giovedì 1 ottobre 2009

L'individualismo nelle teorie liberali

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Di fronte alla questione delle catastrofi sociali prodottesi a causa della pretesa del potere politico di realizzare definitivamente la giustizia, di fare, quindi, dello Stato il soggetto particolare di un presunto ordine universale, l’incarnazione di un ché di assoluto e, conseguentemente, di non discutibile, vi sono autori che reagiscono ipotizzando una determinata impostazione sociale, politica ed etica, che possa essere esente da una simile problematica, e vi sono autori che vedono in una qualsiasi eventuale organizzazione del potere statale una forma di limitazione della libertà individuale e che, pertanto, immaginano una impostazione sociale in cui il potere politico sia ridotto al minimo indispensabile. E’ questo, in prima approssimazione, il punto di vista dei pensatori liberali, fra i quali si pone la recente teoria nozickiana dello “Stato minimo”, proponente la tesi di un interventismo statale ridotto allo stretto indispensabile, nella regolamentazione dei rapporti interpersonali. Con una simile argomentazione, Robert Nozick, da un lato opera una critica della teoria della giustizia di John Rawls, e dall’altro si pone nel solco del liberalismo e dell’individualismo radicale di Friedrich August von Hayek.
Rawls viene difatti da Nozick criticato in quanto, la sua teoria della giustizia, legittimando un’onerosa tassazione finalizzata ad aiutare i ceti più svantaggiati, sottrae agli individui più abili e più capaci una parte del frutto del loro lavoro, violando così la loro libertà. Infatti, assorbendo gli insegnamenti lockiani, Nozick ritiene che ogni individuo sia padrone di se stesso, del proprio lavoro e dei frutti che ne ricava, pertanto, una tassazione redistributiva origina una sorta di schiavitù poiché costringe l’individuo a lavorare non per se stesso ma per gli altri:

Nozick, nella sua polemica contro lo Stato distributivo, non usa mezzi termini: «La tassazione dei guadagni di lavoro è sullo stesso piano del lavoro forzato», la giustizia distributiva realizza solo ingiustizia, perché serve a premiare soltanto l’«invidia» di coloro che sperano di vivere di rendita alle spalle degli altri(1)

Ecco perché, in luogo della teoria rawlsiana della giustizia, Nozick propone la “teoria del titolo valido”(2), per la quale il diritto alla proprietà privata, se è posseduta a giusto titolo, non può subire nessuna limitazione:


1. La persona che acquisisce una proprietà secondo il principio di giustizia nell’acquisizione (Una ricchezza è giusta se la sua acquisizione originale fu giusta e pure giusto è stato ogni passaggio successivo da persona a persona; o se ogni precedente ingiustizia è stata sanata) ha diritto a quella proprietà.
2. La persona che acquisisce una proprietà secondo il principio di giustizia nel trasferimento, da qualcun altro avente diritto a quella proprietà, ha diritto a quella proprietà.
3. Nessuno ha diritto a una proprietà se non con applicazioni (ripetute) di 1 e 2 
(In conclusione) Il principio completo di giustizia distributiva direbbe semplicemente che una distribuzione è giusta se ciascuno ha diritto a possedere le proprietà che possiede con quella distribuzione(3)

Come si vede, la nozickiana teoria del titolo valido consiste nell’applicazione del concetto di giustizia non alla ripartizione delle risorse, come avviene nelle teorie di giustizia distributiva, ma all’acquisizione delle stesse, potendosi così definire come una «teoria della giustizia nella proprietà»(4), il cui fondamento risiede nel carattere storico della giustizia nel possesso della proprietà. Ovviamente, l’humus del quale si nutre tale teoria è quello, lockiano, della concezione dell’inviolabilità della proprietà privata, quest’ultima infatti porta, per Nozick, alcuni importanti benefici, fra cui: l’aumento della ricchezza sociale (mettendo i mezzi di produzione nelle mani di coloro che li sanno usare con efficienza e profitto); l’incremento dell’iniziativa e della sperimentazione; la possibilità per le persone di stabilire come investire le proprie risorse senza intermediari.
Da Hayek, invece, Nozick mutua l’idea che il liberalismo non sia una mera concezione economica, ma una sorta di visione del mondo con riflessi in ambito sociale, politico, giuridico e psicologico. In particolar modo quest’ultimo (quello psicologico) è, per Hayek, un campo di ricerca molto fecondo poiché rende evidenti quelli che lui ritiene essere i danni che lo statalismo provoca sulla mentalità di ciascun individuo. Secondo il filosofo viennese, infatti, uno Stato onnipresente, oltre a mortificare l’economia di mercato, tende ad inibire il “gusto” della libertà d’iniziativa, incidendo, così, negativamente sulla forma mentis delle persone. Ogni forma di liberticidio, insomma, non colpisce solo la struttura esterna della realtà, ma blocca anche la spinta all’azione che ogni individuo porta in sé. Di conseguenza, una teoria della giustizia sociale che implichi una qualsiasi forma di controllo sulle risorse economiche dei cittadini (ad esempio, ridistribuendo le ricchezze attraverso un determinato sistema di tassazione) rappresenta una violazione della libertà degli individui, i quali possono condividere le proprie ricchezze con gli altri, solo se desiderano farlo, ma in nessuno caso essendo moralmente e/o legalmente obbligati a farlo. La fiducia in una simile visione della giustizia sociale è, in Hayek, sostituita da quella nel libero mercato, nella sua capacità di armonizzazione spontanea fra le decisioni dei produttori ed i desideri dei consumatori(5). E’ questa la via che conduce alla formazione di quella che Hayek chiama la “Grande Società”, ossia, una società complessa, non sottostante ad una pianificazione centralizzata, ed affidata all’iniziativa individuale ed alla libera concorrenza. In una simile società la politica appare non solo come un male necessario, ma addirittura come un meccanismo imperfetto rispetto alle regole del libero mercato, regole alle quali la politica, per migliorarsi, dovrebbe tendere, a partire dall’ambito terminologico: il termine democrazia (governo del popolo) dovrebbe essere sostituito da quello di “demarchia” (governo delle regole). Hayek si spinge inoltre sino ad ipotizzare gli organi costituzionali che una tale demarchia dovrebbe avere: un’“ assemblea legislativa”, costituita da persone fra i 45 ed i 60 anni, che restano in carica per quindici anni, con il compito di tutelare la sfera privata da qualsiasi coercizione, ed un’“assemblea governativa”, che latu sensu corrisponde ai parlamenti, composta da persone, suddivise in partiti, elette periodicamente, con il compito di occuparsi degli interessi particolari(6).
Ora, pur proseguendo su questa linea di riflessione, Nozick non estremizza le argomentazioni di Hayek, giungendo alla conclusione della doverosità dell’eliminazione dello Stato di diritto, sulla necessità del quale come rimedio agli “inconvenienti” dello stato di natura si trova in accordo con Locke, ma le rielabora sino a giungere alla teoria del cosiddetto Stato minimo, inteso come quello Stato che interviene il meno possibile nella regolamentazione dei rapporti (in primo luogo) economici e (in generale) sociali, fra gli individui. Lo Stato minimo è alternativo a quello contrattualista poiché non nasce da un accordo sul potere politico, fra quanti dovranno poi sottoporvisi, infatti la genesi dello Stato minimo è da Nozick immaginata come l’estendersi progressivo di un processo fondamentalmente mercantile: gli individui che si trovano nello stato di natura, anziché accordarsi in un patto, comprano protezione da associazioni che siano disposte a fornirgliela. La garanzia della sicurezza (considerabile forse come l’elemento di contatto fra l’assolutismo ed il liberalismo poiché anche per Hobbes essa è la funzione fondamentale dello Stato, benché derivante, diversamente da Nozick, da un patto sociale) giunge, così, attraverso una via puramente di mercato. Ovviamente, tale proposta poggia sul postulato che gli individui abbiano una sorta di primato sulla società, infatti, oltre agli individui stessi, non esistono, per Nozick, entità moralmente e politicamente rilevanti. In questa prospettiva, lo Stato assume esclusivamente la funzione di “guardiano notturno”:

uno stato minimo, ridotto strettamente alle funzioni di protezione contro la forza, il furto, la frode, di esecuzione dei contratti, e così via, è giustificato; […] qualsiasi stato più esteso violerà i diritti delle persone di non essere costrette a compiere certe cose, ed è ingiustificato […] (pertanto) Lo stato minimo è lo stato più esteso che si può giustificare(7)

Quello minimo è, allora, non solo uno Stato necessario, ma addirittura l’unico Stato giustificabile, poiché soltanto esso riesce contemporaneamente ad evitare l’anarchia ed a garantire che la libertà individuale non venga limitata dagli interessi statali. E’ questa quindi, per Nozick, l’unica forma di ordinamento socio-politico realizzante quell’utopia socio-politica che il pensiero occidentale moderno ha sempre ricercato, e che egli, diversamente dalla tradizione che va da Tommaso Moro al socialismo utopistico, non interpreta come il perseguimento di un determinato genere di vita valido per tutti, bensì come la possibilità di un ordinato con-vivere, che si colloca a metà strada fra lo statalismo e l’anarchia, e nel quale ciascun individuo sia libero di ricercare il proprio stile di vita(8).In altri termini, lo Stato minimo si potrebbe definire come uno Stato razionale, anzi, addirittura come l’esito ultimo della razionalizzazione dello Stato, dato che, per Nozick

se c’è una cosa che continua (dopo le “destabilizzazioni antropologiche” portate da Niccolò Copernico, Charles Darwin e Sigmund Freud) a conferire all’umanità uno status speciale, questa è la razionalità. Forse questo nostro importante attributo non viene esercitato sempre con coerenza; nondimeno esso fa di noi un caso a parte(9)
Lo Stato minimo rappresenta, dunque, la casa ideale per un simile “caso a parte”. Tuttavia, lo stesso autore ritiene anche che la razionalità sia «una forza che fa parte integrante di un contesto, in cui gioca un ruolo insieme ad altre componenti, non un’istanza esterna ed autosufficiente che giudichi ogni cosa»(10). La razionalità, insomma, influenza il ed è influenzata dal contesto in cui si trova, e lo stesso vale per i risultati ai quali giungiamo attraverso il suo uso. Un esempio di ciò, Nozick lo rintraccia nell’interazione razionalità-società, tipica della modernità occidentale, che ha prodotto un mondo in cui

calcolo economico e monetario, razionalizzazione burocratica, regole e procedure generali hanno finito per prendere il posto di un’azione basata sui legami personali e i rapporti di mercato sono stati estesi a nuovi campi(11)

Ora, se la razionalità, ed i risultati cui si perviene con il suo utilizzo, è sempre contestualizzata (come già affermava il padre dell’ermeneutica, Hans-Georg Gadamer), ciò significa che l’ordinamento sociale liberalista, che in Nozick sfocia nella teoria dello Stato minimo, può essere, tutt’al più, il migliore ordinamento sociale per la moderna società occidentale, ma non il miglior ordinamento sociale in assoluto. Tutto ciò non toglie certo importanza e valore alla teoria liberalista dello Stato minimo, ma la colloca in una prospettiva in cui tale teoria appare esclusivamente come il possibile frutto di un determinato contesto sociale (avvicinando così, stranamente, il liberalismo ad una delle idee portanti del comunitarismo).
Infine, è interessante ricordare le osservazioni di Norberto Bobbio il quale, cercando di decifrare l’essenza del liberalismo, a partire dal chiarimento della questione “Quale liberalismo?”, afferma che questo, come teoria economica, sostiene l’economia di mercato, e come teoria politica, sostiene lo Stato ridotto al minimo necessario, ma, a ben vedere, queste due teorie si fondono, poiché

Sotto entrambi gli aspetti, economico e politico, il liberalismo è la dottrina dello stato minimo: lo stato è un male necessario, ma è un male. Non si può fare a meno dello stato, e quindi niente anarchia, ma la sfera in cui si estende il potere politico (che è il potere di mettere in galera le persone) sia ridotta ai minimi termini(12)

Ma, avverte lo stesso Bobbio, comunque la si voglia impostare, nessuna società può fare a meno di quel collante costituito da una determinata distribuzione delle ricchezze e delle risorse, infatti «Perché una qualsiasi società stia insieme occorre introdurre anche qualche criterio di giustizia distributiva»(13). Quest’ultima è invece assente in quel ritiro dello Stato dalla sfera dell’economia, dell’istruzione e dell’assistenza, propugnato da Nozick, un ritiro che rischia di innescare dei conflitti sociali che, in assenza di una qualsiasi forma di giustizia distributiva, possono essere sedati solo con mezzi repressivi, il che ricorda, paradossalmente, il modus operandi delle società totalitarie. In altre parole, nelle teorie liberali è presente un individualismo proprietario che fa astrazione dal carattere ineludibilmente sociale e cooperativo di ogni attività umana.

1) N. Matteucci, Il liberalismo, Il Mulino, Bologna 2005, p. 78, e cfr. R. Nozick, La giustizia distributiva, in Anarchia, stato e utopia, Le Monnier, Firenze 1981.
2) Con la perifrasi “Titolo valido”, si è reso l’originale termine di “entitlement”, cfr. Ibidem, p. 160, nota del traduttore.
3) Ibidem, p. 161, prima parentesi p. IX, ultima parentesi mia.
4) Ibidem, p. 163.
5) E’ forse superfluo osservare come tale punto sia in assoluto disaccordo con le posizioni di molti autori continentali.
6) Cfr.F. A. von Hayek, Legge, legislazione e libertà, il Saggiatore, Milano 1986.
7) R. Nozick, Anarchia, stato e utopia, cit., pp. XIII e 159, parentesi mia.
8) Cfr. R. Nozick, Un’impalcatura per utopia, in Ibidem.
9) R. Nozick, La natura della razionalità, Feltrinelli, Milano 1995, p. 12, parentesi mia.
10) Ibidem, p. 170.
11) Ibidem, p. 237.
12) N. Bobbio, Liberalismo vecchio e nuovo, in Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1995, p. 132.
13) Ibidem, p. 121.

(«L'accento di Socrate», n. 11, 2011, e «Ideas Have Consequences», 17/02/2012)

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1 commento:

  1. gullace girolamo mario16 ottobre 2009 07:34

    Il problema dello Stato, minimo o massimo che sia, è quello di dirigere, amministrare, controllare, attraverso leggi scritte e no, il Sè individuale dello Stato, delimitato dai suoi confini. Ogni teoria che estremizza e vorrebbe imporre una sola soluzione porta alla perdita del valore fondamentale, dello strumento più efficace per autogovernarsi e affrontare le imprevedibilità esterne e interne, il valore, lo strumento, è la diversità di possibili soluzioni, teorie, interventi. La contemporanea presenza di liberismo e di intervento pubblico permette quella struttura aperta capace di fronteggiare nel modo più razionale la navigazione nel mare degli eventi che non saranno mai totalmente controllati.

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