lunedì 14 aprile 2014

Il vero collante del nuovo fascismo: la disoccupazione

di Pietro Piro (sekiso@libero.it)

Un importante articolo del presidente dell’ANPI, il Prof. Carlo Smuraglia, apparso sull’Unità sabato 29 marzo 2014 a p.8, intitolato: «Antieuropeismo, collante di nuovi fascismi», riporta quest’affermazione del giuslavorista: «Vediamo processi di possibile saldatura tra formazioni di derivazione dichiaratamente neonazista, neofascista e altre forze e movimenti con connotazioni più o meno razziste e xenofobe, basate sull’odio del diverso. Questa possibile saldatura attraverso un collante potenzialmente unificante che è l’antieuropeismo può essere detonante e deve imporre una risposta articolata, anche di tipo normativo». 
In parte, la diagnosi è corretta. L’antieuropeismo è certamente un fattore di aggregazione ideale e un riferimento “culturale”. Tuttavia, a nostro avviso, si tratta di un’idea molto generica e anche un po’ troppo complessa perché faccia da collante per un movimento che ha come base emozionale rabbia, frustrazione, assenza di prospettive, nichilismo diffuso, che con sfumature molto diverse  e necessariamente significative  denominiamo “nuovo fascismo”. 

giovedì 3 aprile 2014

Il potere a partire da Machiavelli

Si pubblica di seguito l'Abstract della Relazione A Possible Role in the Contemporary Society for the Machiavellian Main Concepts, tenuta da Federico Sollazzo al Convegno internazionale The Exercise of Power 500 Years After The Prince Was Written, svoltosi presso l'Università Lumina di Bucarest, nel 2014.

sabato 29 marzo 2014

L’era della mediocrità

di Patrizio Paolinelli (patrizio.paolinelli@gmail.com)

La cultura sta morendo? Questa preoccupante domanda capita di sentirla formulare in orazioni più o meno esplicite durante convegni, dibattiti, trasmissioni radiofoniche, interviste e così via. Ovviamente la cultura non sta morendo, basti pensare solo al fatto che tutti noi continuiamo a utilizzare la nostra lingua. E se la cultura fosse morta non ci sarebbero più parlanti. Tuttavia, se la domanda si pone ormai da diversi anni e non trova una risposta, vuol dire che qualcosa di importante è accaduto e questo qualcosa ha un effetto catastrofico tanto da ricorrere all’immagine della morte.
Prima di individuare le cause della catastrofe e capire cosa ha lasciato al suo passaggio è necessario indicare anche solo sommariamente le basi materiali su cui si è edificato l’immaginario culturale del nostro recente passato. Quello ricordato con una punta di nostalgia da anziani, da uomini e donne di mezza età e che va dagli anni ’50 agli anni ’70 del secolo scorso. Un battito di ciglia dal punto di vista della storia, un abisso per un giovane di oggi.

venerdì 28 febbraio 2014

Questione di antropologia (Appunti sulla democrazia)

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Ragionando sulla democrazia, quasi sempre il ragionamento inizia e finisce considerando solo il livello collettivo, “macroscopico”, della questione, l’ambito politico-sociale. Quasi mai si considera invece il livello individuale, “microscopico”, che è invece quello dove un certo ordine politico-sociale prende corpo, influenzando poi a sua volta il livello microscopico stesso. Non è infatti un caso l’attenzione (rimossa dalla vulgata marxista) che i francofortesi Adorno, Horkheimer e Marcuse riservano al concetto di individuo, né la felice espressione foucaultiana di “microfisica del potere” (insomma, mi si passi la citazione, per dirla con Totò, “è la somma che fa il totale”).
Se una simile impostazione può essere utile per contenere in un’immagine unitaria la complessità dei fenomeni, per avere uno sfondo su cui lavorare, risulta però essere limitata per la comprensione approfondita degli stessi fenomeni che osserva. Ecco perché se si applica questo tipo di sguardo alla questione della democrazia si finirà col farla coincidere con un sistema di comportamenti e regole, con un meccanismo, con un involucro, perdendone di vista il contenuto. E poiché il contenuto sono gli individui, mi sembra che sia opportuno partire dalla considerazione di una questione, latu sensu, di antropologia.   

giovedì 6 febbraio 2014

Il totalitarismo post-totalitario

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Intervento di Federico Sollazzo, video a cura di Antonio Cecere e Mauro Cascio

sabato 25 gennaio 2014

martedì 21 gennaio 2014

Federico Sollazzo: dall’Italia all’Ungheria, ci incita a “tornare a ragionare”

di Ausilia Gulino (redazione@nuovepagine.it)

La messa in crisi dei vecchi paradigmi non solo filosofici che riguardano l’idea di uomo suscita molta curiosità nella società odierna dove si cerca sempre di trovare risposte finalizzate a sicurezze e autostima. Abbiamo voluto parlarne con Federico Sollazzo che con il suo ultimo libro Totalitarismo, democrazia, etica pubblica. Scritti di Filosofia morale, Filosofia politica, Etica, ha voluto fornire punti di partenza, come nuove opportunità, in un’epoca dove vige il pessimismo.

A cosa è dovuto, secondo lei, il fatto che l’uomo non riesce a trovare se stesso?
Credo che certi argomenti non possano essere affrontati in maniera troppo generale. Per circoscrivere un po’ il campo vorrei citare una frase di Max Scheler: «In quasi diecimila anni di storia, noi siamo la prima epoca in cui l’uomo è diventato completamente e interamente “problematico” per se stesso; in cui egli non sa più cosa è, ma allo stesso tempo sa anche che non lo sa». Ecco, in quest’ultima frase «sa anche che non lo sa» credo sia riassunta la problematica a cui si fa riferimento nella domanda; per dirla con un altro importante antropologo filosofico, Arnold Gehlen: «la perdita degli immobili culturali». A ben vedere, come ha evidenziato Paul Ricœur con la formula “maestri del sospetto”, riferendosi a Karl Marx, Friedrich Nietzsche e Sigmund Freud, la messa in crisi di quelle che erano delle certezze consolidate è la cifra che caratterizza tutta la moderna cultura occidentale (oltre che, direi, qualsiasi tipo d’innovazione), anche se in epoca contemporanea questo processo è amplificato dalla velocità e dalla quantità dei cambiamenti che la tecnologia (pro/im)pone.
Di per sé, la messa in crisi dei vecchi paradigmi, quindi anche della precedente idea di uomo, non è un problema, anzi, come ormai si sente spesso ripetere (talvolta però strumentalmente da politici e economisti, ma questo è un altro discorso), ogni crisi contiene un’opportunità. Tuttavia nell’attuale crisi cultuale e valoriale c’è un problema peculiare. E attenzione, non è quello, come a volte si sente dire, che alla crisi dei vecchi paradigmi non segua la formazione di nuovi, ma, diversamente, proprio il fatto che i nuovi paradigmi ci sono e che la loro natura non sembra affatto incoraggiante. In sintesi, abbiamo costruito un’idea di uomo basata sui principi della razionalità economica e, ancor di più, della razionalità tecnologica, e gli stessi movimenti di critica appaiono spesso come semplici articolazioni ed evoluzioni di questa razionalità; mi viene in mente una delle ultime considerazioni di Pasolini che diceva che si cercano le alternative, ma non l’alterità. Il risultato di questo processo è la creazione di un nuovo tipo di vivente, talmente mutato dal precedente che bisognerebbe forse trovare un altro nome al posto di quello di uomo. Anche di questo mi occupo nella prima parte del libro (e nei miei correnti studi).

lunedì 20 gennaio 2014

Il falso censore e il reprobo collaborazionista. Note sul margine della legge e della morale letteraria

di Maurizio Montanari (mauriziomontanari@libero.it)

Nel gergo comune il termine "perverso" ha assunto nel corso del tempo una connotazione totalmente negativa, usato non senza un fondamento nella maggior parte dei casi per descrivere soggetti dediti a pratiche sessuali particolari, devianti, fuori norma o percepite come bizzarre e pericolose. Dire "è un perverso" segna una mescolanza dei termini clinici col linguaggio comune che li utilizza con valenze che in molti casi si discostano molto dalla radice originaria. Perverso e perversione sono un esempio attuale di questa traduzione dal linguaggio clinico al gergo contemporaneo.
Con Lacan assistiamo ad una definizione del perverso che oltrepassa, se cosi possiamo dire, le manifestazioni esteriori e sopra descritte. Si va a sondare la struttura e la volontà del soggetto rispetto alla volontà dell’Altro. Il perverso si definisce per una sua capacità di collocarsi nella storia come individuo a margine, a lato. Capace di chiamarsi fuori come soggetto per delegare in toto il suo agire, e le responsabilità di questo, ad un ordine prestabilito del quale si sente un mero esecutore. Un tramite privo di volontàAllora l'uomo si alza, bussa alla porta accanto e, come agente sotto copertura contro i crimini sessuali, arresta Larry Craig. Il punto è che Craig, 62 anni e padre di tre figli, esponente di spicco della destra religiosa, è senatore repubblicano dell'Idaho, e da anni conduce una crociata anti-gay: da sempre si oppone al matrimonio gay e a includere la violenza omofoba tra gli hate crimes (o di tipo razziale o sessuale). 
L’ideale dell’Io è la pratica del buon dire, della buona legge. E' pronunciare le cose giuste, sensate, razionali, per un andatura equa e controllata. E’ il "politicamente corretto". Ma l'ideale dell'io, ha un osceno contrappeso. Il suo contrario, fatto nell’ombra. Anzi, la legge rigida e gridata vela una produzione oscena che sostiene la legge stessa.

giovedì 16 gennaio 2014

Se una para-democrazia si fa dogma (Appunti sulla democrazia)

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Come ho avuto modo di scrivere in un articolo, Appunti sulla democrazia, che ha dato il via ad una serie di articoli, di autori diversi, recanti quella dicitura (destinati a confluire in un e-book), anche la democrazia è oggi sottomessa a logiche economiche di tipo crematistico. Tuttavia, a segnare la corrente crisi dell’idea e della pratica di democrazia, concorre in maniera ancora più determinate un altro fenomeno, che qui chiamerò: “rumore”.