martedì 24 gennaio 2017

“Transizioni. Filosofia e cambiamento”. Una presentazione del volume

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Esce nei primi mesi del 2017 un nuovo volume della collana “pratica filosofica” presso l’editore KKIEN Publishing International, intitolato Transizioni. Filosofia e cambiamento. Come altri volumi della stessa collana, anche questo è un ebook con l’opzione del print on demand, ma a differenza di tutti gli altri sinora pubblicati, è un volume collettaneo, che avrò il piacere di curare, a cui prenderanno parte sia alcuni dei membri del comitato scientifico della collana stessa (me compreso, prendendovi parte dunque sia come curatore che come coautore), che alcuni altri studiosi. Le linee guida in base alle quali il volume è stato pensato, sono essenzialmente due.
La prima, come già il titolo rivela, è il leit motiv del mutamento, che verrà trattato, come se si rifrangesse in una sorta di prisma, da molteplici punti di vista. Questo tema, da un lato, è sempre implicato in qualsiasi riflessione filosofica, essendo niente di più e niente di meno che la questione del divenire, dall’altro, si pone come di particolare attualità oggi, dove è sempre più netta la sensazione di vivere in un’epoca di transizione.

giovedì 29 dicembre 2016

Sociologia e Sociosofia

di Daniele Iannotti (fratelli.iannotti@alice.it)

Francesco Giacomantonio, Sociologia e Sociosofia. Dinamiche della riflessione sociale contemporanea, Asterios, Trieste 2012

La preoccupazione dalla quale l'autore del testo prende le mosse consiste nel constatare l'attuale statuto problematico della disciplina sociologica; nell'introduzione del volume, infatti,  F. Giacomantonio ci ricorda il fatto che il peculiare oggetto di analisi di questa scienza, il collegamento con gli studi gemmatisi dalla filosofia ed il suo legame genetico e categoriale con quest'ultima, conferiscono alla riflessione sociologica la necessità costante di rivendicare una propria forma di autonomia. Il punto fondamentale si sposta perciò dall'oggetto di indagine al metodo in quanto «La sociologia è [...], la scienza segnata (consegnata al? Rassegnata al?) politeismo teoretico: in essa convivono e si confrontano continuamente paradigmi funzionalisti, strutturalisti e post-strutturalisti, marxisti», (p. 17) ecc. La questione, perciò, come ci rammenta l'autore, è la ricerca della piattaforma di senso sulla quale riflette la sociologia (cfr. p. 18).

venerdì 23 dicembre 2016

Antropologia e politica. Forme di convivenza

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it; IV di 4)

3. Relazionalità tramite diversità

Quello precedentemente descritto è lo scenario storico-filosofico su cui si colloca l’odierno dibattito[1] fra Libertarians e Communitarians, dibattito che contiene un duplice pericolo nel quale ci si imbatte quando si affronta il tema della differenza culturale e identitaria: trascurare la differenza o mitizzarla.
Si può addirittura dire che oggi ci troviamo al cospetto di due vettori che spingono in direzioni contrarie e, apparentemente, inconciliabili ma che, paradossalmente, fungono l’uno da propellente per l’altro, poiché l’incremento di ciascuno di questi due processi sollecita, come risposta, la crescita dell’altro: la forza centripeta dell’omologazione universale e quella centrifuga della differenziazione. In altri termini, un processo omologante di de-territorializzazione versus un fenomeno diversificante di ri-territorializzazione, di ritorno alla comunità, alla piccola patria peculiare nelle sue differenze dalle altre. Anche l’abbattimento dei confini fisici e politici (emblematicamente rappresentato dall’apertura prima e dalla caduta poi del muro di Berlino, rispettivamente nel 1989 e nel 1990) viene assorbito in questa disputa, o come dimostrazione dei processi “deterritorializzanti”, o come stimolo dei fenomeni “riterritorializzanti”[2]. È fondamentale notare come tali dinamiche vengano spesso descritte con la formula dell’aut aut (dello scontro di civiltà a lá Huntington), anziché dell’et et, che ne coglie invece adeguatamente la natura[3]. Questo avviene quando la prospettiva di fondo è quella della (ri)costruzione di un’identità intesa come “monade monolitica”. Questa infatti si è sempre costituita tramite dinamiche di appartenenza, sociale, politica, economica, religiosa, etnica, territoriale, ecc, ma oggi tutte le categorie sotto la cui bandiera ci si affiliava sono erose dalla complessiva crisi dei tempi che abbatte i vecchi punti di riferimento, senza costituirne di nuovi. Non è affatto detto che questo sia un problema, poiché per tal via si è posti di fronte alla possibilità di rielaborare (mai definitivamente) i propri riferimenti e dunque assumere consapevolmente la propria identità; tuttavia, stante la difficoltà di questa operazione, che non è certo agevolata dalle varie istituzioni, ciò a cui si assiste è o la rinuncia al tentativo di definizione di un’identità o il radicalizzarsi di quest’ultima sotto una delle suddette bandiere, rifugiandovisi; quest’ultima operazione sfocia in una logica multiculturale che

finisce per cristallizzarsi in un sistema di differenze «blindate» che, a onta della conclamata «politica della differenza» (politics of difference), si atteggiano come identità in sedicesimo: monadi o autoconsistenze insulari interessate esclusivamente a tracciare confini netti di non-ingerenza. Come infrangere questa rigida clausola di non-ingerenza, che in apparenza estende ma in realtà stravolge l’idea di differenziazione rovesciandola in frammentazione e proliferazione meccanica della logica identitaria?[4].

giovedì 22 dicembre 2016

Antropologia e politica. Forme di convivenza

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it; III di 4)

2. La moderna dimensione politica


Sulla scorta degli studi Jürgen Habermas possiamo osservare come la cosiddetta “opinione pubblica” nasca, nella modernità, nella sfera pubblica borghese che, differentemente da tutte le precedenti impostazioni sociali, affonda le proprie origini nella libera circolazione delle merci e delle notizie. Infatti, così come la libera circolazione di merci e notizie è un processo che non esclude potenzialmente nessuno, allo stesso modo la formazione dell’opinione pubblica in una società (quella borghese) basata su tale processo, non esclude potenzialmente nessuno (diversamente sia dall’Antica Grecia che dal mondo che va dall’Impero romano alla Rivoluzione francese, dove la sfera pubblica è accessibile, rispettivamente, solo ai cittadini maschi liberi e solo agli esponenti di determinati ceti). Tale libera circolazione di merci e notizie pone il peculiare nuovo problema della sua amministrazione, ma, se è da questa circolazione che sorge l’opinione pubblica, allora amministrare tale circolazione significa amministrare l’opinione pubblica stessa. Come organo di tale nuova operazione nasce un’amministrazione stabile, sottoforma di una attività statuale continuativa. Questo è, difatti, il ruolo del potere pubblico borghese, al punto tale che, nella modernità, il termine pubblico diviene sinonimo di statuale. Lo statuale rappresenta quindi il soggetto amministrante la circolazione delle merci e delle informazioni, ma dove tale circolazione è localizzata? In quale dimensione ha luogo? Nella società civile. Ecco perché, solo nella modernità «come pendant dell’autorità si costituisce la società civile […]. Nella trasformazione dell’economia tramandata dall’antichità in economia politica si riflettono i mutati rapporti»[1].
Avviene così quella dinamica (già descritta da Hannah Arendt in Vita activa)[2] in base alla quale un potere pubblico che amministra la società civile (intesa come la sfera dei privati), eleva a questione di pubblico interesse l’amministrazione, e con essa la riproduzione, della vita, portando quindi tale problematica al di là dei limiti della sfera domestica privata:

venerdì 9 dicembre 2016

Antropologia e politica. Forme di convivenza

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it; II di 4)

1. La moderna immagine dell’uomo

Gnothi sauton, conosci te stesso. L’antico precetto delfico-socratico esprime quella forma di conoscenza indispensabile alla cura di sé (epimeleia heauton) la quale, a sua volta, è propedeutica all’esercizio di un pensiero critico e di una prassi etica che permettano agli uomini di prendersi cura di sé e relazionarsi armoniosamente fra di loro. Problematizzare la vita, la vita che siamo, risulta così essere l’imprescindibile punto di partenza per qualsiasi riflessione filosofico-politica, per non correre il rischio di modellare l’abitante sulle esigenze della casa, anziché edificare la casa a misura dell’abitante. La questione dell’humanitas assurge così a problema filosofico che, come emerge dallo scenario disegnato dall’antropologia filosofica moderna, rende evidente come l’uomo non sia una mera somma di animalitas e rationalitas, immaterialità e materialità, ma un complesso nodo di forze diverse[1].

lunedì 28 novembre 2016

Antropologia e politica. Forme di convivenza

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it; I di 4)

Introduzione

Il presente lavoro non si pone come esaustivo degli argomenti trattati ma, al contrario, come un invito alla loro discussione, confidando che possa essere criticato da chi lo riterrà meritevole d’attenzione.
Troppo spesso le teorie filosofico-politiche relative alla creazione di una soddisfacente forma di convivenza fra gli uomini sono accomunate, pur nei loro enormi distinguo e nelle loro peculiarità, dall’essere attraversate da una duplice dicotomia che si pone come una frattura insanabile: quella tra le polarità individuo/collettività e particolare/universale.

sabato 26 novembre 2016

Appunti per una riflessione. Tra morale ed etica: l’io e l’altro

di Pietro paolo Piredda (pietropaolo.piredda@istruzione.it)

Nessun atto è neutro se messo in rapporto con l'umanità di chi lo compie e di chi lo vive e, di pari passo, con il concetto (ma non la concettualizzazione) che lo comprende e sottende. Nel momento in cui un atto, che possa dirsi significativo (non parlo di usare una forchetta piuttosto che un cucchiaio mentre si mangia), è posto in essere, ciascuno non è più solo se stesso, ma è se stesso moltiplicato all'infinito. Ciò ci permette di definire o giudicare qualsiasi atto come umano, inumano, disumano, anti-umano. E siamo nella dimensione negativa del rapporto.

giovedì 20 ottobre 2016

Terrorismo e disagio sociale

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Il terrorismo è una piaga che l’Europa conosce da tanti anni. È stato ed è di diverse matrici e ha periodi di stallo e di improvvisa ripresa. Al momento stiamo vivendo un suo ritorno di fiamma che probabilmente ci accompagnerà per molto tempo, diventando una nota di cronaca della nostra quotidianità. 
Per avere una chance di superamento del tipo specifico di terrorismo col quale oggi abbiamo a che fare è evidentemente necessario comprenderlo nel dettaglio, ma per comprenderlo è preliminarmente necessario porsi nella giusta prospettiva, ovvero in una prospettiva non ideologica. 
A tal fine, credo sia superficiale etichettare il terrorismo come l’esito di una ideologia violenta. Pericolosamente superficiale, non solo perché questa definizione è talmente ampia da poter significare tutto e niente, ma soprattutto perché più che un tentativo di comprensione sembra un tentativo di esorcizzazione, ovvero di rimozione dal mondo occidentale di quei due elementi (l’ideologia e la violenza) che invece lo connotano a tutto tondo, attribuendoli a qualcun altro.
Naturalmente, mi riferisco qui al fatto che un’ideologia può essere basata non solo sulla religione; ferita che l’Europa ha già subito con il fondamentalismo cattolico delle crociate e dell’Inquisizione e le varie lotte in senso allo stesso mondo cattolico. Qualsiasi pensiero che parte da premesse inquestionabili, dogmi, è ideologia, e il ruolo del dogma può essere giocato tanto da un dio quanto dal capitalismo, dal consumismo o dalla tecnologia.      
Quindi, per cercare di vedere le cose da una prospettiva non ideologica è indispensabile partire dalla problematizzazione del nostro punto di vista, da come oggi, sempre più spesso, decifriamo i fenomeni. Possiamo provarci con degli esempi.
Se un siriano o un migrante o un arabo o un islamico compiono un attentato, si innalzano subito cori per cui tutti i siriani, tutti i migranti, tutti gli arabi, tutti gli islamici sono potenziali terroristi e vanno quindi respinti nel loro mondo di terrore e inciviltà. Se però un americano compie una strage, il che avviene con inquietante periodicità, gli stessi coristi di cui sopra tacciono, considerandolo solo un singolo individuo disturbato non rappresentativo di tutti gli americani, sarebbe quindi assurdo dire di volerli bloccare e respingere nel loro mondo. Perché questa differenza di trattamento? (Repetita iuvant: se si ricorre all’argomento secondo cui gli uni sarebbero preda di un’ideologia violenta e gli altri no, si ritorna semplicemente al problema dell’esorcizzazione di cui dicevo prima.)   
Un altro esempio, più circostanziato.

domenica 18 settembre 2016

Satira o marketing?

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Negli scorsi giorni è uscita una vignetta proposta come satirica sul terremoto nel centro Italia, pubblicata da un noto giornale francese che non cito, ritenendo quella vignetta non satira ma opinabile strategia di marketing (che se ne parli bene o male, purché se ne parli) e non volendo contribuire a tale strategia.
Vorrei però spendere alcune righe, che si aggiungo al polverone sollevato col quale quel giornale ha quindi raggiunto il suo scopo, per dire perché ritengo quella non satira ma una mera operazione di marketing, fatta sulla pelle dei morti.
A scanso di equivoci, non voglio dire che ci siano argomenti off limits per la satira. Tutto è satirizzabile. Ma, appunto, se espresso come un elemento di satira, e la satira ha parametri, quindi limiti, suoi propri, altrimenti non sarebbe nemmeno definibile come genere autonomo. Ma quella non è satira.
Perché?

lunedì 12 settembre 2016

Fertility Day: aprite la mente, prima di tutto

di Deborah Biasco (deborahbiasco@hotmail.it)

Fertility Day, il primo si celebra il 22 settembre 2016 per richiamare l’attenzione di tutta l’opinione pubblica sul tema della fertilità e della sua protezione.
“La sua Istituzione è prevista dal Piano Nazionale della Fertilità per mettere a fuoco con grande enfasi: il pericolo della denatalità nel nostro Paese. La bellezza della maternità e paternità.” – Ministero della Salute. 

herstory.it Noi Donne
Vi prego: ditemi che il Fertility Day è uno scherzo, mi va bene anche il sogno. Svegliatemi e fatemi ritrovare in un Paese che non guarda alla Donna, nella Donna, senza alcuna forma di delicatezza, di rispetto.
Quante notti insonni vi hanno suggerito questa idea? Quanto tempo vuoto hanno le vostre giornate, per permettervi la concentrazione e la fantasia sufficienti per decidere e pronunciare simili idiozie? Dove, come vivete? E dove guardate? E cosa vedete?