lunedì 31 maggio 2021

Della (non-)filosofia

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Quando guardiamo un film, assumendo che sia un'opera d'arte, veniamo inevitabilmente a conoscenza anche di alcune informazioni su di esso: il nome del regista e dei protagonisti, la durata, l'anno di rilascio, ecc.
Queste informazioni si depositano in noi accidentalmente, mentre siamo presi da altro, cioè dallo spessore artistico, e quindi dall'apparire estatico, di ciò a cui siamo esposti.
Finita la visione, possiamo certamente riassumere e commentare quelle informazioni che abbiamo acquisito inevitabilmente e accidentalmente, e possiamo addirittura discutere animatamente con altri su chi faccia i riassunti più precisi e i commenti più penetranti. E tuttavia, facendo questo, non solo rimaniamo a distanza dall'artisticità e dall'estaticità apparsa in quell'opera, ma addirittura ce ne allontaniamo ancora di più, perché le informazioni, i dati, le nozioni coprono l'estasi, fino al punto da potercelo far dimenticare e da farci così dimenticare che quell'opera, pur se ha inevitabilmente preso forma in un mondo di informazioni (la physis, l'attuale, il disponibile), è però figlia di una visione estatica, quindi è a quella che si deve tendere se si vuole non semplicemente capire, ma cercare di vivere l'estasi che sta all'origine di tutto ciò che è.
Le informazioni sono mute e fuorvianti su tutto questo.
Le nozioni sono come il fatto che se torno da un posto lontano posso calcolare il tempo e la lunghezza del mio viaggio di ritorno, ma queste misurazioni non dicono niente, e anzi coprono, l'essenza del luogo in cui sono stato.
Eccolo l'approccio "nuovo" che poi nuovo non è, ma lo sembra dato lo stato attuale di quella che passa per alta cultura che cerchiamo di praticare con l'esperienza di "Krinò" e che, fatalmente, è indirizzato a un tipo d'uomo altrettanto "nuovo", che non si ponga di fronte alle opere con l'atteggiamento del ricercatore di informazioni, ma in quanto chiamato da una risonanza che può poi lasciar apparire in flagranza l'indisponibile, che sempre rimane tale.
Quel che ne deriva quindi, non è riducibile a nozioni e non è restituibile in nessun modo, restando così le nozioni del tutto irrilevanti, banali pretesti per vivere l'esperienza dell'indisponibile.
Ecco allora che proiettando questa prospettiva su quella che chiamiamo filosofia, quest'ultima, e il relativo nostro rapporto con essa, ci appare in modo assai diverso da quanto comunemente oggi si ritiene.
In questi termini, infatti, l'opera di un filosofo, non deve più essere studiata e altrettanto non deve più essere spiegata, come invece oggi si fa.
Bisogna resistere all'automatismo della spiegazione che subito scatta in noi, che siamo stati ammaestrati a farlo scattare.
E non deve esserlo perché non può esserlo (studiata e insegnata).
Un testo di filosofia infatti quando è tale, cioè quando non è né manualistica né commentario, che è una forma indiretta di spiegazione anche se è scritto in prosa (ma sempre sui generis) è come una poesia, pertanto non può essere né studiato né spiegato, pena, il ridurlo ad un simulacro di se stesso.
Qualsiasi spiegazione, non importa quanto accurata, informata, raffinata, approfondita, influente, incontrovertibile, aggiornata sia è già, per il solo fatto di essere tale, non letteratura secondaria, come si dice in maniera edulcorata negli ambienti accademici, né filosofia di serie b, come mi è capitato di dire, attribuendo così a questo genere lo status di filosofia che invece non ha, ma nient'altro che non-filosofia. Quella che oggi si fa nei luoghi deputati a quella che si ritiene essere alta cultura.
Così come una poesia, la filosofia la si può solo citare, per far risuonare evocativamente la sua atmosfera.

***

Alcuni dicono, certe volte, di non poter dare un giudizio a proposito di questo o di quest’altro perché non hanno studiato filosofia. È un’irritante assurdità, perché si presuppone che la filosofia sia una qualche scienza. E si parla di essa un po’ come della medicina.

Il lavoro sulla filosofia (...) è in verità più un lavoro su se stessi, sul proprio modo di pensare, sul proprio modo di vedere le cose. (E su ciò che ci aspettiamo da esse.)

Scrivo quasi sempre soliloqui. Cose che mi dico a quattr’occhi.

Credo di aver riassunto la mia posizione nei confronti della filosofia quando ho detto che la filosofia andrebbe scritta soltanto come una composizione poetica. Da questo, mi sembra, dovrebbe risultare in quale misura il mio pensiero appartenga al presente, al passato al futuro.
 
Oh, perché mi sembra di scrivere una poesia quando scrivo di filosofia? È come se ci fosse una piccola cosa qui che ha un significato meraviglioso. Come una foglia o un fiore.

Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi

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venerdì 30 aprile 2021

Un'indagine filosofica sul mondo attuale

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it; IV di 4)

(QUI la prima parte)

(QUI la seconda parte)

(QUI la terza parte) 

Malgrado la globalizzazione, la libera circolazione delle merci, del danaro, delle idee, e degli esseri umani (ma anche delle armi) da una parte all’altra del Pianeta; malgrado la Rete su cui viaggiano continuamente informazioni e messaggi d’ogni genere, tanto che è diventato un problema distinguere le notizie vere dalle false; malgrado l’ormai universale diffusione di Facebook, Instagram et similia; malgrado, soprattutto, la fine del colonialismo e della guerra fredda (ma ne siamo sicuri?) tra le due superpotenze nucleari USA e Russia, l’umanità è pur sempre dilacerata da conflitti che appaiono insanabili: sembra – nonostante i “miracoli” del progresso scientifico-tecnologico che ci hanno semplificato e complicato al tempo stesso la vita – di essere tornati ai tempi bui delle guerre di religione.

lunedì 29 marzo 2021

Un'indagine filosofica sul mondo attuale

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it; III di 4)

(QUI la prima parte)

(QUI la seconda parte)

Una via d’uscita, se non proprio di salvezza, dal senso di smarrimento e spaesamento derivato dalla perdita delle certezze che si basavano su un «mondo gerarchizzato o quantomeno incanalato e contenuto in risposte già previste entro un’ideologia di sostentamento, meno recentemente soprattutto religiosa, in tempi più vicini a noi forse primariamente laica: dalla credenza in un Dio salvifico a quella nella rivoluzione» consiste nel salto, o passaggio epocale, dal paradigma metafisico, cartesiano, dualistico e monoteistico basato sull’ aut-aut a quello spinoziano e leibniziano basato sull’ et-et che non divide, non contrappone, non mette gli enti uno contro l’altro ma li unisce, senza annullarli, nel Logos che tutto comprende e abbraccia. Il mondo della logica duale di ieri «non permetteva di scorgere la differenza tra logos e logica, cioè la differenza definita da quanto esorbita oltre il principio di non contraddizione, oltre, potremmo dire, la fisica newtoniana come paradigma di una scienza classicamente concepita»

mercoledì 17 febbraio 2021

Un'indagine filosofica sul mondo attuale

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it; II di 4)

(QUI la prima parte)

Noi diciamo ancora guerra, ma la guerra di oggi non è più quella di ieri, quando «Nel paradigma binario il nemico era, di massima, magari successivamente variato, ma poi assestato, sempre di fronte e ben percepibile»: di qua noi, di là loro; di qua gli amici, i compagni, i fratelli, di là i nemici; di qua dal fiume la nostra madrepatria, di là la loro: due (o più) patrie, due (o più) nazioni, due (o più) popoli, due (o più) Stati, con i rispettivi eserciti,  le rispettive burocrazie, istituzioni, finanze, chiese, scuole, accademie, giornali… che si fronteggiano in armi… Quelli sì che erano bei tempi: non ci si poteva sbagliare  riguardo a dove stesse il nemico (però qualcuno già allora insinuava il sospetto che il nemico non fosse davanti ma dietro): «La guerra come espressione di Stati e confini e con i suoi vari corollari ideologicamente pregni d’idealità assolute, fondava la sua stessa esistenza su una sicura esistenza del nemico»; dal che si deduce che, nel malaugurato caso in cui non ci fosse, per la salvaguardia della nostra preziosa identità (nonché della nostra salute mentale) bisognerebbe inventarlo (cfr. Umberto Eco, La costruzione del nemico, Bompiani, 2011). Ma oggi, come si è visto, il nemico può materializzarsi ovunque, tanto che «come sede d’insicurezze sconvolgenti bastano le masse anonime di una partita di pallone. Soprattutto su un terreno di cultura di più di un miliardo di potenziali “credenti” cui attingere, e con un impianto ideologico monoteisticamente fondato... le possibilità di difesa scompaiono alla vista e si affidano ai lavori di copertura di servizi di “intelligence” cui un po’ fideisticamente affidarsi. Già questo dover contare sull’“invisibile” di un supporto non ben identificato accresce l’insicurezza dello sguardo al mondo da parte di ciascuno, “affratellato” nella paura e “solo” nel regime di un’imprevedibile possibilità di difesa». Oltre che, ovviamente, di offesa. 


In altri termini Girard ci vuol dire che il mondo attuale ha perso, anche a causa del terrorismo internazionale, le sue certezze, o meglio, le sue illusioni ireniche: altro che la fine della storia nel regime liberaldemocratico, oltre il quale,  secondo il politologo statunitense Francis Fukuyama, non ci sarebbe stato niente di meglio per l’uomo! Dopo la fine della guerra fredda e la caduta del muro di Berlino sembrò per un momento che potesse cominciare finalmente un’epoca di convivenza veramente pacifica tra i popoli della terra, ma l’illusione durò l’espace d’un matin: al vecchio ordine bipolare (peraltro basato sul cosiddetto “equilibrio del terrore” dovuto alla possibilità non solo teorica dell’uso delle armi atomiche da parte delle due superpotenze) è subentrato il nuovo disordine mondiale; l’unificazione del mondo sotto il dominio dell’economia di mercato e della superpotenza rimasta padrona del campo dopo il crollo dell’ Unione Sovietica, cioè gli Stati Uniti d’America, è stata messa in questione non più dal conflitto tra Oriente comunista e Occidente capitalista ma tra il sovrappopolato e povero Meridione e il ricco e “decadente” Settentrione del mondo, nonché dall’inaudito e sconvolgente attacco del terrorismo islamista internazionale. Questa nuova situazione di instabilità e di conflittualità generalizzata e permanente, questa perdita delle coordinate geopolitiche insieme ai tradizionali punti di riferimento religiosi e anche  alla fede nel continuo e irreversibile progresso scientifico  di matrice illuministica e positivistica non poteva evitare ricadute sulla stabilità psicologica dei singoli “abitatori del tempo” (per usare un’espressione di Emanuele Severino) odierno. La messa in questione delle certezze acquisite, del paradigma dualistico per cui c’è netta separazione tra l’essere e il nulla, tra bene e male,  tra vero e falso, tra giusto e ingiusto, tra bello e brutto e, persino, tra vita e morte, non è semplicemente un tratto caratterizzante del nostro tempo privo di conseguenze, ma è causa di un diffuso disagio psichico, come dimostra il fiorente mercato dell’aiuto psicoterapeutico: «La crisi di significato fa allora strutturalmente ingresso in una psicologia che entro certi limiti rinuncia alle certezze e si attesta su un fronte di resistenza più arretrato, fino a far risuonare come garanzia paradossale di sopravvivenza al meglio la capacità di una accettazione profonda di un mondo incerto. Questa è oggi la traccia essenziale delle terapie psicologiche». 

sabato 30 gennaio 2021

Un'indagine filosofica sul mondo attuale

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it; I di 4)

Che cosa caratterizza il mondo in cui viviamo? Quali “paradigmi” condizionano il nostro modo di interpretare la realtà in cui siamo immersi? Su quali valori fondiamo la nostra vita individuale e sociale? In che cosa crediamo (ancora) o non crediamo (più)? È possibile vivere in pace in un mondo perennemente in guerra? Non sarà che noi occidentali, cristiani o atei, basiamo la nostra (relativa) pace sulla potenzialità distruttiva dei nostri armamenti convenzionali e non convenzionali, sulle guerre combattute da altri, purché lontano dai nostri confini? Come mai siamo considerati dai fondamentalisti islamici una massa di infedeli materialisti ed edonisti da convertire o da eliminare? Qual è il nesso tra monoteismo identitario e guerra? Perché le cosiddette “religioni del Libro” sono state più foriere di conflitti che di pace e di fratellanza tra i popoli? Chi possiede la giusta chiave interpretativa dei sacri testi? Non sarà che le masse, occidentali e orientali, acculturate o arretrate che siano, non sappiano andare oltre la lettera dei loro libri sacri? E non ci sarà un nesso tra il letteralismo religioso delle masse e il terrorismo? E tra le guerre, le diseguaglianze, la miseria e le migrazioni che tanto ci allarmano? Basterà erigere muri e blindare le frontiere a salvaguardare la nostra sicurezza e a tutelare la nostra economia? E sarà mai possibile una via di uscita dall’“invaso” epocale nichilistico, consumistico, massmediatico e ipertecnologico di questo nostro mondo in cui l’apparenza vale più della realtà, l’immagine più della persona o della “cosa in sé”, l’avere più del dare, i diritti più dei doveri e dove gli unici valori che contano sono quelli quotati in borsa e l’immanenza ha sostituito la trascendenza e la fisica la metafisica?

giovedì 10 dicembre 2020

Cambiamento?

di Luca Rota (luca@lucarota.it)

Una delle parole che più viene spesa, in questo periodo pandemico e emergenziale, è sicuramente “cambiamento”. Il coronavirus chi ha cambiato la vita, dovremo cambiare le nostre abitudini, c’è la necessità di un cambiamento dei nostri stili di vita, niente sarà come prima e tutto cambierà, eccetera.
Ok, tutto giusto, tutto comprensibile.

Ma cosa vogliamo intendere, poi, con la parola “cambiamento”?

Ci sto pensando di frequente, in questi giorni, leggendo appunto un po’ ovunque di questi inviti o di intenti sul cambiare, e mi pare che, a fronte di quanto sia invocata la parola con tutti i suoi derivati, molto meno ci si esprima concretamente sul cosa cambiare, come, quanto, perché.

A parte che già molti, in filosofia, hanno cercato di disquisire sulla questione fin dai tempi antichi, da Aristotele – che sosteneva (nella Fisica) che se c’è il tempo c’è il cambiamento e solo se c’è un cambiamento può esistere il tempo – in poi, e di recente è uscito questo interessante libro di Federico Sollazzo che offre uno sguardo moderno-contemporaneo sul tema. Ma qui, senza andar troppo sul filosoficamente difficile, vorrei mantenere la mia riflessione su un piano più pratico e quotidiano, in particolare riguardo cosa si possa considerare un “vero” cambiamento, nel presente e nel mondo in cui viviamo.

– Continua su Luca Rota


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domenica 1 novembre 2020

Dimenticanza dell'essere: quando la traduzione sbagliata di un titolo presuppone altro

di Michele Ragno (micheleragnoph@gmail.com) e Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Le lezioni di Martin Heidegger ci hanno insegnato il valore della “parola” e, di conseguenza, quanto una traduzione non sia mai innocente: ogni traduzione infatti nasconde e presuppone una determinata “posizione” di pensiero. Abbiamo applicato questa idea analizzando il problema delle traduzioni del testo heideggeriano Die Frage nach der Technik.

– Continua su Gazzetta filosofica




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sabato 31 ottobre 2020

Brevi osservazioni sulla concezione di "mutazione antropologica" in Pasolini

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Trad. redazionale dall'inglese all'italiano del mio articolo Brief Remarks on the Pasolini’s Conception of “Anthropological Mutation”.)


Come è noto, Pasolini elaborò il concetto di "mutazione antropologica", negli ultimi anni della sua vita, prima del suo assassinio il 2 novembre 1975, in particolare attraverso articoli pubblicistici sui maggiori quotidiani del periodo, che ora sono contenuti, in Italia, nei libri Lettere luterane e Scritti Corsari, e di cui l'incompiuto Petrolio rappresenta la trasposizione in forma mitica. In realtà, la prima cosa che dobbiamo sottolineare è che questo concetto non è isolato nei suoi ultimi scritti, ma è in relazione con altri concetti principali, espressi con formule particolari, come ad esempio: "l'antropologia classica", "il genocidio culturale", "la nuova preistoria", "il dopostoria", tutti termini con cui si fa riferimento, infatti, alla situazione socio-antropologica-culturale, fenomeno della "mutazione antropologica".

– Continua su Pagine corsare (scorrere fino al di sotto del testo in inglese)

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martedì 22 settembre 2020

"Krinò” e l’altrove

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

"Krinò"

Come molti probabilmente avranno notato, oggi iniziano a proliferare discorsi e attività extra-, quando non anti-, accademiche e, come sempre, sono le sottigliezze a fare la differenza.

L’esperienza di “Krinò”, iniziata nel 2017 come seminario universitario e proseguita dal 2018 come centro culturale indipendente, non è assimilabile alla filosofia pratica, alle pratiche filosofiche, alla consulenza filosofica, né è un discorso che vuole dire che siamo tutti filosofi, né però che lo siano coloro che studiano la filosofia. Mi spiego meglio.

lunedì 31 agosto 2020

Sulla filosofia

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it) 

E' stato detto.
Ed è stato detto proprio da coloro che oggi vengono studiati da quelli che, studiandoli, mettono in scena proprio ciò che essi criticavano.
Eppure è stato detto.
Allora, un passo più in là dell'analfabetismo funzionale, esiste anche un'impermeabilità al senso.



Coloro che sperano di diventare filosofi studiando la storia della filosofia dovrebbero, piuttosto, ricevere da essa l'idea che filosofi si nasce proprio come avviene per i poeti, anzi assai più di rado. 
– Arthur Schopenhauer, Sulla filosofia e il suo metodo, in Parerga e Paralipomena

I primi due requisiti del filosofare sono questi: prima di tutto che si abbia il coraggio di non serbare nel proprio cuore alcuna domanda e, in secondo luogo, che si porti a chiara coscienza tutto ciò che si capisce da sé per concepirlo come problema. Infine, per filosofare davvero, lo spirito deve essere veramente ozioso: non deve perseguire degli scopi e dunque non deve essere guidato dalla volontà, bensì dedicarsi integralmente all'ammaestramento che gli danno il mondo intuibile e la sua stessa scienza.  I professori di filosofia, invece, pensano al loro utile e vantaggio personale, a ciò che serve in questo senso: qui risiede la loro serietà. Per questo non vedono affatto tante cose che invece sono chiare; anzi non giungono mai alla meditazione, sia pure soltanto sui problemi della filosofia.
 Arthur Schopenhauer, Sulla filosofia e il suo metodo, in Parerga e Paralipomena