sabato 30 gennaio 2021

Un'indagine filosofica sul mondo attuale

di Fulvio Sguerso (fulviosguerso@libero.it; I di 4)

Che cosa caratterizza il mondo in cui viviamo? Quali “paradigmi” condizionano il nostro modo di interpretare la realtà in cui siamo immersi? Su quali valori fondiamo la nostra vita individuale e sociale? In che cosa crediamo (ancora) o non crediamo (più)? È possibile vivere in pace in un mondo perennemente in guerra? Non sarà che noi occidentali, cristiani o atei, basiamo la nostra (relativa) pace sulla potenzialità distruttiva dei nostri armamenti convenzionali e non convenzionali, sulle guerre combattute da altri, purché lontano dai nostri confini? Come mai siamo considerati dai fondamentalisti islamici una massa di infedeli materialisti ed edonisti da convertire o da eliminare? Qual è il nesso tra monoteismo identitario e guerra? Perché le cosiddette “religioni del Libro” sono state più foriere di conflitti che di pace e di fratellanza tra i popoli? Chi possiede la giusta chiave interpretativa dei sacri testi? Non sarà che le masse, occidentali e orientali, acculturate o arretrate che siano, non sappiano andare oltre la lettera dei loro libri sacri? E non ci sarà un nesso tra il letteralismo religioso delle masse e il terrorismo? E tra le guerre, le diseguaglianze, la miseria e le migrazioni che tanto ci allarmano? Basterà erigere muri e blindare le frontiere a salvaguardare la nostra sicurezza e a tutelare la nostra economia? E sarà mai possibile una via di uscita dall’“invaso” epocale nichilistico, consumistico, massmediatico e ipertecnologico di questo nostro mondo in cui l’apparenza vale più della realtà, l’immagine più della persona o della “cosa in sé”, l’avere più del dare, i diritti più dei doveri e dove gli unici valori che contano sono quelli quotati in borsa e l’immanenza ha sostituito la trascendenza e la fisica la metafisica?

giovedì 10 dicembre 2020

Cambiamento?

di Luca Rota (luca@lucarota.it)

Una delle parole che più viene spesa, in questo periodo pandemico e emergenziale, è sicuramente “cambiamento”. Il coronavirus chi ha cambiato la vita, dovremo cambiare le nostre abitudini, c’è la necessità di un cambiamento dei nostri stili di vita, niente sarà come prima e tutto cambierà, eccetera.
Ok, tutto giusto, tutto comprensibile.

Ma cosa vogliamo intendere, poi, con la parola “cambiamento”?

Ci sto pensando di frequente, in questi giorni, leggendo appunto un po’ ovunque di questi inviti o di intenti sul cambiare, e mi pare che, a fronte di quanto sia invocata la parola con tutti i suoi derivati, molto meno ci si esprima concretamente sul cosa cambiare, come, quanto, perché.

A parte che già molti, in filosofia, hanno cercato di disquisire sulla questione fin dai tempi antichi, da Aristotele – che sosteneva (nella Fisica) che se c’è il tempo c’è il cambiamento e solo se c’è un cambiamento può esistere il tempo – in poi, e di recente è uscito questo interessante libro di Federico Sollazzo che offre uno sguardo moderno-contemporaneo sul tema. Ma qui, senza andar troppo sul filosoficamente difficile, vorrei mantenere la mia riflessione su un piano più pratico e quotidiano, in particolare riguardo cosa si possa considerare un “vero” cambiamento, nel presente e nel mondo in cui viviamo.

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domenica 1 novembre 2020

Dimenticanza dell'essere: quando la traduzione sbagliata di un titolo presuppone altro

di Michele Ragno (micheleragnoph@gmail.com) e Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Le lezioni di Martin Heidegger ci hanno insegnato il valore della “parola” e, di conseguenza, quanto una traduzione non sia mai innocente: ogni traduzione infatti nasconde e presuppone una determinata “posizione” di pensiero. Abbiamo applicato questa idea analizzando il problema delle traduzioni del testo heideggeriano Die Frage nach der Technik.

– Continua su Gazzetta filosofica




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sabato 31 ottobre 2020

Brevi osservazioni sulla concezione di "mutazione antropologica" in Pasolini

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Trad. redazionale dall'inglese all'italiano del mio articolo Brief Remarks on the Pasolini’s Conception of “Anthropological Mutation”.)


Come è noto, Pasolini elaborò il concetto di "mutazione antropologica", negli ultimi anni della sua vita, prima del suo assassinio il 2 novembre 1975, in particolare attraverso articoli pubblicistici sui maggiori quotidiani del periodo, che ora sono contenuti, in Italia, nei libri Lettere luterane e Scritti Corsari, e di cui l'incompiuto Petrolio rappresenta la trasposizione in forma mitica. In realtà, la prima cosa che dobbiamo sottolineare è che questo concetto non è isolato nei suoi ultimi scritti, ma è in relazione con altri concetti principali, espressi con formule particolari, come ad esempio: "l'antropologia classica", "il genocidio culturale", "la nuova preistoria", "il dopostoria", tutti termini con cui si fa riferimento, infatti, alla situazione socio-antropologica-culturale, fenomeno della "mutazione antropologica".

– Continua su Pagine corsare (scorrere fino al di sotto del testo in inglese)

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martedì 22 settembre 2020

"Krinò” e l’altrove

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

"Krinò"

Come molti probabilmente avranno notato, oggi iniziano a proliferare discorsi e attività extra-, quando non anti-, accademiche e, come sempre, sono le sottigliezze a fare la differenza.

L’esperienza di “Krinò”, iniziata nel 2017 come seminario universitario e proseguita dal 2018 come centro culturale indipendente, non è assimilabile alla filosofia pratica, alle pratiche filosofiche, alla consulenza filosofica, né è un discorso che vuole dire che siamo tutti filosofi, né però che lo siano coloro che studiano la filosofia. Mi spiego meglio.

lunedì 31 agosto 2020

Sulla filosofia

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it) 

E' stato detto.
Ed è stato detto proprio da coloro che oggi vengono studiati da quelli che, studiandoli, mettono in scena proprio ciò che essi criticavano.
Eppure è stato detto.
Allora, un passo più in là dell'analfabetismo funzionale, esiste anche un'impermeabilità al senso.



Coloro che sperano di diventare filosofi studiando la storia della filosofia dovrebbero, piuttosto, ricevere da essa l'idea che filosofi si nasce proprio come avviene per i poeti, anzi assai più di rado. 
– Arthur Schopenhauer, Sulla filosofia e il suo metodo, in Parerga e Paralipomena

I primi due requisiti del filosofare sono questi: prima di tutto che si abbia il coraggio di non serbare nel proprio cuore alcuna domanda e, in secondo luogo, che si porti a chiara coscienza tutto ciò che si capisce da sé per concepirlo come problema. Infine, per filosofare davvero, lo spirito deve essere veramente ozioso: non deve perseguire degli scopi e dunque non deve essere guidato dalla volontà, bensì dedicarsi integralmente all'ammaestramento che gli danno il mondo intuibile e la sua stessa scienza.  I professori di filosofia, invece, pensano al loro utile e vantaggio personale, a ciò che serve in questo senso: qui risiede la loro serietà. Per questo non vedono affatto tante cose che invece sono chiare; anzi non giungono mai alla meditazione, sia pure soltanto sui problemi della filosofia.
 Arthur Schopenhauer, Sulla filosofia e il suo metodo, in Parerga e Paralipomena

lunedì 20 luglio 2020

G. Agamben, "Idea della prosa" (estratto)

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Si pubblica di seguito un estratto del libro di Giorgio Agamben, Idea della prosa, Quodlibet, 2002, nuova edizione illuminata e accresciuta, 2020;
nello specifico, la parte intitolata "Soglia", pp. 11-16 – per la quale, proprio per amor di prosa, si immagina il seguente sottotitolo, "La grandezza del pensiero non risiede nel pensato, ma nella pensosità".)

Nell’anno 529 della nostra era, l’imperatore Giustiniano, istigato da fanatici consiglieri del partito antiellenico, decretò con un editto la chiusura della scuola filosofica di Atene.

Toccò così a Damascio, scolarca in carica, di essere l’ultimo diadoco della filosofia pagana. Egli aveva cercato, attraverso funzionari di corte che gli avevano promesso la loro benevolenza, di scongiurare quell’evento; ma aveva ottenuto soltanto che gli venisse offerto, in cambio della confisca dei beni e delle rendite della scuola, uno stipendio di sovrintendente in una biblioteca di provincia. Ora, temendo probabili persecuzioni, lo scolarca e sei dei suoi collaboratori più stretti caricarono libri e masserizie su un carro e cercarono rifugio alla corte del re dei persiani, Khusraw Anōshakrawān. I barbari avrebbero salvato quella purissima tradizione ellenica che i greci – o, piuttosto, i «romani», come ora si chiamavano – non erano più degni di custodire.

lunedì 6 luglio 2020

Filosofia e arte: "farmaci emozionali" che curano mente e spirito

di Elisa Dipré (sentieridellaragione@gmail.com)

Vincent van Gogh, "Notte stellata" (1889)

“… i filosofi sono in qualche modo pittori e poeti; i poeti son pittori e filosofi; i pittori son filosofi e poeti. Donde i veri poeti, i veri pittori e i veri filosofi si prediligono l’un l’altro e si ammirano vicendevolmente” (Giordano Bruno – Explicatio triginta sigillorum)

Due grandi filosofi, Alain de Botton e John Armstrong, credono fermamente che l’arte abbia un impatto sulla nostra intimità e sulla nostra quotidianità, aiutandoci a pensare fuori dagli schemi o semplicemente alleviando tutti quei problemi legati allo stress della vita quotidiana.

Quando si parla di arte mi viene immediato pensare al piacere che si può celare dietro la visione di un’opera. In molti si recano nei musei per poter passare qualche ora ad ammirare tutte le meraviglie custodite all’interno.

Siamo ancora in grado di meravigliarci di qualcosa nell’epoca in cui viviamo? Cosa provoca in noi meraviglia e stupore? Cosa muove il nostro animo, coinvolgendolo ed emozionandolo?

– Continua su I sentieri della ragione

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lunedì 22 giugno 2020

Pasolini in Ungheria. Una rassegna

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Si pubblica di seguito la seconda e ultima parte (la prima è stata pubblicata come precedente pubblicazione del presente sito, "CriticaMente") del saggio di Federico Sollazzo, Pasolini in Ungheria. Una rassegna, apparso sul n. 8, del 2014, della rivista "Studi pasoliniani".
A causa delle restrizioni alla diffusione in open access imposte dall'editore, il presente scritto è qui offerto in un formato diverso rispetto alla pubblicazione in rivista e tuttavia conforme alla stessa pubblicazione in rivista. Chi desiderasse avere informazioni sul numero di pagina di un determinato passo del presente scritto nella versione edita in rivista, può contattare l'autore all'indirizzo: p.sollazzo@inwind.it)

Miscellanea
Nel composito panorama della ricezione ungherese di Pasolini, sono da segnalare anche alcuni eventi, iniziative, attività di varia natura che paiono di particolare interesse.
            Già in occasione del ventesimo anniversario della morte il museo «Ludwig» di Budapest ha organizzato una mostra dal titolo Pier Paolo Pasolini avagy a határátlépés – Megszervezni az átlényegülést (“Pier Paolo Pasolini o attraversare la frontiera Organizzar il trasumanar”) costituita da fotografie e proiezioni di film e arricchita dall’esposizione di una serie di documenti originali.
                Nel 2000 Béla Szemán e Zoltán Zubornyák hanno organizzato a Budapest una settimana commemorativa della vita e dell’opera di Pasolini, con un buon impatto massmediatico e successo di pubblico, con proiezione di film e dibattiti pubblici. Ospiti dell’iniziativa sono stati anche Giuseppe Zigaina e Ninetto Davoli. Da tale evento ne è poi derivato uno simile, ma più ricco, organizzato per il trentesimo della morte con la collaborazione dal Centro Culturale di Ferencváros, dell’Istituto Italiano di Cultura di Budapest, dell’Istituto Cinematografico Ungherese, del Teatro Nazionale di Budapest e il patrocinio di Gyula Hegyi, membro della Commissione Cultura e istruzione del Parlamento Europeo, e diretta da Miklós Jancsó, regista. 
            Nel 2006 è stato realizzato, dall’emittente Duna TV, un documentario di 53 minuti per la regia di Attila Mispál: Egy eljövendő élet (“Una vita che verrà”). Il documentario mette in rilievo la poliedricità espressiva di Pasolini, presentandolo come poeta, romanziere, drammaturgo, giornalista, pittore e regista, e il contenuto al tempo stesso artistico e politico della sua opera.
            Nel medesimo anno ancora Béla Szemán organizza la mostra “Pasolini és én” – Pasolini emlékkiállítás (“Pasolini e me” – Mostra commemorativa su Pasolini”) presso la galleria Örökmozgó di Budapest.
            Sempre nel 2006 viene realizzato il dramma radiofonico in due parti Persona non grata diretto da Csaba Molnár. Presentato in anteprima presso l’IIC di Budapest, sostenuto dal noto portale web di letteratura «Litera» e poi trasmesso da «Magyar Rádió / Bartók Rádió», Persona non grata (titolo in italiano) ha avuto un ottimo riscontro di pubblico e di critica. Il dramma ruota attorno al processo a Giuseppe Pelosi ed è debitore, per indicazione degli stessi autori, a quanto contenuto su tale vicenda sul sito web «Pagine corsare» curato da Angela Molteni[1] e nel volume miscellaneo Omicidio nella persona di Pasolini Pier Paolo (Kaos, 1992), e agli atti processuali e ai documenti dell’Autorità giudiziaria.
            Infine, mi permetto di segnalare le mie due conferenze Guida alla visione di Mamma Roma di Pasolini e Pasolini és az "antropológiai átalakulás" (“Pasolini e la ‘mutazione antropologica’”; in italiano con traduzione simultanea in ungherese), rispettivamente tenute nel 2011 e nel 2012 entrambe presso la Facoltà di Lettere dell’università di Szeged, ed il mio corso Pasolini as a Philosopher svolto nell’anno accademico 2013/2014 presso il Dipartimento di Filosofia della medesima università.

sabato 13 giugno 2020

Pasolini in Ungheria. Una rassegna

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Si pubblica di seguito la prima parte (la seconda verrà pubblicata come prossima pubblicazione del presente sito, "CriticaMente") del saggio di Federico Sollazzo, Pasolini in Ungheria. Una rassegna, apparso sul n. 8, del 2014, della rivista "Studi pasoliniani".
A causa delle restrizioni alla diffusione in open access imposte dall'editore, il presente scritto è qui offerto in un formato diverso rispetto alla pubblicazione in rivista e tuttavia conforme alla stessa pubblicazione in rivista. Chi desiderasse avere informazioni sul numero di pagina di un determinato passo del presente scritto nella versione edita in rivista, può contattare l'autore all'indirizzo: p.sollazzo@inwind.it)

Federico Sollazzo [*] 
Il presente articolo presenta un quadro della ricezione di Pasolini in Ungheria; benché vengano considerati lavori a partire dagli anni Sessanta, l’articolo è focalizzato sulla ricezione a partire dagli anni Duemila. Si cercherà di evidenziare sia quelli che appaiono come meriti che quelli che appaiono come punti critici di tale ricezione, e di offrire una prospettiva sia dei lavori accademici che della penetrazione di Pasolini presso un pubblico più ampio.
This article presents an overview of the reception of Pasolini in Hungary; although are considered works since the Sixties, the article is focused on the reception since the early millennium. It will try to underline both those appear as positive elements and those emerge as problematic points of the reception, and to provide a framework both of academic works and of the reception of Pasolini by a broader audience.

La ricezione di Pasolini in Ungheria presenta delle caratteristiche peculiari che la rendono alquanto problematica ma, proprio in virtù di questo, con ampi margini di intervento e perfettibilità, supportati da un crescente interesse, anche e forse soprattutto extra accademico, che andrebbe pertanto indirizzato con il dovuto rigore filologico e concettuale.
            Il primo elemento da considerare, databile agli anni Sessanta e Settanta, consiste in un inizio difficile e centellinato della penetrazione, limitata a poche traduzioni sparse su alcune antologie e riviste. Situazione, questa, certamente fortemente influenzata dalla censura, più o meno esplicita, operata verso di lui dal regime di allora. Ciò fece di lui una sorta di autore semi-clandestino, noto perlopiù ad una ristretta cerchia di “adepti”.  
            Successivamente, soprattutto a partire dagli anni Novanta, la produzione di Pasolini ha iniziato a trovare più margini di ricezione, una certa ricezione, caratterizzata da almeno tre fattori determinanti. In primo luogo, il Nostro è stato presentato al pubblico ungherese prevalentemente, se non quasi esclusivamente, come regista e teorico del film (che si prodigava anche in prose e poesie, benché la sua attività fondamentale fosse quella cinematografica); nelle riviste in cui ci si occupava di lui, quali «Filmkultúra», «Filmvilág», «Nagyvilág», «Színház», era infatti trattato sempre come cineasta. Inoltre, se il vecchio regime ne aveva ostacolato la divulgazione, al crollo di quello, nell’euforia sempre poco lucida tipica di tutti i grandi cambiamenti sociali, le sue idee politiche gli valsero l’etichetta di “sporco comunista”. Infine, soprattutto nell’ultimo quindicennio circa, la diffusione commerciale delle sue opere, sempre ruotante prevalentemente attorno alla produzione filmica, su un circuito relativamente ampio (recentemente diversi suoi film sono stati riproposti anche in versione DVD), senza però una preliminare conoscenza organica della complessità del suo pensiero e del resto della sua produzione (romanzi, poesie, drammi teatrali, saggi, articoli pubblicistici, ecc.), ha determinato una conoscenza più che dimidiata e quindi distorta di Pasolini, imperdonabilmente semplificata, epurata dai suoi elementi di maggiore complessità concettuale ed esaltante gli elementi “perturbanti”, ai fini della commercializzazione della sua produzione; insomma, il critico dell’omologazione capitalistico-consumistica è stato fagocitato da tale dinamica, in un Paese bramoso di entrare anch’esso (una sorta di “mamma Roma”?) nell’omologato e omologante mondo occidentale.
            Tuttavia, a fronte di queste problematiche, stante una conoscenza relativamente di nicchia di Pasolini, esistono ancora i margini, prima che un processo di iconizzazione pubblica ne precluda una comprensione critica, per quell’operazione, di cui dicevo in apertura, di rigoroso indirizzamento filologico e concettuale degli studi pasoliniani.