come l’attribuzione agli altri della nostra medesima sensibilità di base, del nostro stesso sentire di fondo, insomma, come una condivisione dello stesso patire). In altre parole, se l’essere umano esiste ancora, dopo più di duemila anni di storia, ciò significa che dispone di una moralità minima condivisa da tutti che, proprio per questo, rende l’etica universale, ma tale universalità dipende dagli “universalizzabili”, cioè, da quegli elementi condivisibili e condivisi da tutti gli uomini, per il solo fatto di essere uomini. Pertanto gli universalizzabili devono necessariamente essere basilari, minimi (andrebbe altrimenti perduta la loro condivisibilità), per questo la proposta che qui viene avanzata verte sull’“universalizzabilità” della biologia e delle emozioni umane, intesi come elementi centrali della costituzione antropologica essenziale. L’antropologia, in tal modo, rappresenta una via d’accesso privilegiata alla morale e all’etica, intese come il perseguimento del bene individuale e collettivo[2]. Ora, il mio intento non è né quello di descrivere la fisiologia umana, di delineare un modello di biologia descrittiva delle funzioni organiche, né quello di disegnare una sorta di mappa delle emozioni umane, nonostante che «sia sempre la nostra capacità di provare peculiari sentimenti morali che ispira la nostra vita etica»[3], bensì quello di estrarre una certa normatività (scaturente da principi e valori che, relativamente all’uomo, possono essere considerati assoluti) dalla ambigua ma unitaria costituzione antropologica umana. Ed in questo proposito non riscontro l’impossibilità di cui parla Jürgen Habermas, per il quale «non è possibile desumere dalla costituzione biologico-naturale dell’uomo imperativi di tipo normativo per una ragionevole condotta di vita»[4], infatti, pur condividendo l’osservazione che «dal punto di vista della teoria del diritto, i moderni ordinamenti giuridici possono ricavare legittimità solo dall’idea dell’autodeterminazione: i cittadini devono potersi pensare come gli autori di quello stesso diritto cui, come destinatari, sono sottomessi»[5], ritengo che il processo di autodeterminazione del diritto non sia in contrasto con l’esistenza di universali principi ispiratori, che i cittadini decidono come concretizzare. L’obiettivo è, allora, quello di passare dal principio della sacralità della vita, tipico della tradizione culturale occidentale, al «principio della qualità della vita»[6], ed evidentemente ciò presuppone l’abbandono di una prospettiva religiosa (in ambito antropologico, morale ed etico), in favore dell’assunzione del dato di fatto antropologico, relativo quindi alla biologia ed alle emozioni (ossia a quei costituenti che, materiali o immateriali che siano, pertengono sempre all’essere umano), come unica fonte normativa in campo morale ed etico; ne consegue pertanto il rifiuto dell’assunzione di uno specifico sentire religioso, politico, culturale, ecc, come origine della morale. Infatti, se si vuole considerare la morale come un tema pubblico, cioè appartenente a tutti gli uomini sia come creatori che come destinatari (ed è questo l’unico modo per tendere verso una pacificazione sociale non omologante, salvante cioè l’eterogeneità della società), allora il ragionamento su di essa deve essere impostato e condotto, non solo in una modalità che sia accessibile a qualsiasi uomo abbia il desiderio e le ragionevoli capacità critico-argomentative per interessarsene, ma in maniera tale che comprenda, abbracci la totalità degli uomini, insomma in modo laico.
Una delle acquisizioni più consolidate della filosofia, ed in particolare dell’antropologia filosofica, del Novecento è la convinzione che l’uomo non sia una mera somma di due sostanze (res cogitans e res extensa, spirito e corpo), ma una struttura unitaria di corporeità ed extracorporeità[1] nella quale questi due fattori si fondono. Ora, quello che qui si vuole sostenere è che un essere così strutturato possiede una determinata moralità minima (intesa come la percezione di bisogni e desideri essenziali, derivanti dalle peculiarità antropologiche, originanti una determinata distinzione tra bene e male, giusto e ingiusto, ed un conseguente comportamento) che, se proiettata sugli altri, origina un’etica minima (intesa come l’attribuzione agli altri della nostra medesima sensibilità di base, del nostro stesso sentire di fondo, insomma, come una condivisione dello stesso patire). In altre parole, se l’essere umano esiste ancora, dopo più di duemila anni di storia, ciò significa che dispone di una moralità minima condivisa da tutti che, proprio per questo, rende l’etica universale, ma tale universalità dipende dagli “universalizzabili”, cioè, da quegli elementi condivisibili e condivisi da tutti gli uomini, per il solo fatto di essere uomini. Pertanto gli universalizzabili devono necessariamente essere basilari, minimi (andrebbe altrimenti perduta la loro condivisibilità), per questo la proposta che qui viene avanzata verte sull’“universalizzabilità” della biologia e delle emozioni umane, intesi come elementi centrali della costituzione antropologica essenziale. L’antropologia, in tal modo, rappresenta una via d’accesso privilegiata alla morale e all’etica, intese come il perseguimento del bene individuale e collettivo[2]. Ora, il mio intento non è né quello di descrivere la fisiologia umana, di delineare un modello di biologia descrittiva delle funzioni organiche, né quello di disegnare una sorta di mappa delle emozioni umane, nonostante che «sia sempre la nostra capacità di provare peculiari sentimenti morali che ispira la nostra vita etica»[3], bensì quello di estrarre una certa normatività (scaturente da principi e valori che, relativamente all’uomo, possono essere considerati assoluti) dalla ambigua ma unitaria costituzione antropologica umana. Ed in questo proposito non riscontro l’impossibilità di cui parla Jürgen Habermas, per il quale «non è possibile desumere dalla costituzione biologico-naturale dell’uomo imperativi di tipo normativo per una ragionevole condotta di vita»[4], infatti, pur condividendo l’osservazione che «dal punto di vista della teoria del diritto, i moderni ordinamenti giuridici possono ricavare legittimità solo dall’idea dell’autodeterminazione: i cittadini devono potersi pensare come gli autori di quello stesso diritto cui, come destinatari, sono sottomessi»[5], ritengo che il processo di autodeterminazione del diritto non sia in contrasto con l’esistenza di universali principi ispiratori, che i cittadini decidono come concretizzare. L’obiettivo è, allora, quello di passare dal principio della sacralità della vita, tipico della tradizione culturale occidentale, al «principio della qualità della vita»[6], ed evidentemente ciò presuppone l’abbandono di una prospettiva religiosa (in ambito antropologico, morale ed etico), in favore dell’assunzione del dato di fatto antropologico, relativo quindi alla biologia ed alle emozioni (ossia a quei costituenti che, materiali o immateriali che siano, pertengono sempre all’essere umano), come unica fonte normativa in campo morale ed etico; ne consegue pertanto il rifiuto dell’assunzione di uno specifico sentire religioso, politico, culturale, ecc, come origine della morale. Infatti, se si vuole considerare la morale come un tema pubblico, cioè appartenente a tutti gli uomini sia come creatori che come destinatari (ed è questo l’unico modo per tendere verso una pacificazione sociale non omologante, salvante cioè l’eterogeneità della società), allora il ragionamento su di essa deve essere impostato e condotto, non solo in una modalità che sia accessibile a qualsiasi uomo abbia il desiderio e le ragionevoli capacità critico-argomentative per interessarsene, ma in maniera tale che comprenda, abbracci la totalità degli uomini, insomma in modo laico.venerdì 19 ottobre 2012
“Totalitarismo, democrazia, etica pubblica”: l’uomo pensante, una lettura
di Stefano Fiini (xblackice74@gmail.com)
Totalitarismo sembra essere una parola desueta, o, per lo più, relegata a periodi storici quali il nazismo della seconda guerra mondiale o lo stalinismo, ma ricopre, oltre al significato storico ed ai suoi evidenti effetti, anche una valenza concettuale che va oltre il passato. L’ideologia totalitaristica ha subito una mutazione virulenta e ha attecchito nel tessuto sociale in maniera endemica rendendo nell’omologazione di pensiero propria di ciascun uomo il marchio del suo operare. Foucault nel suo concetto di biopolitica aveva già preannunciato questa metamorfosi in forme di controllo che esulavano (senza per altro escluderle) dalla fabbrica e dalla scuola e arrivavano alle autostrade e alle tessere del consumo quotidiano, ai moderni ritrovati tecnologici: telefonini e computer. Marcuse nell’idea dell’uomo unidimensionale rintraccia l’idea per cui il sistema diventa un controllore che uniforma e direziona nel mantenere lo status quo del sistema politico e sociale. Il grande escluso rimane il confronto nel dialogo tra idee diverse, tra l’unicità della ragione di ciascun uomo, vero propellente della crescita sociale. Ciò che rende vero un uomo e il suo agire è l’autenticità, l’essere unico e consapevole in ogni azione e non mero esecutore di un comando o di una ideologia. Affine a questo modo d’agire è stato nella cruenta storia del nazismo Eichmann, ben definito da Hannah Arendt ne La banalità del male, come automa, come esecutore impersonale di un ordine che trova soddisfazione nel compiere nella miglior maniera il compito assegnatoli e con quella gratificazione di averlo compiuto in maniera perfetta, a scapito dell’orrore prodotto. Nella nostra realtà non si trova forse una copia rivisitata nel manager o nell'istituzione che deve portare il proprio bilancio in attivo a fine anno? O nella fabbrica che deve chiudere per le leggi della macro economia condannando degli uomini – numero in balìa della sorte? Sollazzo analizza questo agire come una modalità tecnica, strettamente connessa all’onda economica di questo momento storico ma non esclusivamente dipendente da essa.
Nel percorrere l’opera del filosofo Federico Sollazzo ci si trova a fronteggiare un molteplice piano di significati di attuale importanza, tanto che Totalitarismo, democrazia, etica pubblica si propone come una collettanea di saggi che mirano a rendere in maniera sintetica la “complessità dell’esistente” senza, per altro, avere la pretesa di esaurirne la ricchezza e la molteplicità.
Totalitarismo sembra essere una parola desueta, o, per lo più, relegata a periodi storici quali il nazismo della seconda guerra mondiale o lo stalinismo, ma ricopre, oltre al significato storico ed ai suoi evidenti effetti, anche una valenza concettuale che va oltre il passato. L’ideologia totalitaristica ha subito una mutazione virulenta e ha attecchito nel tessuto sociale in maniera endemica rendendo nell’omologazione di pensiero propria di ciascun uomo il marchio del suo operare. Foucault nel suo concetto di biopolitica aveva già preannunciato questa metamorfosi in forme di controllo che esulavano (senza per altro escluderle) dalla fabbrica e dalla scuola e arrivavano alle autostrade e alle tessere del consumo quotidiano, ai moderni ritrovati tecnologici: telefonini e computer. Marcuse nell’idea dell’uomo unidimensionale rintraccia l’idea per cui il sistema diventa un controllore che uniforma e direziona nel mantenere lo status quo del sistema politico e sociale. Il grande escluso rimane il confronto nel dialogo tra idee diverse, tra l’unicità della ragione di ciascun uomo, vero propellente della crescita sociale. Ciò che rende vero un uomo e il suo agire è l’autenticità, l’essere unico e consapevole in ogni azione e non mero esecutore di un comando o di una ideologia. Affine a questo modo d’agire è stato nella cruenta storia del nazismo Eichmann, ben definito da Hannah Arendt ne La banalità del male, come automa, come esecutore impersonale di un ordine che trova soddisfazione nel compiere nella miglior maniera il compito assegnatoli e con quella gratificazione di averlo compiuto in maniera perfetta, a scapito dell’orrore prodotto. Nella nostra realtà non si trova forse una copia rivisitata nel manager o nell'istituzione che deve portare il proprio bilancio in attivo a fine anno? O nella fabbrica che deve chiudere per le leggi della macro economia condannando degli uomini – numero in balìa della sorte? Sollazzo analizza questo agire come una modalità tecnica, strettamente connessa all’onda economica di questo momento storico ma non esclusivamente dipendente da essa.sabato 13 ottobre 2012
Per una risignificazione delle parole. A partire da "Totalitarismo, democrazia, etica pubblica"
di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)
Giancarlo Calciolari intervista Federico Sollazzo, a partire dal volume Totalitarismo, democrazia, etica pubblica
lunedì 24 settembre 2012
Sulla rivoluzione antropologica
di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)
Si riporta di seguito la conclusione dell'Abstract della Relazione Mutamenti cultural-identitari. Pasolini e la "mutazione antropologica", tenuta da Federico Sollazzo al Convegno internazionale Discorso, identità e cultura nella lingua e nella letteratura italiana, svoltosi presso l'Università di Craiova (Romania), nel Settembre 2012.
mercoledì 12 settembre 2012
Totalitarismo, democrazia, etica pubblica. Intervista a Federico Sollazzo
1. Sei nato a Roma nel 1978, hai compiuto studi scientifici prima di laurearti in Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma Tre con una Tesi dal titolo La concezione marxiana del lavoro alienato e il libero gioco delle facoltà umane in Marcuse. Hai proseguito conseguendo il Dottorato di Ricerca (PhD) in “Filosofia e Teoria delle Scienze Umane” con la Dissertazione Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell’etica. Parlaci di te, raccontaci parte del tuo percorso di formazione.
Quella di studiare filosofia direi che più che una scelta è stata una risposta ad un richiamo verso qualcosa che risuonava in me, che mi appariva, e mi appare, come famigliare. Dopo il conseguimento della Laurea sono acceduto, tramite concorso, al Dottorato ma dopo il conseguimento di quest’ultimo ho trovato (almeno fino ad ora) impossibile accedere ad una successiva posizione in Italia, tant’è che ho conseguito il Post-Dottorato, parallelamente all’attività di docenza, presso la Scuola dottorale in Filosofia dell’Università di Szeged in Ungheria (dove tuttora mi trovo). Direi quindi, niente di nuovo da segnalare: una formazione svolta in Italia, a carico di questa, e poi il riversamento all’estero delle competenze acquisite, presso chi beneficia così di studiosi già formati da altri.
domenica 2 settembre 2012
Intersezioni
di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)
Letture più affini di quel che può sembrare.
Letture più affini di quel che può sembrare.
giovedì 16 agosto 2012
In ricordo di Alberto Gessani
di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)
Ho appreso solo recentemente della scomparsa, il 31 Gennaio c.a., di Alberto Gessani, Docente universitario di Estetica, appassionato e profondo conoscitore di Filosofia Classica.
Ho frequentato le sue lezioni, ha lasciato il segno in me. Lo ha lasciato sotto il profilo didattico-scientifico: la sua interpretazione degli autori classici, in particolare io rimasi affascinato dalla sua lettura di Platone, rimane quella più armoniosa, completa, profonda, priva di contraddizioni, zone d'ombra o ambiguità, dettata dal logos, che a tutt'oggi abbia mai ascoltato. Lo ha lasciato sotto il profilo umano: costantemente estraneo alle lotte di potere che pressoché sempre caratterizzano l'università (quella nostrana in particolare), interessato unicamente a potersi dedicare a coltivare le sue passioni intellettuali.
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