lunedì 16 maggio 2016

Through Sartre and Marcuse: For a Realistic Utopia

by Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it; I of 2)

Federico SOLLAZZO[1]

            Abstract. In this article Through Sartre and Marcuse: For a Realistic Utopia I propose the “realistic utopia” as a moral and political paradigm that can orient us towards a satisfactory life in our own society, I analyze the status of a realistic utopia, the chances to build it and whether the movements of protest of  nowadays (often juxtaposed with those of the ’68) are credible subjects for its realization, or not. This is the reason why it is important pass through Sartre and Marcuse. They were two of the ’68 inspiring figures, but we have to untie their thought from the exclusive reference to that period and vogue, because still today they can provide us the conceptual tools to comprehend, and therefore shape, the world in a realistic utopian way.
            Keywords. Herbert Marcuse, Jean-Paul Sartre, realistic utopia, protest movements.

            Nowadays we are immersed in a global cultural and economic crisis. Several movements of protest are been born in front of them (e.g. the socalled Indignados or Occupy Wall Street), sometimes organized also in parliamentary formations, which give rise to a global contestation that is often compared to the movements of the 1968. However, notwithstanding the deep cultural, social, political, economical differences between these two periods, in order to try to understand if and in which measure this confronting is possible, we have to analyze the conceptual tools proposed in the ’68, seeing if they are still suitable nowadays, and also if the old and current movements of protest have really grabbed the conceptual content of that thought. For analyze that conceptual background, we will take here in consideration the thought of two of the maîtres-penseurs of that time, Jean-Paul Sartre and Herbert Marcuse. 
            As is known, the main slogan of the May ’68 was “power to the imagination”: the idea that the empowered imagination would make possible a glimpse of authentic freedom; an idea leaded forward through existentialist and Marxist conceptual tools[2]. However, the Modern development across all the Western world, latter increasingly extended up to almost coincide with the entire globe (and in all cases, affecting the entire globe), of the capitalist mode of production and consumption and, especially and proper nowadays, the explosion of the technological rationality, about which still remain lighting the analyzes of the first School of Frankfurt and of Martin Heidegger[3], show how the imagination is resulted useful for industrial, technical, entertainment-based applications than for a liberation of man, for the socalled system than for its alternatives.
            Under this regard it seems to me that it still remains to meditate accurately on the legacy of two famous sentences, one by Marcuse and one by Heidegger. That of Marcuse: «A comfortable, smooth, reasonable, democratic unfreedom prevails in advanced industrial civilization, a token of technical progress», and that of Heidegger: «the essence of technique is nothing technical»[4].

Call for Papers: The Contribution of Critical Theory in Understanding Society


POLIS 
(Journal of Political Science)
CALL FOR PAPERS
The contribution of Critical Theory in understanding society 
(Ed. Federico Sollazzo)

Vol.4, Nr. 4(14)/2016 (scheduled publication: December 2016; please, see here, last line of the table: http://revistapolis.ro/ads/?lang=en)

Description:

Strumentalità e natura (umana)

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Le nuove frontiere della tecnica costituiscono anche le nuove frontiere della morale, delle quali si parla e si parlerà sempre più; in questo momento, ad es., a proposito del cosiddetto utero in affitto. A priori, non credo possano esserci obiezioni sul fatto che ciascuno possa vivere e agire come più gli piace (si badi, en passant, che questo discorso ne contiene un altro, ovvero il fatto che il limite di tale libertà non sia da intendersi come quel confine dove inizia la libertà altrui: questa è una visione della libertà a compartimenti stagni, a perimetri, a ghetti, una sorta sistema di celle contigue; il limite, se questa è la parola giusta, sta invece nell'interazione con l'alterità: la libertà non è un oggetto da possedere, è una relazione), ergo ogni pratica atta ad incrementare tale libertà è in linea di principio benvenuta.
Federico SollazzoE tuttavia una misura resta. Ma non mi sembra che possa essere quella che si sente andare per la maggiore: indignarsi perché l'utero in affitto, in questo caso, o altre pratiche in altri e/o futuri casi, è una strumentalizzazione della natura, segnatamente di quella umana, per di più fatta per denaro.
Questi argomenti non mi sembrano convincenti per delle ragioni molto semplici.

venerdì 29 aprile 2016

I competenti

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Non si può fare politica senza pronunciarsi su questioni che nessun uomo sensato può dire di conoscere. Si deve essere infinitamente stupido o infinitamente ignorante per avere un’opinione sulla maggior parte dei problemi posti dalla politica.
P. Valéry, Des partis

Sono molti i luoghi in cui Galimberti mette in evidenza come, sotto la spinta dell’iperspecializzazione che lo sviluppo della tecnica (mi permetto di specificare, questo sviluppo di questa tecnica) ci richiede, la democrazia sia destinata ad estinguersi per mancanza delle competenze tecniche necessarie per prendere una decisione su uno specifico tema – sicché, le decisioni vengono poi prese con la “pancia” e i politici diventano affabulatori di masse incompetenti (su questo, una scorrevole e affascinante lettura può essere il suo La morte dell’agire e il primato del fare nell’età della tecnica).
Le implicazioni etiche di un simile scenario sono state individuate dalla Arendt nel suo dirompente La banalità del male dove identifica nella specializzazione, e quindi nello specialista (in quel caso, della “soluzione finale”, amministrata come un qualsiasi indifferente atto specialistico: Eichmann), la fine non solo della possibilità di pensare ma anche della facoltà di giudicare, quindi della responsabilità – tema già anticipato nel’44 da Camus (Eichmann in Jerusalem è del ’63), quando nel suo articolo Non tutto si sistema (pubblicato su Lettres françaises, giornale clandestino del Comité national des écrivains, con un certo imbarazzo), imputa al membro del Governo Vichy, Pucheu, un torto che definisce come “mancanza di immaginazione”; tipica, oggi lo si può constatare ancor più di ieri, dello specialista.

lunedì 25 aprile 2016

Pratica filosofica: pulizia dell'anima

di Maria Giovanna Farina (mg.farina@libero.it)

Mostrerò l'endosmosi abusiva dell'assertorio nell'apodittico e della memoria nella ragione, sosteneva il filosofo Gaston Bachelard (1884-1962) nel suo libro La formazione dello spirito scientifico. Ci avvertiva che questo suo volume sarebbe stato utile per comprendere e distinguere ciò che è scientifico da ciò che è frutto di credenze. Il problema è l'endosmosi, cioè la confusione nel senso preciso di con-fondere, fondere insieme in modo abusivo, arbitrario, ciò che è scientifico con ciò che è invece solo frutto della opinione comune. Fu Platone ad insegnarci la differenza tra doxa e episteme nel dialogo della Repubblica dove sottolinea la validità dell'episteme, il sapere che si basa su conoscenze incontrovertibili, oggi diremmo scientifiche; altra cosa è la doxa, l'opinione che si basa sull'apparenza in contrasto con l'aletheia, quella verità ri-cercata dal filosofo. La nota metafora della caverna, conosciuta con il nome di mito della caverna, esprime per bocca di Socrate, con chiarezza lapalissiana come gli uomini incatenati e obbligati a vedere le ombre proiettate sul fondo della caverna scambino queste ultime con la realtà, diventando incapaci quindi di riconoscere la differenza tra apparenza e verità dei concetti universali. In parole povere se sono obbligata ad osservare la superficie delle cose, le ombre, come posso osservare il loro contenuto profondo? Se subisco passivamente tutto ciò che mi propinano per buono, se sono incatenata dai pre-giudizi, come posso riconoscere il buono in sé? Cioè il vero buono, quello che mi fa bene, che mi fa essere una persona migliore?

martedì 5 aprile 2016

Marcuse and Habermas: Perspectives in Critical Theory

Lecture by Federico Sollazzo
The Critical Theory of Society, that address of thought arisen by the so-called School of Frankfurt, seems to be very suited in describing the nowadays social situation. However, notwithstanding the presence of a common ground, in the Critical Theory of Society – and the same is for the School of Frankfurt as Institution – we find different perspectives and thought’s articulations, sometimes very far from each other.
We can find a very interesting divergence in the transition between the so-called first and second phase of the Institute for Social Research of Frankfurt, that corresponds to two different approaches in Critical Theory. These perspectives can be exemplified comparing the work of Herbert Marcuse and that of Jürgen Habermas.
My aim here is to show how this comparison is not a mere academic exercise. Far from it, the aftermaths of such a comparison – that on its core is between a substantive and a formal idea of man – can enlighten our individual and social choices.

domenica 13 marzo 2016

Se questa è filosofia

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Il presente articolo è stato inizlamente pubblicato su «La chiave di Sophia», diviso in due parti, rispettivamente il 14 e il 24 febbraio 2016)

In parole povere stiamo dicendo che non possiamo fare a meno della storia della filosofia (...) allora questo non potere fare a meno diventa una domanda su questo non potere fare a meno, diventa la richiesta che ci sia esibito come tutto ciò si è dato. E là dove non c'è questa domanda, dove non è suggerita, sollevata, ricordata, non c'è esperienza filosofica, non c'è esercizio filosofico, c'è solo esercizio di cultura. Ma se la cultura è infine libertà, la mera cultura storiografica non è esercizio di libertà, perché è l'esercizio di essere soggetti alla cultura e non soggetti della cultura, soggetti alla pratica, senza nemmeno essere consapevoli di esserlo. 
C. Sini, La verità pubblica e Spinoza

Ormai il sapere occidentale ha un suo orientamento ben preciso, che emerge con particolare evidenza nei luoghi del sapere istituzionalizzato: le università. Chiunque abbia un minimo di confidenza con queste, infatti, sa bene che ciò che avviene là dentro è una trasmissione di dati. Cosa che è comprensibile nel caso di quei saperi direttamente finalizzati alla realizzazione di qualcosa di pratico – anche se questo non li esonera da una riflessione sulla loro stessa essenza, che è invece quasi sempre assente. Cosa che però avviene anche per quelle discipline che avrebbero il proprio fine in se stesse, quindi essenzialmente in una riflessione su se stesse, non nella ricerca di un utile esterno, e che invece diventano sempre più un archivio di dati trasmissibili e verificabili, nozioni soggette ad una metodologia unica, universale e predeterminata.  

giovedì 18 febbraio 2016

Federico Sollazzo, "Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell’etica"

di Moira De Iaco (moiradeiaco@libero.it)

Il libro di Federico Sollazzo Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell’etica – arricchito nella nuova edizione digitale della Kkien Publishing International dal testo iniziale “Quando una crisi non è un’opportunità: la coincidenza con ciò che si vorrebbe superare” – risponde a un’istanza fortemente attuale, quella di riflettere sulla forma politica e morale delle democrazie occidentali liberali fondate sulla razionalità strumentale. Assolvere il compito di svelare quello che Sollazzo chiama “totalitarismo post-totalitario” affrontando temi e autori della filosofia morale e politica contemporanea, permette a quest’opera di presentarsi come un’indispensabile strumento per studenti e studiosi intenti a riflettere sulla crisi totalizzante del nostro tempo. La prospettiva, come l’autore si preoccupa di precisare nella premessa, non è quella di auspicare un nostalgico e obsoleto ritorno al passato, bensì quella di indagare “la struttura pratico-operativa e ontologica della società occidentale” (p. 4) in vista del conseguimento di un pacifismo sociale. 

Il lavoro si articola in quattro capitoli preceduti da un saggio iniziale e seguiti da un’importante bibliografia ragionata. L’eterodeterminazione, da intendersi come una forma di autodeterminazione indirizzata e vincolata a forme e modalità prestabilite,  come prodotto del tempo in cui ci troviamo a vivere, è l’oggetto di riflessione dell’articolo introduttivo: l’Essere della nostra epoca, il soggetto impersonale che governa la vita di chi vive in questo tempo, è la razionalità strumentale. Il suo avvento viene efficacemente descritto con la dialettica hegeliana servo-padrone: il capitale, l’Essere, “schiavizza la tecnica per potersi incrementare e moltiplicare con efficienza, il capitale è il padrone, la tecnica il servo” che hegelianamente è diventato il padrone – e dunque l’Essere del nostro tempo – schiavizzando il capitale (p. 6). L’uomo risulta quindi dominato dalla razionalità strumentale che ne determina tanto gli atteggiamenti, i ragionamenti, i bisogni e i desideri orientandoli in modi e forme e prestabilite quanto le relazioni sociali che entro questo quadro sono immodificabili. L’individuo così conformato, non eccedente la razionalità strumentale ma ad essa coincidente, è un esecutore di funzioni economiche e sociali che indossa delle maschere. In una tale società, Sollazzo evidenzia come lo stesso pluralismo politico tanto sbandierato dalle democrazie occidentali sia solo “formale e nominale”, “una lista dicliché”; infatti, misura quantità e non esprime qualità (p. 7). Al soggetto, che corre costantemente il rischio di costruirsi entro l’ordine prestabilito, nessuna differenza gli è garantita, non gli resta che un movimento di sottrazione, chiave d’accesso a un territorio di pura negatività dove soltanto è possibile generare qualcosa di autentico e originale.

lunedì 8 febbraio 2016

Invece che questuare la politica

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Sempre più spesso ci si affida alla politica per la risoluzione di problemi essenziali (addirittura a volte non semplicemente chiedendo ma pretendendo tale risoluzione) – sintomo di uno spaesamento generale che innalza la richiesta di pater familias. Ma una simile richiesta, pretesa, supplica è giustificata? La politica può e/o deve soddisfarla?
Innanzi tutto, per avere almeno una chance di soddisfarla i politici dovrebbero essere degli uomini di cultura e pensiero, cosa oggi sempre più rara, basti notare la pochezza culturale e la piattezza argomentativa di molti di loro.
Ma soprattutto, i politici non possono e non devono soddisfare quella questua di senso, perché la politica – che evidentemente prendo qui in termini istituzionali – è mera amministrazione dell’esistente.