domenica 10 aprile 2011

"Il pensiero filosofico di Marx"

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Mario Dal Pra, Il pensiero filosofico di Marx, a cura di Dario Borso, Shake

(Dalla nota dell'editore)

Nel Novembre del 1956, a guidare i carri armati sovietici in Ungheria non fu solo l’esercito, né solo il Politburo: fu il marxismo-leninismo, ossia la versione di Stato del marxismo.
Tra i pochi intellettuali italiani di sinistra ad avversare tale aberrazione si trovò Mario Dal Pra che, sulla scia di poche intuizioni offertegli dall’amico Giulio Preti, si dette a ricostruire liberamente (ossia senza i paraocchi terzinternazionalisti, ma con gli attrezzi della filologia) l’itinerario intellettuale del giovane Marx.
Così adesso, che con l’Oriente sovietico parrebbe crollato il marxismo stesso, queste pagine scritte per pochi allievi restano, fresche e incontaminate, per le nuove generazioni.

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sabato 26 marzo 2011

"Il crocifisso di Stato"

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Sergio Luzzatto, Il crocifisso di Stato, Einaudi

(Dalla prima di copertina)

Senza il crocifisso sul muro, dicono, l'Italia non sarebbe piú la stessa. Lo dicono tanti cattolici, ma anche tanti laici. Io penso che gli uni e gli altri abbiano ragione. Senza il crocifisso negli edifici statali l'Italia non sarebbe piú la stessa: sarebbe piú giusta, piú seria, migliore.

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venerdì 18 marzo 2011

Sulla Costituzione italiana

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)
 
Costituzione della Repubblica Italiana

Principi fondamentali

Art. 1

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
 

Ritengo che l’aggettivo “democratica” debba essere letto con senso critico. La democrazia è infatti, allo stesso tempo, un’esperienza storica, un ideale morale e una forma istituzionale (un insieme di regole), che quell’ideale morale dovrebbe, di volta in volta, mai con la presunzione di cristallizzarlo, realizzare.
Anche il sostantivo “lavoro” ritengo debba essere letto con senso critico. Esso infatti è stato pressoché sempre veicolo di coercizione, una coercizione talmente introiettata da far ritenere che la prioritaria, se non l’unica, liberazione possibile sia quella
del lavoro, anziché quella dal lavoro (continuando così ad intenderlo come uno strumento di fatica produttiva, anziché come una modalità di espansione delle proprie facoltà).
Mi pone poi degli interrogativi la frase “La sovranità appartiene al popolo”, parzialmente mitigati dalla subordinata “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Quantità non è sinonimo di qualità: il popolo non è il garante della ragione (palesi esempi nella storia del genere umano lo dimostrano), ed il fatto che nell’Articolo sia stato inserito un diaframma tra la sua sovranità e l’esercizio della stessa, denota che coloro i quali l’hanno scritto ne erano ben consapevoli.

In termini concettuali, vorrei quindi proporre una simile interpretazione dell’intero Articolo: l’Italia è (come tutti gli Stati) una struttura artificiale, collocata in un dato territorio, tale struttura artificiale si ispira agli ideali ai quali rimanda la parola democrazia e, una volta assolte le necessità funzionali alla sopravvivenza individuale e collettiva, è fondata sull’espansione delle facoltà dei suoi membri, unico valore che può mettere in questione la precedente sopravvivenza. Le decisioni aventi ripercussioni significative sulla vita altrui, sono condivise (e non è detto che siano necessariamente gli strumenti del voto e della maggioranza a veicolare tale condivisione) tra coloro i quali sono dotati di una coscienza critica.


Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Questo Articolo ricorda quelli iniziali della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma la sua peculiarità sta nella declinazione sociale, istituzionale e giuridica delle proprietà che vengono attribuite all’uomo: la dignità è sociale e l’eguaglianza è legale.
Quindi, come esplicita il secondo periodo, l’Articolo si rivolge non all’uomo ma al cittadino, prima, e al lavoratore, poi, figure tra le quali l’uomo è incastrato, peraltro, con la strana definizione di “persona umana” (come se potesse esistere anche una persona non umana).
Tale prospettiva rivela dunque come l’attenzione di coloro i quali l’hanno redatto non sia, almeno in questo frangente, rivolta all’uomo, ma alla creazione di una struttura sociale, istituzionale, giuridica ed economica, all’interno della quale l’uomo, ridotto per tal via a cittadino e a lavoratore, deve collocarsi. 
Ora, benché la creazione di una simile struttura sembri essere una necessità ineludibile della vita associata, bisogna tenere fermo il punto che è tale struttura a dover essere ritagliata sull’uomo (il che rimanda a riflessioni antropologiche ed ontologiche sullo stesso) e non il contrario.

(«NuovaResistenza news», Speciale 2011)

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martedì 8 marzo 2011

Su Pasolini

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

«aut aut», n. 345, 2010, Inattualità di Pasolini

(Dalla presentazione)

Pasolini (assassinato nell'ormai lontano 1975 quando aveva solo cinquantatre anni) già in vita è stato un inattuale perché si era messo radicalmente di traverso nei confronti della cultura del tempo, compresa quella di sinistra. Perciò abbiamo rischiato di perderlo nei decenni che sono seguiti, e proprio per questo motivo, cioè la sua inattualità che tuttora permane, è essenziale per noi riguadagnarlo, in un momento in cui – come oggi – le coscienze sembrano addormentarsi nella trionfante omologazione che lui aveva lucidamente anticipato nei suoi ultimi scritti

Marco Belpoliti, Pasolini in salsa piccante, Guanda, Parma 2010

(Dal risvolto della prima di copertina)

Un pamphlet che è un atto d'amore: mangiare Pasolini per onorarlo, per liberarlo dal limbo dei cattivi pensieri e dei falsi perdoni, delle solerti ammirazioni e degli impotenti moralismi che l'hanno tenuto sospeso nei nostri pensieri per tre decenni




Erminia Passannanti, Il Cristo dell'eresia. Rappresentazione del sacro e censura nei film di Pier Paolo Pasolini, Joker, Novi Ligure 2009

(Dalla quarta di copertina)

– i rapporti di Pier Paolo Pasolini con la società cattolica e la censura, in veste di controverso autore imputato del crimine di avere ideato soggetti cinematografici blasfemi aventi a tema il sacro, quali La ricotta, Il Vangelo secondo Matteo, Teorema



Simona Consoni, Sul ‘Petrolio’ di Pier Paolo Pasolini. Saggio di critica letteraria, Prospettiva, Civitavecchia 2008

(Dalla quarta di copertina)

Un umile omaggio a Pier Paolo Pasolini ed al pensiero che smuove, che porta a chiedersi il perché, sempre, in perpetuo moto




Erminia Passannanti, Il corpo & il potere. Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, Joker, Novi Ligure 2008

(Dalla quarta di copertina)

... invisibili apparati di sorveglianza, interiorizzati dal singolo e dalle masse, i quali sono non meno condizionanti e vincolanti dei tradizionali organismi ufficiali dello Stato e della Chiesa preposti ad esercitare un'azione di capillare sorveglianza sul cittadino. Nell'occidente postcapitalistico, ricorda l'autrice citando Foucault, tale codice autodisciplinatorio è interno agli automatismi della condotta

Neil Novello, Pier Paolo Pasolini, Liguori, Napoli 2007

(Dalla quarta di copertina)

All'inizio del terzo millennio, la vita e l'opera di Pier Paolo Pasolini testimoniano una venuta al mondo. Perché del Novecento appena trascorso, l'opera di Pasolini identifica un fronte estremo e tragico affacciato sulla desertificazione culturale del mondo, perché tale fronte epocale è una vigilia da curare per il nostro futuro



Luigi Fontanella (cura), Pasolini rilegge Pasolini. Intervista con Giuseppe Cardillo, Archinto, Milano 2005 (con il CD dell'intervista)

(Dalla quarta di copertina)

Dai «basement» dell'Italia in America spunta a sorpresa, sepolta sotto pile di ignavia e distrazione, un'audiocassetta del 1969 con la voce di Pasolini (...) Leggero, tagliente, implacabile, Pasolini si racconta e si «rilegge» senza sfuggire alle provocazioni, senza aggirare argomenti caldi o scabrosi – Dio, il sesso, la religione, l'adesione al marxismo, la critica alla sinistra «deviata» dalla purezza delle idee, il narcisismo, la poesia sua prima lingua, il cinema che fu l'ultima, l'Africa e il razzismo, l'America e il potere

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giovedì 17 febbraio 2011

Appunti sulle opere romane di Pasolini

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

I due romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), insieme ai film Accattone (1961) e Mamma Roma (1962), rappresentano la descrizione, e con essa l’analisi, che Pasolini fa del mondo delle borgate romane.
Per comprendere queste opere è necessario inserirle all’interno del complessivo pensiero pasoliniano, si rischiano altrimenti dei fraintendimenti, come ad esempio, quello di ritenere il mondo del sottoproletariato un che di negativo, il mondo borghese un che di positivo ed il percorso dall’un mondo all’altro, come un percorso migliorativo, di salvezza, anziché intendere, con Pasolini, come il mondo del sottoproletariato sia una dimensione, pur con tutti i suoi difetti, nella quale l’uomo può essere ancora “puro”, “ingenuo”, mentre il mondo borghese offre un miglioramento delle condizioni materiali di vita, pagato con la perdita di tale purezza e ingenuità, trasformate in (dis)valori consumisti, perbenisti, utilitaristi. Anche il cosiddetto “ciclo del denaro” va interpretato in quest’ottica: i personaggi perdono il denaro, alla cui ricerca sono indotti dalla società borghese, per inserirsi in essa (e non certo dalla società sottoproletaria nella quale sono già inseriti) proprio perché puri e ingenui e quindi privi di quella malizia mercantile piccolo-borghese che servirebbe per difendere il denaro.

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martedì 1 febbraio 2011

La funzione pubblica dell'etica

di Miriam Iacomini (m_iacomini@libero.it)

Federico Sollazzo, Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell'etica, Nuova edizione (coll. Pratica filosofica), Kkien Publishing International, Gorgonzola (MI) 2015.
Ebook scaricabile QUI
 

Il testo di Sollazzo Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell'etica ha il pregio di essere costruito in modo molto preciso e rigoroso: si parte dall'analisi filosofica delle due forme di governo che si sono 'fronteggiate' nel secolo scorso; si passa attraverso la restituzione critica del movimento della cosidetta Rehabilitierung der pratikschen Philosophie; e si conclude con un approccio alla questione relativa al rinnovamento etico-politico caratterizzato dallo sguardo dell'antropologia filosofica. Perchè, si legge, "non ha molto senso decostruire la comunità, se non si decostruisce l'individuo". Chiude quindi il lavoro una ricognizione sulle più recenti posizioni in merito alla natura umana. In particolare vengono ricostruirte in modo comparativo quelle posizioni che riflettono a partire dalla consapevolezza che l'uomo è la 'sintesi' di una dimensione biologica ed emozionale. Ovvero dalla considerazione che l'uomo, strutturalmente psico-fisico, è quell'allotropo empirico trascendentale che si inserisce all'interno della natura pur trascendendola. Il lavoro di Sollazzo, quindi, va ben oltre la tradizionale riflessione sul totalitarismo e sulla democrazia. Anzi direi che l'autore utilizza questi temi per procedere verso la ricerca di una nuova riorganizzazione politica a partire dall'idea che possa esistere un'etica minima. Un'etica che, costruita su degli elementi universalizzabili tratti da una rigorosa riflessione antropologica, possa tener conto di quel pluralismo culturale che connota oggi i contesti nazionali.
In questo lungo e inteso percorso molti sono gli autori che si incontrano, come molti sono i concetti e le parole chiave che si richiamamo e si implicano, che si fronteggiano e si contrappongono. Volendo riflettere a partire proprio da queste nozioni, mi è sembrato opportuno metterle in relazione prima per analogia e poi per contrasto. Mi è sembrato cioè opportuno riconsiderare il bagaglio di riferimenti che Sollazzo ci offre per costruire due costellazioni semantiche alternative, all'interno delle quali i concetti si rinviano reciprocamente. Da un lato, quindi, i termini che troviamo nella prima parte del libro laddove viene affrontata la quesitone del totalitarismo; dall'altro, i termini che si incontrano nel terzo capitolo laddove viene affrontata la questione di una 'nuova etica possibile'.
E' evidente che una tale operazione tradisce in parte la ricchezza di contenuti che il testo ci offre. Sarebbe infatti possibile costruire altre costellazioni semantiche facendo giocare nozioni, riferimenti e concetti presenti nel testo in modo diverso. Ma ho volutamente limitato la mia lettura alla questione del totalitarismo e del rinnovamento etico possibile, perchè è proprio a partire dalla tragicità del totalitarismo che emerge prepotentemente l'esigenza di forme alternative di pensiero, che sappiano costruire forme alternative di governo, anche democratico. Infatti, come sottolinea l'autore ricordando Bobbio, la democrazia non esite se non come ideale, mentre esistono le democrazie in quanto percorsi di attuazione della democrazia deliberatamente e responsabilmente scelti da ogni popolo e da ogni generazione. "[...] l'unico modo d'intendersi quando si parla di democrazia, in quanto contrapposta a tutte le forme di governo autocratico, è di considerarla caratterizzata da un insieme di regole – primarie o fondamentali – che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure".
Ora, nella prima famiglia di concetti che ho scelto di ricostruire, quella legata all'analisi del totalitarismo, risalta in modo evidente la centralità della nozione di crisi. Quando si vengono a creare le condizioni che determinano l'instaurazione di un potere totalitario? Quando, come sembra suggerirci la Arendt, si assite ad una vera e propria crisi della società civile a causa della crescente incapacità dell'uomo di sapersi ritagliare uno spazio pubblico all'interno del quale poter partecipare attivamente; oppure quando, seguendo alcune suggestioni della riflessione di Marcuse, si assiste alla crisi dell'uomo: alla riduzione dell'umano ad una sola dimensione, "consistente", come spiega molto lucidamente Sollazzo, "nell'incapacità di vedere oltre l'esistente prospettandone delle alternative". E ancora, si instaura un potere totalitario quando si assiste ad una crisi della ragione, definibile adornianamente come una vera e propria degenerazione della razionalità e corrispondente all'assolutizzazione dell’orizzonte finito del logos ormai ridotto a mito. Infine, è proprio in seguito alla crisi del dello Stato-nazione determinata dalla perdita della propria sovranità, che si si assiste, andando oltre la questione del totalitarismo e seguendo la lettura de Negri e Hardt, alla nascita dell'Impero e alla progressiva affermazione di una società globalizzata.
In contrapposizione a questo insieme di problematiche, letture e concetti si possono raggruppare quelle nozioni che fanno riferimento al tentativo di costruire una nuova etica possibile. In questo caso però è molto difficile trovare una parola-chiave intorno alla quale ricostruire un perscorso argomentativo. Tale difficoltà dipende dal fatto che i vari autori coinvolti, e mi riferiesco in modo particolare alla riflessione francese della seconda metà del secolo scorso, utilizzano tutta una serie di nozioni che rinviandosi reciprocamente formano una vera e propria rete semantica all'interno della quale ogni elemento è paritario rispetto all'altro. Penso, per esempio, all'uso dei concetti volto,
autrui, prossimità, ascolto in Levinas, parole che ci restituiscono l'orizzonte di un'etica del dono solo se fatte interagire in funzione della costruzione di una relazione di alterità il cui imprescindibile presupposto pratico sia la giustizia. Ma si può anche far riferimento alle categorie di Derrida che, a partire dall'insegnamento del maestro Levinas, elabora un'etica come ospitalità. Una posizione che sembra assumere come punto di partenza della riflessione tematiche forti e quanto mai attuali legate alla questione della multietnicità, dello straniero, dell'incontro nel rispetto della differance, della necessaria riorganizzazione etico-politica che impone la società globalizzata. Ultimo importante richiamo, che Sollazzo ci suggerisce di leggere mettendo in rapporto reticolare le categorie utilizzate, è quello a Ricoeur. Indirizzando la proprira ricerca verso la costruzione di quella che potremmo definire un'etica della reciprocità, Ricoeur costruisce un insieme di riferimenti teorici che tendono a smantellare alcuni fondamenti della filosofia di stampo metafisico-ontologico. Egli, infatti, pone al centro del rinnovamento giuridico e politico non il cogito ma il sè, che si costituisce in una relazione di alterità a partire dalla "scoperta di forme di alterità interne allo stesso sè"; non la morale ma l'etica intesa come aspirazione "a vivere bene con e per gli altri all'interno di istituzioni giuste"; non, infine, la formalità della regola ma la reciprocità dell'amicizia, e cioè la possibilità di relazionarsi anche giuridicametne all'altro in quanto 'tu', 'volto' concreto che si incontra solo spezzando 'la chiusura del medesimo'.
Vorrei concludere questa breve riflessione sottolineando come nel lavoro di Sollazzo risalti con molta evidenza proprio il carattere radicalmetne alternativo delle nuove proposte etiche. Proposte che, come ho cercato sottolineare, prevedono l'irruzione di nuovi concetti e tentano un'organizzazione delle categorie ereditate dalla tradizione del tutto inedita. D'altra parte, non potrebbe che essere così, perchè, come l'autore ci ricorda, l'esprienza disumanizzante del totalitarismo impone la riconquista di una nuova dimensione di pensiero obbligandoci "a trascendere le limitazioni individuali, l'isolamento, la solitudine in direzione del riconoscimento della presenza degli altri".

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domenica 30 gennaio 2011

"Mezzogiorno di fuoco nei Balcani"

di Loredana Butti (info@primostudio.it)

Entrambe le estremità appartengono alla stessa vasta famiglia. Dovrebbe essere possibile il passaggio, il flusso: delle scoperte tecniche, della coscienza artigianale. Bisogna che tutto questo possa fluire, se non vogliamo essere completamente tagliati fuori dal mondo. Ricordo quel capitolo dell’antico libro cinese dei Mutamenti in cui si dice che il pozzo può essere ben scavato e l’acqua dentro di esso pura, ma se nessuno attinge l’acqua di quel pozzo, andranno ad abitarla i pesci e l’acqua si guasterà
Jerzy Grotowski

(Dalle note sullo sviluppo del progetto)

E' questo il terreno da cui spunta naturale, l’idea di uno spettacolo a 4 mani dove si sperimenta l’incontro e la fusione fra due differenti modi di vivere il teatro, si abbatte la rete del proprio orticello e ci si apre a nuove, possibili contaminazioni.
La compagnia che ci ospita realizzerà – in piena autonomia artistica e organizzativa – il laboratorio Pagine di Guerra finalizzato alla preparazione di tre brevi scene che esplodono come mine in mezzo ai convitati festanti, divenendo così colonna portante dello spettacolo Mezzogiorno di fuoco nei Balcani.
Gli ultimi due giorni di laboratorio saranno collettivi, i due gruppi si incontrano, si mostrano a vicenda i pezzi realizzati e si procede con il montaggio dello spettacolo, seguito dalle prove tecniche, filmate, e generali.
Più i due piani lavoro saranno contrastanti, per forma, ritmo e intenzioni, migliore sarà il risultato del “prodotto finito” da portare non davanti ma in mezzo al pubblico, che passa così dal ruolo passivo di spettatore, a quello attivo e partecipe, assumendo il ruolo corale degli invitati al banchetto di nozze.
Dopo li debutto in “casa “ della compagnia che ci ospita, sarà possibile avviare un ulteriore scambio, portando un loro progetto a Milano nella nostra minuscola ma centralissima "Sala dei Venti" (vedi info sul sito www.primostudio.it)
In questo sviluppo del progetto, "Emergency" sarà nostro partner, promuoverà le serate attraverso i loro gruppi territoriali e invierà alle repliche loro relatori per raccontare il lavoro svolto negli ospedali e centri di primo soccorso, nei molti paesi in guerra.

Testo da trasformare in azioni sceniche in fase di laboratorio e poi montare all'interno dello spettacolo Mezzogiorno di fuoco nei Balcani tratto dal romanzo Ritorno a casa di Natasha Radojcic-Kane.

Personaggi:
HALID figlio di Neda
MOMIR figlio di Stana
AIDA figlia del colonnello
GHURGE il re degli zingari
SIMO il poliziotto corrotto
SOLDATI

Le azioni si svolgono in Bosnia, fra il 1992 e il 1995, durante la guerra nella ex Jugoslavia.


Quadro 1
Sul campo minato

Momir è arruolato nelle file nemiche dell’amico Halid.
Marcia, assieme ai suoi commilitoni, impegnato in un’incursione notturna.
Attraversa selve e boschi, villaggi e città. Giorni, mesi e anni di marcia.
Quella notte, all’improvviso gli torna alla mente sua moglie, la bella Mira e realizza in quel preciso istante che in verità lei non lo ha mai amato.
La vede giovane e bella, alla festa del paese, mentre balla con il suo amico Halid.
E pensa: “Lì sì che era felice, non al nostro matrimonio!”
Dopo lo sgomento arriva la tristezza e poi gli sale la rabbia.
Si sfoga ballando una frenetica break-dance, come faceva prima di quella lunga guerra.
Quando si accorge che i suoi commilitoni procedono e lo lasciano indietro, si mette a correre per raggiungerli.
Mette il piede su una mina e salta in aria come una scheggia impazzita.
Poco dopo due soldati vengono a portare via il suo corpo.

Quadro 2
L’assedio di Sarajevo

Turno di guardia.
Halid entra in un edificio abbandonato, si siede in un angolo e cerca di dormire un po’.
Dalla porta accanto entra qualcuno, lui sente un rumore alla sue spalle e crede di essere caduto in un’imboscata.

Estrae la Luger e spara.
La ragazza colpita al centro della fronte, cade a terra lentamente, come se le avessero dato una leggera spinta giocando.
Le falde del cappotto si aprono. Sotto, legata con cura intorno al collo aggraziato, una bella sciarpa turchese.
E dolce e invitante è anche la posizione che ha preso:
sdraiata sulla schiena con le ginocchia leggermente aperte.
I capelli e la frangia della sciarpa, sparsi intorno come i petali di una corolla.

Halid cerca di arrestare l’emorragia con le mani, ma il sangue continua a scorrere dalla fronte, cancellando i lineamenti.
Alla fine i muscoli del collo cedono e fanno sembrare la testa pesantissima.

Solo in quell'istante Halid riconosce Aida.
Appoggia la testa sul suo cuore e sente che non batte. Prova e riprova ad ascoltare più volte, ma il battito è cessato. Allora d’ istinto l’abbraccia, piano, dolente.
In quel lungo abbraccio, al quale non riesce a porre fine, all’improvviso sente sul corpo di lei qualcosa di voluminoso, fruga e toglie da una tasca un enorme plico di banconote.
Sono preziosi marchi tedeschi, rapido, se le caccia in tasca.
E subito trascina il corpo della sua amica fuori dall’edificio.

Quadro 3
L’esecuzione

Da lontano arriva un latrare di cani.
Entra Halid armato di una bottiglia rotta.

Subito lo raggiungono Simo e Ghurge. Arrivano anche Shukre e Rade.
I quattro lo circondano, brandendo affilati coltelli. Tutti ansimano perché hanno dovuto fare un lungo giro di corsa per arrivare di fronte ad Halid.
Lui si volta di scatto e riconosce Simo, nonostante il sole in faccia vede il lampo e la lama.

Ormai il cerchio intorno a lui è troppo stretto e gli ostruisce la visuale.

Il pallore di Simo contrasta con la sua uniforme, Ghurge ha in testa un cappellaccio gli altri due sono gli stessi di sempre.
Halid gira la testa da una parte all’altra per tenere d’occhio i quattro uomini contemporaneamente.
Ghurge si avvicina. Halid se ne accorge, gira su se stesso e lo colpisce alla spalla.

Poi un dolore terribile gli squarcia la schiena: Simo ha dato il primo colpo.
Cade sulle ginocchia e si tocca la schiena. Ha la mano insanguinata.
Simo gli toglie il coltello di mano con un calcio. Ha il viso in fiamme e lo sguardo vitreo.
Halid tenta di alzarsi. Una fitta gli corre lungo la gamba. Ha il coltello ancora piantato nella schiena.
Spinge più forte che può. Ancora un po’. Ecco adesso è in piedi.

All’improvviso gli si para davanti Ghurge. Sente un'altra fitta che gli lacera lo stomaco.
Ghurge indietreggia tirando fuori il coltello.
Halid abbassa lo sguardo e vede che i pantaloni da bianchi sono diventata rossi.
Un'altra fitta di dolore allo stomaco. Se lo stringe con entrambe le mani, teme di perdere qualcosa in quel fiotto di sangue. Cade di nuovo sulle ginocchia.
Allora si rende conto che sta morendo e un’ondata di panico lo sommerge.
Cerca di costringersi ad alzarsi, di ordinare alle proprie gambe di alzarsi, alzarsi, alzarsi.

Più forte spinge mani e piedi contro il terreno, più difficile è restare in ginocchio.
Si accascia su un fianco.
Poco più indietro vede sua madre. Ha la bocca aperta, muta come un pesce.
Halid non vuole morire guardando i volti dei suoi assassini e striscia verso sua madre.
Un uccello cardinale si posa sul ramo e comincia a cinguettare.
E’ contento che sia un cardinale e non un uccello dal canto triste.
Sente un calcio che lo colpisce alla schiena. Un colpo ovattato, innocuo.
Poi sente passi che si allontanano e altri che si avvicinano.
Mani lo carezzano, con dolcezza, e una voce sussurra al suo orecchio.



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venerdì 21 gennaio 2011

La luna è nuda

di Ledi Shirley Cavalcante (ledishirleycavalcante@gmail.com)

A Leo.


Saudade

Vorrei sentire la voce di sempre,
il tuo sguardo distratto che si posa sul mio
e mi fissa
come se si trattasse della sorpresa più bella.
Vorrei sentire le tue braccia intorno alla vita,
capire che la storia è fatta di tempeste e quiete.
Vorrei ricordare l'odore nei giorni di gioia,
la pace del naufrago che tocca la terra ferma.
Vorrei riavere le dita che disegnano il contorno dei miei piedi,
dipingono il profilo delle mie gambe
e assaggiano il sapore dei miei seni.
Vorrei che quella bocca venisse da me,
che incontrasse la mia
e sapesse di baci e di nostalgia.
Vorrei che quella pelle fosse ancora lenzuola
e avvolgesse il mio corpo nelle notti di pioggia.
Vorrei che la luce di un'unica candela,
nel sentire il tuo bacio,
proiettasse sul muro
le ombre di mille stelle.
Vorrei il sospiro al calare della notte
e le cicale di fuori a comporre le onde.
Vorrei che ballassimo al suono del silenzio
e che la notte nel tuo cuore
accendesse i nostri sogni.


Assenza

D'un tratto sparisci e rimango a piedi nudi
a ricamare passi con la solitudine.
Gli occhi – verso l'orizzonte a squadrare paesaggi familiari
di mare, di cieli, di onde – sognano ancora te.
Adesso è pronto. L'orizzonte ancora limpido,
il vento soffia sulle nuvole,
il sole di nuovo a risplendere sulle squame dell'acqua
e tu che non ci sei più!


Desiderio

Perditi in me
in questa notte opaca e silenziosa.
Abbandona i vestiti e spogliati di ogni parola.
Corri che arriva il vento
magnanime alter ego di sogni soffiati,
portati via da una coppia di pensieri stralunati.
Corri che ancora tremo,
che brucia e arde nel petto la fiamma accesa del sentimento
di scoppiettanti stagioni azzurre
sulla soglia del mio lenzuolo.
Baciami,
dissetami con gesti maturi
raccolti prima del tempo.
Affrettati che chiudono le porte dei sogni
e se non ci sarai i desideri dormiranno
con la testa appoggiata su un cuscino di parole vuote.
Abbracciami in questo silenzio.
Ogni secondo è una carezza di labbra bagnate
col sale della tua pelle.
Corri, che ancora tremo!


Confessioni naufraghe

Sei la somma delle parole dette e di quelle che sono ancora nella tua anima.
Sei un ronzio distante dei ricordi che ho tanto amato.
C'è il nulla oggi, dove un giorno hai vissuto
e ancora navigano le confessioni naufraghe della tua tormenta.
Ho paura di capire che tu non sia reale
e che resti intrappolato nella mia pelle un dolore che io non riesca a sopportare.
Desidero il profumo della tua presenza,
la sensazione vellutata dei sussurri tatuati nella mia mente,
ma la geografia dei miei desideri si ricama di sogni distanti.
C'è freddo in questo caldo tropicale di note umide perse in pensieri lontani,
ma in fondo al calendario un bacio attende ancora la sua alba.
Aspetto il futuro che si trascina nella pigrizia dei giorni
e confonde una volta ancora realtà e sogno.


Le vocali del tuo nome

Non so più pronunciare il tuo nome
una forza vorace e tagliente
mi aggredisce
ogni volta che una semplice vocale
cerca di disegnarti.
Ho rubato tre consonanti e giocato con loro
tra la sabbia di spiagge infinite.
Tre lettere mi hanno giurato eterno amore ed io nel sentirle,
impaurita e vigliacca,
le ho offerto un sorriso consapevole;
amavo loro perché mi riportavano a te.


Ferita da una stella

Brutali i giorni nel silenzio.
Freccia che agonizza nella carne tremante.
Freddo sulla punta dell’ago
che punge il dolore acceso nel cuore.
Impaziente attesa riversata in ore tristi
dove il sogno, più in là della vita,
fa spazio all'ardore di una stella ferita.
Immacolato taglio che pulsa nel profondo.
Se stanotte non passano gli anni
né le parole chiuse nel tuo cuore
almeno nasceranno sogni
nell'imbrunire della tua bocca.

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giovedì 13 gennaio 2011

"Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell'etica" (foto)

 
Foto della presentazione (del 7/I/2011, a Roma), con introduzione di Miriam Iacomini, del volume e-book:

Federico Sollazzo, Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell'etica.

Nuova edizione: Federico Sollazzo, Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell'etica, (coll. Pratica filosofica), Kkien Publishing International, Gorgonzola (MI) 2015.
Ebook scaricabile QUI
 



























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