giovedì 28 aprile 2022

Mia ad ogni costo

di Fulvio Baldoino (baldoinofulvio@gmail.com)

 

"Qualsiasi cosa accada intorno, i bambini non smettono di nascere. In tempo di pace e di guerra, con venti avversi o favorevoli, sulle alture, in collina, al mare, su navi e barconi, in cima ai grattacieli o giù negli scantinati, come quello di Kiev dove è appena venuta al mondo una neonata." 

L'incipit dell'articolo di alcuni giorni fa su un quotidiano è una constatazione, ma ha il sapore di un assenso e di una rivincita.

Il tono della giornalista pare essere simile a quello secondo il quale in occasione di eventi come terremoti, guerre, tsunami, uragani, carestie...dopo aver raccontato la catastrofe, i morti, lo stupro, il sopruso, la tortura, ci si accorda col mantra per cui "la vita deve continuare". Chissà perché.

sabato 19 marzo 2022

"Le vie dei canti", "Che cos'è la bellezza"

di Federico Sollazzo (p.sollazo@inwind.it)

Si pubblica di seguito l'episodio n. 3, "Che cos'è la bellezza", del progetto "Le vie dei canti" di Pasquale Vetere.

di Pasquale Vetere (veterepas@gmail.com)

lunedì 28 febbraio 2022

A Possible Legacy of Albert Camus. A Critical Reading

by Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

It seems that to write a poem about spring today would be to serve capitalism. I am not a poet, but I should delight in such a work without mental reservation, if it were beautiful. One serves mankind all together or not at all. And if man needs bread and justice, and if we must do the necessary to satisfy that need, he also needs pure beauty, which is the bread of his hearth. The rest is not serious.
 A. C.

Abstract: The critical reception of Camus in Italy, mainly underlines the Mediterranean mark of the Camusian thought. In last years several works on Albert Camus have appeared in Italy, and all of them exhibit a crucial feature: the “Thought at the Meridian”. It is a sign that crosses the entire Work of the Author, since the first works of success, as Le Myhte de Sisyphe and, of course, L’Homme révolté, in which the last chapter is entirely dedicated to this theme. One century after the birth of Camus, I would like to offer a review of these Italian critical interpretations of the French thinker, and to show some very rich points in common with other important authors contemporary to him. 

Keywords: Albert Camus, Mare Nostrum, Tempus Nostrum, Midì, Abend-land.

1.
In the Italian common opinion Albert Camus is usually considered a literary man, in a generic meaning. This is for the unsystematic of his thought and for the lack of using of a particular conventional style of expression. Contrary to this opinion, what I would like to argue here is that Camus is to be considered a proper thinker, one of the most interesting of the last century. In his overall thought it is indeed present a kind of philosophical analysis of the human condition that, for its great actuality, can furnish a relevant contribution for interpreting our present and imagining a possible future. For this, in his thought are possible to find, inter alia, fruitful common points (which I will show) with other important intellectuals of the twentieth century, such as, among the others, Hannah Arendt, Pier Paolo Pasolini, Herbert Marcuse.


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lunedì 31 gennaio 2022

È stata la mano di Dio

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Nel seguente video di presentazione del suo film È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino fa alcune considerazioni sul processo creativo artistico, le cui implicazioni conducono oltre quanto viene detto in questo video stesso.


Vorrei ora soffermarmi brevemente su tre questioni che trovo di particolare interesse.

giovedì 30 dicembre 2021

La filosofia come impiego

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Credo che al di là del grado e del tipo di allontanamento dalla filosofia che diverse istituzioni e persone, fuori e dentro l'accademia, rappresentano, e che si può manifestare in modi molteplici (studio scientifico, divulgazione, consulenza, pratica, ecc.), si sia già al di fuori della filosofia quando si ritiene che essa possa (o addirittura, debba) essere "impiegata".
Questo, di primo acchito, perché ogni impiego è un'applicazione di quella cosa e non quella cosa in quanto tale.
Ma approfondendo appena un po', il punto è che la filosofia non è impiegabile in nessun modo e per nessuno scopo, perché è lei che impiega noi; e dopo che ci ha impiegati, noi cerchiamo di darci conto dell'esperienza che ci è capitata. Ecco perché anche il darne una definizione (anche quella generica che sembra io stia dando qui) è impossibile: la si può definire solo ex post, dopo che è passata, ma a quel punto la definiamo dal di fuori di essa, e quindi quello non è più un dire filosofico.
Ecco cosa, a priori, funge da indicatore del trovarci di fronte ad esperienze autenticamente filosofiche o meno: la pseudofilosofia pretende di fare della filosofia un qualche impiego.

martedì 30 novembre 2021

Marcuse lettore de L’être et le néant di Sartre

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Abstract: In this article I analyze the Marcusian critique to the famous book of Sartre L’Être et le Néant (1943), appeared (in 1948) in Philosophy and Phenomenological Research. In his review on the book of Sartre, Marcuse doesn’t deny some points of contact between him and the French thinker. However, Marcuse harshly criticizes the Sartrean Existentialism that, for the philosopher of Frankfurt, turns historical-materialistic elements in ontological ones, because of a wrong use of the philosophy of Hegel and Heidegger, and overlaps the individualistic level with the social one, loosing so the extremely important differentiation between them. The aftermath of this Sartrean lack of philosophical rigor is, for Marcuse, the confusion about, or even the loosing of, the realistic possibilities to change the concrete human condition.

Keywords: Jean-Paul Sartre, Herbert Marcuse, Existentialism, Materialism.

Se si deve incontrare una notte, che sia piuttosto quella della disperazione, che rimane lucida, notte polare, veglia dello spirito, da cui si leverà, forse, quella chiarità bianca e intatta, che delinea ogni oggetto alla luce dell’intelligenza.

A. Camus, Il mito di Sisifo

Nel 1948, a cinque anni di distanza dalla pubblicazione del libro di JeanPaul Sartre, sulla pagine del n. 3 della rivista «Philosophy and Phenomenological Research» Herbert Marcuse dedica una lunga recensione a L’Être et Néant, in cui estende la sua analisi all’esistenzialismo sartriano in toto*.

*Cfr. H. Marcuse (Existentialism: Remarks on Jean-Paul Sartre’s L’Être et le Néant, 1948; ristampato come Sartre’s Existentialism in Studies in Critical Philosophy, 1973) Esistenzialismo. Note sull’Essere e il nulla di Jean-Paul Sartre, in Id., Cultura e società. Saggi di teoria critica 1933-65, trad. it. di C. Ascheri, H. Ascheri Osterlow, F. Cerutti, Torino, Einaudi 1969, pp. 189-222 (d’ora in poi nel testo come E, seguito dal numero di pagina dell’edizione originale) e J-P. Sartre (L’Être et le Néant. Essai d’ontologie phénoménologique, 1943) L’essere e il nulla. La condizione umana secondo l’esistenzialismo, trad. it. di G. Del Bo, Milano, Il Saggiatore 2008. Va subito precisato come Marcuse nel suo testo non distingua tra esistenzialismo sartriano o di altro tipo; l’aggettivazione sartriano è da me utilizzata nel presente testo per dar conto della presenza di altre posizioni, come ad esempio quella di Albert Camus, che pur ponendosi nell’alveo dell’esistenzialismo non possono essere imputate delle stesse critiche che Marcuse rivolge a Sartre (questione sfuggita o forse semplicemente elusa dal filosofo francofortese che nel suo scritto perseguiva altri obiettivi; lo stesso Marcuse infatti alla nota 5 del suo articolo avverte: «Unless otherwise stated, “existentialist” and “Existentialism” refer only to Sarte’s philosophy»). Per questo Marcuse scrive di un rifiuto dell’esistenzialismo da parte di Camus, rifiuto che io mi permetto invece di proporre che sia dell’esistenzialismo sartriano: «Camus rejects existential philosophy: the latter must of necessity “explain” the inexplicable, rationalize the absurdity and thus falsify the reality. To him, the only adequate expression is living the absurd life, and the artistic creation, which refuses to rationalize (“raisonner le concret”) and which “covers with images that which make no sense” (“ce qui n’a pas de raison”). Sartre, on the other hand, attempts to develop the new experience into a philosophy of the concrete human existence: to elaborate the structure of “being in an absurd world” and the ethics of “living without appeal”)», E, p. 310. Emblematica, a questo proposito, la breve pièce teatrale camusiana, evidentemente riferita a Sartre, (L’impromptu des philosophes, non datato, probabilmente 1947) L’improvvisazione dei filosofi, trad. it in «MicroMega» (numero monografico decicato a Camus nel centenario della nascita intitolato L’intellettuale e l’impegno e contenente fra gli altri testi camusiani, come quello qui citato, inediti in italiano), n. 6, 2013, pp. 159-183.

– Continua su Analele Universităţii din Craiova, Seria: Filosofie (qui nella versione estratta dalla rivista, su Marcuse.org)

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mercoledì 8 settembre 2021

I poeti laureati, ovvero l'uomo che se ne va sicuro

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

I "poeti laureati", che a me richiamano l'arrogante ingenuità dei filosofi laureati, che "si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati", come gli accademici di oggi in costante frenetica ricerca del desueto, dell'originale, della novità archivistica che solo loro sanno, come se, alla disperata ricerca di un applauso da pubblico riconoscimento, questo indicasse un qualche valore di profondità.
"I silenzi in cui si vede in ogni ombra umana che si allontana qualche disturbata Divinità", da Eraclito a Nietzsche, da Heidegger a Wittgenstein, da Bukowski a Cage, l'impossibilità di esprimere ciò che ci fa Essere, che se lo potessimo lo saremmo.


Eugenio Montale, I limoni

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.


***

lunedì 16 agosto 2021

Anarchia del potere e modello di realtà in Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini: conversazione con Federico Sollazzo

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Stefano Pignataro)
A quarant’anni dalla sua realizzazione, il film Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, il suo film testamento, il film che lucidamente descrive un’intera classe sociale ed umana alle prese con il problema ancestrale dell’anarchia del potere e della divisione in tra possessione e privazione, libertà e schiavitù, è stato nuovamente posto oggetto di studio e di critica. 
Con il professor Federico Sollazzo dell’l’Università di Szeged, (Ungheria), si è provato a comprendere meglio l’universo di Salò, (perché di Universo si tratta): letterario, cinematografico, simbolico ed artistico. 
Anarchia del potere “Noi fascisti siamo i soli veri anarchici”. Da questa frase del Duca, interpretato da Paolo Bonacelli, si ricava l'essenza del film. In che luce, filosofica, onirica o politica deve essere vista l'anarchia del potere in Salò? 

(Federico Sollazzo) 
Credo che lo sguardo di Pasolini si sforzi sempre di essere realistico, il che è perfettamente compatibile con una lettura filosofica, onirica o politica. Ovvero, per Pasolini l’anarchia del potere e, si badi, la conseguente inesistenza della storia, non significa assenza di regole, bensì la capacità del potere di darsi da sé le proprie leggi. Nel film c’è una significativa scena in tal senso: quando i gerarchi fascisti annunciano ai ragazzi le ferree regole che vigeranno nella villa, arbitrariamente decise dai gerarchi stessi. Questa dimensione anarchica del potere, ancor più che nel fascismo, risulta evidente nella società dei consumi. Il fascismo infatti è ritenuto essere dall’autore nient’altro che “un gruppo di criminali al potere” che non ha determinato mutamenti nel corpo e nella coscienza degli italiani; solo la società dei consumi “manipola i corpi in un modo orribile […] Li manipola trasformandone la coscienza (istituendo così) un nuovo modello umano”. 
Ma attenzione, non si deve ritenere che per Pasolini il potere sia anarchico perché semplicemente fa quel che vuole. Se il discorso fosse così lineare, allora sarebbe sufficiente voltare le spalle al potere e non prestargli ascolto per disinnescarne l’anarchia, facendolo così inceppare e collassare. Per Pasolini invece il potere è anarchico in un senso molto più profondo e articolato ovvero, non semplicemente perché fa ciò che vuole, ma perché produce preliminarmente le condizioni affinché possa poi fare quel che vuole fare, produce la propria stessa legittimità e, ancor più radicalmente, produce un’umanità che desidera quel che esso stesso vuole fare. Salò è del 1975, ma questo tema è presente fin da Mamma Roma del 1962, dove infatti è la protagonista a spingere il proprio figlio verso la società borghese. Come a dire che il nuovo Potere (quello senza volto e pertanto scritto con la P maiuscola) non ha più bisogno di rincorrere gli individui ma è tale per cui sono gli individui stessi ad andare da lui, a desiderarlo, a volerne far parte; esattamente questo dà al potere la possibilità di essere anarchico.

– Continua su Sinestesie 

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