lunedì 8 febbraio 2016

Il pop è morto, viva il pop!

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

“Sarà una sorta di X Factor delle idee”. Così un politico (in questo momento non importa chi, dato che il fenomeno che vorrei ora descrivere è generalizzato e trasversale, essendo un fenomeno storico-sociale, ovvero di civilizzazione) ha di recente definito un evento pubblico che riguardava il suo partito.
Non che sia vietato fare battute per creare un clima leggero e conviviale. Ma il problema è che c’è battuta e battuta, e che i riferimenti a fenomeni della cultura di massa, oggi più che scherzi sono gli unici riferimenti di cui gran parte della popolazione dispone – politici inclusi ovviamente, che più cercano popolarità e più diventano popolari, in tutti i sensi della parola. Infatti, basta provare a chiedere a qualcuno di rendere lo stesso concetto con un riferimento che non sia tratto dalla cultura di massa e il più delle volte questo qualcuno rimarrà senza parole.
Ora, a scanso di equivoci ripeto che non c’è nulla di male nel riferirsi anche a ciò che è pop, ma, appunto, anche, non solo. E aggiungo inoltre che il riferimento al pop non solo non è demoniaco di per sé, ma è anche doveroso per comprendere appieno il tempo in cui ci è dato vivere. Per stare davvero nel mondo, con tutte le sue bellezze e bruttezze. Come disse una volta l’allenatore José Mourinho “chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio”, e il filosofo Elio Matassi con una indovinata sostituzione di termini cambiò la frase in “chi sa solo di filosofia, non sa nulla di filosofia”. Ed ecco un riuscito esempio di come cultura “bassa” e cultura “alta” possano felicemente incrociarsi – d’altra parte esse hanno molto in comune, è tutto quello che c’è nel mezzo che è medio, nel senso di mediocre.

sabato 2 gennaio 2016

La politica ci può salvare?

Ciclo di conferenze
La politica come pensiero
Conferenza di Federico Sollazzo
La politica ci può salvare?

Un pensiero su e dopo Pasolini, sulla sua tomba a Casarsa della Delizia

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Il seguente video è stato registrato il 28 ottobre 2015, in occasione del Convegno internazionale, "Pasolini. Le ragioni di una fortuna critica".

mercoledì 23 dicembre 2015

Gli uomini del fare

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Politici (di tutti gli schieramenti) e opinione (sempre più) comune, concordano: con la cultura non si mangia, leggere non serve a niente, meglio laurearsi presto anche se male anziché tardi anche se bene (o forse non laurearsi affatto, tanto oggi per trovare un posto, che so, da ministro, basta saper usare i social), ecc., e ogni qualvolta che qualcuno se ne esce con qualche esternazione del genere, ne consegue un profluvio di articoli e commenti indignati, un coro in difesa della cultura, e la cosa si riduce così ad uno scontro binario fra guelfi e ghibellini.
Come piccola e ovvia premessa, va da sé che quando gli uomini del fare criticano il sapere, si riferiscono alla cultura, quindi al sapere umanistico, e certamente non al sapere tecnico, pratico, operativo, quello delle scienze applicate (le scienze “pure” sono tollerate solo perché servono per arrivare a quelle applicate), quello del know-how, che è già una forma di fare. È (dovrebbe essere) infatti ormai chiaro anche ai sassi che è in corso una risignificazione di termini, e delle relative pratiche, quali sapere, conoscenza, istruzione, educazione, facendoli coincidere con l’acquisizione di competenze dettate dalle esigenze del mercato (a loro volta, dettate dalle esigenze della tecnica, ma qui il discorso diventa lungo). Scuole e università si trasformano così in nuovi centri di avviamento al lavoro, che differiscono da quelli del passato solo per l’iperspecializzazione dei nuovi operai che producono – sarebbero queste la “Buona Scuola” e la “Buona Università”? E la cultura – en passant, una cultura alla quale ormai non prepara più nessuno, se scuole e università sono impegnate solo nella produzione di futura manodopera – è tollerata al massimo come ornamento del fare, come divertissement nelle pause del fare. Ora, so che è utopistico e obsoleto pensare oggi che dovrebbe essere il lavoro ad essere subordinato ai princìpi della cultura, ma sarebbe già un risultato (oggi impossibile, lo so) se almeno la si smettesse di ritenere che dovrebbe essere la seconda a sottomettersi al primo.      

sabato 12 dicembre 2015

Siamo tutti universalisti, con noi stessi

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Uno dei fenomeni sociali più importanti, se non il più importante, con cui ci confrontiamo oggi e che le prossime generazioni studieranno sui libri di storia, è quello delle migrazioni di massa. È un tema estremamente complesso da affrontare e sul quale esiste una nutrita bibliografia internazionale; a tal proposito si potrebbe iniziare ad approcciarlo tramite il libro di J. Carens, Ethics of Immigration, 2013, già un classico in materia, o quello di E. Greblo, Etica dell’immigrazione, 2015, densa introduzione al dibattito internazionale.
Non è mia intenzione in questa sede riassumere i termini del tema e del dibattito intorno ad esso, per farlo anche solo maniera sintetica occorrerebbe molto spazio. Vorrei invece proporre qui delle considerazioni che si possono intendere come preliminari, un modo per rimuovere dal tema stesso possibili fraintendimenti che lo falserebbero in partenza, e che si sentono con una certa frequenza nei discorsi politici. La convinzione di chi scrive è che solo nelle interazioni, negli “inquinamenti” interculturali vi sia un potenziale arricchimento e progresso umano (insomma, così come la saggezza popolare sa, ci sarà pure un motivo se i cani meticci sono sempre più svegli di quelli di “razza pura”). Certamente queste interazioni culturali necessitano di una supervisione, che non sia però finalizzata a limitarle ma a permetterle in maniera ragionevole. Passiamo allora in rassegna, in maniera sintetica e schematizzandoli in 4 tipologie, i più popolari motivi immotivati della paura del meticciato e dell’apertura alla diversità, in base ai quali si predicano e attuano politiche di chiusura, più o meno netta, dei confini statali.

domenica 22 novembre 2015

Questioning the Human/Animal Threshold

Critical Theory Lectures Series on Animality,
Lecture by Federico Sollazzo:
Questioning the Human/Animal Threshold:
For a Critical Anthropocentrism


Abstract:
To criticize anthropocentrism is an essential task to every man who wishes to problematize his own condition of human being. In so doing, we should always be aware that are still humans to criticize their human condition.
This is the reason why if we take the critique of anthropocentrism as a way for deleting our specificities of men, we fall into a kind of “imaginary anthropocentrism”.

Keywords:
Anthropocentrism, threshold, emancipation, man, animal, animalcentrism, carno-phallogocentrism, vegeto-vaginointuitionism.

mercoledì 21 ottobre 2015

Pasolini verso Est, quaranta anni dopo l'assassinio

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Si riporta di seguito l'abstract della relazione, Un'interpretazione dell'interpretazione di Pasolini in Ungheria, tenuta da Federico Sollazzo al Convegno internazionale, Pasolini. Le ragioni di una fortuna critica, organizzato dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia, nel 2015 (quarantesimo dell'omicidio dell'Autore).

Vorrei qui offrire una lettura della ricezione ungherese di Pasolini, senza però soffermarmi, come già fatto in altra sede, sui dettagli della letteratura secondaria e delle attività culturali a lui dedicate, bensì individuando dei tratti ricorrenti in tale ricezione.

giovedì 8 ottobre 2015

Ethics of Immigration (A bevándorlás etikája)


Is it acceptable that the worth of a life depends from the arbitrary datum of the place of birth?

"Passport is a police 'disorder' so much the more odious that it employs all the arts of tyranny and deprives man of the first, the most well-founded of his rights, that of breathing the air which pleases him without asking the permission of one who can refuse it", J. Peuchet, 1791.

Within the XX. Őszi Kulturális Fesztivál, Lecture by Federico Sollazzo:
University of Szeged, Faculty of Arts, classroom 3 of the Ady tér building
Tuesday, 20th Oct., 2015, 6 p.m.

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Reading Pasolini and Marcuse, Today (Pasolini és Marcuse – mai szemmel újraolvasva)


Pier Paolo Pasolini and Herbert Marcuse are often compared each other for their (critical) bound with the student movement of '68. However, their similarities go very over: their alleged pessimism is in reality a form of realism that indicates a love, and a worry, for the nowadays conditions of social and individual life.   

Within the XX. Őszi Kulturális Fesztivál, Lecture by Federico Sollazzo:
University of Szeged, Faculty of Arts, classroom 3 of the Ady tér building
Tuesday, 13th Oct., 2015, 6 p.m.

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domenica 27 settembre 2015

Il programma di un umanesimo. Verso la liberazione dell’uomo. Herbert Marcuse. Eros e civiltà

di Pietro Paolo Piredda (pietropaolo.piredda@istruzione.it; II di 2)

II parte: Origine e sviluppo della civiltà repressa

Per capire questa dialettica di costruzione e distruzione della civiltà è bene vedere la connessione tra la psicologia individuale e la teoria della civiltà in Freud (Il disagio della civiltà).

La ricerca delle origini della repressione ci riporta all’origine della repressione degli istinti, che ha luogo durante la prima infanzia. (…) È nel bambino che il principio della realtà compie la sua opera (p. 96).

Marcuse in questa seconda parte usa le suggestive immagini e analisi di Freud sulla nascita della civiltà : il “padre primordiale” che domina l’orda primitivorum” e quella del “clan fraterno”. E’ chiaro che l’analisi di Freud non sia scientificamente dimostrabile, ma Marcuse ne assume il valore simbolico:

Se l’ipotesi di Freud non è confermata da alcuna prova antropologica, essa dovrebbe essere scartata in pieno salvo il fatto che condensa (…), la dialettica storica del dominio, e in questo modo getta luce su aspetti della civiltà ancora inspiegati. Noi usiamo la speculazione antropologica di Freud solo in questo senso: per il suo valore simbolico (p. 100).

Nella teoria di Freud tutti gli atteggiamenti infantili non sono altro che il ripresentarsi di espressioni della specie. La matura civiltà di oggi è regolata dalla immaturità psichica arcaica e il materiale represso ritorna sempre; l’individuo è continuamente punito per azioni mai commesse.
Ora precisiamo meglio la profonda connessione tra psicologia individuale e sociale.
Il primo gruppo umano fu governato da un solo individuo che si impose a tutti; dal suo dominio nacque l’organizzazione sociale: è il ‘padre primordiale’. Segno del suo potere è il monopolio della donna, considerato piacere supremo; l’orda primitivorum è sottomessa a questo potere. Questo monopolio rappresenta la distribuzione ineguale del piacere e della sofferenza ma chi non sottostà a questo dominio è ucciso, castrato o esiliato.
Reprimere il piacere è essenziale per tenere in vita questa società, dominarla. Il lavoro per portar avanti l’orda era affidato ai figli che:

in seguito alla loro esclusione dal piacere, riservato al padre, erano diventati liberi di incanalare le energie istintuali in attività penose, ma necessarie (p. 101).