domenica 30 gennaio 2011

"Mezzogiorno di fuoco nei Balcani"

di Loredana Butti (info@primostudio.it)

Entrambe le estremità appartengono alla stessa vasta famiglia. Dovrebbe essere possibile il passaggio, il flusso: delle scoperte tecniche, della coscienza artigianale. Bisogna che tutto questo possa fluire, se non vogliamo essere completamente tagliati fuori dal mondo. Ricordo quel capitolo dell’antico libro cinese dei Mutamenti in cui si dice che il pozzo può essere ben scavato e l’acqua dentro di esso pura, ma se nessuno attinge l’acqua di quel pozzo, andranno ad abitarla i pesci e l’acqua si guasterà
Jerzy Grotowski

(Dalle note sullo sviluppo del progetto)

E' questo il terreno da cui spunta naturale, l’idea di uno spettacolo a 4 mani dove si sperimenta l’incontro e la fusione fra due differenti modi di vivere il teatro, si abbatte la rete del proprio orticello e ci si apre a nuove, possibili contaminazioni.
La compagnia che ci ospita realizzerà – in piena autonomia artistica e organizzativa – il laboratorio Pagine di Guerra finalizzato alla preparazione di tre brevi scene che esplodono come mine in mezzo ai convitati festanti, divenendo così colonna portante dello spettacolo Mezzogiorno di fuoco nei Balcani.
Gli ultimi due giorni di laboratorio saranno collettivi, i due gruppi si incontrano, si mostrano a vicenda i pezzi realizzati e si procede con il montaggio dello spettacolo, seguito dalle prove tecniche, filmate, e generali.
Più i due piani lavoro saranno contrastanti, per forma, ritmo e intenzioni, migliore sarà il risultato del “prodotto finito” da portare non davanti ma in mezzo al pubblico, che passa così dal ruolo passivo di spettatore, a quello attivo e partecipe, assumendo il ruolo corale degli invitati al banchetto di nozze.
Dopo li debutto in “casa “ della compagnia che ci ospita, sarà possibile avviare un ulteriore scambio, portando un loro progetto a Milano nella nostra minuscola ma centralissima "Sala dei Venti" (vedi info sul sito www.primostudio.it)
In questo sviluppo del progetto, "Emergency" sarà nostro partner, promuoverà le serate attraverso i loro gruppi territoriali e invierà alle repliche loro relatori per raccontare il lavoro svolto negli ospedali e centri di primo soccorso, nei molti paesi in guerra.

Testo da trasformare in azioni sceniche in fase di laboratorio e poi montare all'interno dello spettacolo Mezzogiorno di fuoco nei Balcani tratto dal romanzo Ritorno a casa di Natasha Radojcic-Kane.

Personaggi:
HALID figlio di Neda
MOMIR figlio di Stana
AIDA figlia del colonnello
GHURGE il re degli zingari
SIMO il poliziotto corrotto
SOLDATI

Le azioni si svolgono in Bosnia, fra il 1992 e il 1995, durante la guerra nella ex Jugoslavia.


Quadro 1
Sul campo minato

Momir è arruolato nelle file nemiche dell’amico Halid.
Marcia, assieme ai suoi commilitoni, impegnato in un’incursione notturna.
Attraversa selve e boschi, villaggi e città. Giorni, mesi e anni di marcia.
Quella notte, all’improvviso gli torna alla mente sua moglie, la bella Mira e realizza in quel preciso istante che in verità lei non lo ha mai amato.
La vede giovane e bella, alla festa del paese, mentre balla con il suo amico Halid.
E pensa: “Lì sì che era felice, non al nostro matrimonio!”
Dopo lo sgomento arriva la tristezza e poi gli sale la rabbia.
Si sfoga ballando una frenetica break-dance, come faceva prima di quella lunga guerra.
Quando si accorge che i suoi commilitoni procedono e lo lasciano indietro, si mette a correre per raggiungerli.
Mette il piede su una mina e salta in aria come una scheggia impazzita.
Poco dopo due soldati vengono a portare via il suo corpo.

Quadro 2
L’assedio di Sarajevo

Turno di guardia.
Halid entra in un edificio abbandonato, si siede in un angolo e cerca di dormire un po’.
Dalla porta accanto entra qualcuno, lui sente un rumore alla sue spalle e crede di essere caduto in un’imboscata.

Estrae la Luger e spara.
La ragazza colpita al centro della fronte, cade a terra lentamente, come se le avessero dato una leggera spinta giocando.
Le falde del cappotto si aprono. Sotto, legata con cura intorno al collo aggraziato, una bella sciarpa turchese.
E dolce e invitante è anche la posizione che ha preso:
sdraiata sulla schiena con le ginocchia leggermente aperte.
I capelli e la frangia della sciarpa, sparsi intorno come i petali di una corolla.

Halid cerca di arrestare l’emorragia con le mani, ma il sangue continua a scorrere dalla fronte, cancellando i lineamenti.
Alla fine i muscoli del collo cedono e fanno sembrare la testa pesantissima.

Solo in quell'istante Halid riconosce Aida.
Appoggia la testa sul suo cuore e sente che non batte. Prova e riprova ad ascoltare più volte, ma il battito è cessato. Allora d’ istinto l’abbraccia, piano, dolente.
In quel lungo abbraccio, al quale non riesce a porre fine, all’improvviso sente sul corpo di lei qualcosa di voluminoso, fruga e toglie da una tasca un enorme plico di banconote.
Sono preziosi marchi tedeschi, rapido, se le caccia in tasca.
E subito trascina il corpo della sua amica fuori dall’edificio.

Quadro 3
L’esecuzione

Da lontano arriva un latrare di cani.
Entra Halid armato di una bottiglia rotta.

Subito lo raggiungono Simo e Ghurge. Arrivano anche Shukre e Rade.
I quattro lo circondano, brandendo affilati coltelli. Tutti ansimano perché hanno dovuto fare un lungo giro di corsa per arrivare di fronte ad Halid.
Lui si volta di scatto e riconosce Simo, nonostante il sole in faccia vede il lampo e la lama.

Ormai il cerchio intorno a lui è troppo stretto e gli ostruisce la visuale.

Il pallore di Simo contrasta con la sua uniforme, Ghurge ha in testa un cappellaccio gli altri due sono gli stessi di sempre.
Halid gira la testa da una parte all’altra per tenere d’occhio i quattro uomini contemporaneamente.
Ghurge si avvicina. Halid se ne accorge, gira su se stesso e lo colpisce alla spalla.

Poi un dolore terribile gli squarcia la schiena: Simo ha dato il primo colpo.
Cade sulle ginocchia e si tocca la schiena. Ha la mano insanguinata.
Simo gli toglie il coltello di mano con un calcio. Ha il viso in fiamme e lo sguardo vitreo.
Halid tenta di alzarsi. Una fitta gli corre lungo la gamba. Ha il coltello ancora piantato nella schiena.
Spinge più forte che può. Ancora un po’. Ecco adesso è in piedi.

All’improvviso gli si para davanti Ghurge. Sente un'altra fitta che gli lacera lo stomaco.
Ghurge indietreggia tirando fuori il coltello.
Halid abbassa lo sguardo e vede che i pantaloni da bianchi sono diventata rossi.
Un'altra fitta di dolore allo stomaco. Se lo stringe con entrambe le mani, teme di perdere qualcosa in quel fiotto di sangue. Cade di nuovo sulle ginocchia.
Allora si rende conto che sta morendo e un’ondata di panico lo sommerge.
Cerca di costringersi ad alzarsi, di ordinare alle proprie gambe di alzarsi, alzarsi, alzarsi.

Più forte spinge mani e piedi contro il terreno, più difficile è restare in ginocchio.
Si accascia su un fianco.
Poco più indietro vede sua madre. Ha la bocca aperta, muta come un pesce.
Halid non vuole morire guardando i volti dei suoi assassini e striscia verso sua madre.
Un uccello cardinale si posa sul ramo e comincia a cinguettare.
E’ contento che sia un cardinale e non un uccello dal canto triste.
Sente un calcio che lo colpisce alla schiena. Un colpo ovattato, innocuo.
Poi sente passi che si allontanano e altri che si avvicinano.
Mani lo carezzano, con dolcezza, e una voce sussurra al suo orecchio.



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venerdì 21 gennaio 2011

La luna è nuda

di Ledi Shirley Cavalcante (ledishirleycavalcante@gmail.com)

A Leo.


Saudade

Vorrei sentire la voce di sempre,
il tuo sguardo distratto che si posa sul mio
e mi fissa
come se si trattasse della sorpresa più bella.
Vorrei sentire le tue braccia intorno alla vita,
capire che la storia è fatta di tempeste e quiete.
Vorrei ricordare l'odore nei giorni di gioia,
la pace del naufrago che tocca la terra ferma.
Vorrei riavere le dita che disegnano il contorno dei miei piedi,
dipingono il profilo delle mie gambe
e assaggiano il sapore dei miei seni.
Vorrei che quella bocca venisse da me,
che incontrasse la mia
e sapesse di baci e di nostalgia.
Vorrei che quella pelle fosse ancora lenzuola
e avvolgesse il mio corpo nelle notti di pioggia.
Vorrei che la luce di un'unica candela,
nel sentire il tuo bacio,
proiettasse sul muro
le ombre di mille stelle.
Vorrei il sospiro al calare della notte
e le cicale di fuori a comporre le onde.
Vorrei che ballassimo al suono del silenzio
e che la notte nel tuo cuore
accendesse i nostri sogni.


Assenza

D'un tratto sparisci e rimango a piedi nudi
a ricamare passi con la solitudine.
Gli occhi – verso l'orizzonte a squadrare paesaggi familiari
di mare, di cieli, di onde – sognano ancora te.
Adesso è pronto. L'orizzonte ancora limpido,
il vento soffia sulle nuvole,
il sole di nuovo a risplendere sulle squame dell'acqua
e tu che non ci sei più!


Desiderio

Perditi in me
in questa notte opaca e silenziosa.
Abbandona i vestiti e spogliati di ogni parola.
Corri che arriva il vento
magnanime alter ego di sogni soffiati,
portati via da una coppia di pensieri stralunati.
Corri che ancora tremo,
che brucia e arde nel petto la fiamma accesa del sentimento
di scoppiettanti stagioni azzurre
sulla soglia del mio lenzuolo.
Baciami,
dissetami con gesti maturi
raccolti prima del tempo.
Affrettati che chiudono le porte dei sogni
e se non ci sarai i desideri dormiranno
con la testa appoggiata su un cuscino di parole vuote.
Abbracciami in questo silenzio.
Ogni secondo è una carezza di labbra bagnate
col sale della tua pelle.
Corri, che ancora tremo!


Confessioni naufraghe

Sei la somma delle parole dette e di quelle che sono ancora nella tua anima.
Sei un ronzio distante dei ricordi che ho tanto amato.
C'è il nulla oggi, dove un giorno hai vissuto
e ancora navigano le confessioni naufraghe della tua tormenta.
Ho paura di capire che tu non sia reale
e che resti intrappolato nella mia pelle un dolore che io non riesca a sopportare.
Desidero il profumo della tua presenza,
la sensazione vellutata dei sussurri tatuati nella mia mente,
ma la geografia dei miei desideri si ricama di sogni distanti.
C'è freddo in questo caldo tropicale di note umide perse in pensieri lontani,
ma in fondo al calendario un bacio attende ancora la sua alba.
Aspetto il futuro che si trascina nella pigrizia dei giorni
e confonde una volta ancora realtà e sogno.


Le vocali del tuo nome

Non so più pronunciare il tuo nome
una forza vorace e tagliente
mi aggredisce
ogni volta che una semplice vocale
cerca di disegnarti.
Ho rubato tre consonanti e giocato con loro
tra la sabbia di spiagge infinite.
Tre lettere mi hanno giurato eterno amore ed io nel sentirle,
impaurita e vigliacca,
le ho offerto un sorriso consapevole;
amavo loro perché mi riportavano a te.


Ferita da una stella

Brutali i giorni nel silenzio.
Freccia che agonizza nella carne tremante.
Freddo sulla punta dell’ago
che punge il dolore acceso nel cuore.
Impaziente attesa riversata in ore tristi
dove il sogno, più in là della vita,
fa spazio all'ardore di una stella ferita.
Immacolato taglio che pulsa nel profondo.
Se stanotte non passano gli anni
né le parole chiuse nel tuo cuore
almeno nasceranno sogni
nell'imbrunire della tua bocca.

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giovedì 13 gennaio 2011

"Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell'etica" (foto)

 
Foto della presentazione (del 7/I/2011, a Roma), con introduzione di Miriam Iacomini, del volume e-book:

Federico Sollazzo, Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell'etica.

Nuova edizione: Federico Sollazzo, Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell'etica, (coll. Pratica filosofica), Kkien Publishing International, Gorgonzola (MI) 2015.
Ebook scaricabile QUI
 



























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sabato 18 dicembre 2010

Presentazione de "Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell'etica"

Venerdì, 7 Gennaio '11
ore 18.30
Libreria Rinascita
Via Savoia, 30, Roma
Presentazione del volume e-book
(Tesi di PhD in "Filosofia e Teoria delle Scienze Umane")


Federico Sollazzo,
Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell'etica

Introduce, Miriam Iacomini (Dottore di Ricerca in "Filosofia e Teoria delle Scienze Umane")
Interviene l'Autore, Federico Sollazzo

Nuova edizione: Federico Sollazzo, Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell'etica, (coll. Pratica filosofica), Kkien Publishing International, Gorgonzola (MI) 2015.
Ebook scaricabile QUI
 
Patrocinio: "l'EstroVerso" lestroverso.it

(Dall'Introduzione)

Il concetto di totalitarismo richiama ineluttabilmente quello del suo, almeno apparente, opposto: la democrazia; sicché, il ragionamento sull’uno apparirebbe menomato senza quello sull’altra. A sua volta, la riflessione sulla democrazia apre il campo alle più recenti argomentazioni etiche, volte alla ricerca di una pacifica, armoniosa e soddisfacente convivenza umana, al punto tale che il passaggio dall’analisi dell’una (la democrazia) a quella delle altre (le nuove correnti etiche), appare come la declinazione dello stesso discorso, quello sulla convivenza umana, nei suoi due complementari versanti: quello politico e quello morale. Questo percorso fatto di categorie concettuali necessariamente inanellate le une alle altre, confluisce infine in una proposta filosofica, sinteticamente definibile con la formula di “sintesi disgiuntiva”, tesa all’individuazione di un possibile percorso di pacificazione sociale, basato su di una “moralità minima condivisibile”, affondante le sue radici nella biologia umana e nelle emozioni.

(Dalla recensione di Miriam Iacomini)

Come l’autore ci ricorda, l’esprienza disumanizzante del totalitarismo impone la riconquista di una nuova dimensione del pensiero obbligandoci “a trascendere le (...) limitazioni individuali, l’isolamento, la solitudine, in direzione del riconoscimento della presenza degli altri”.

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lunedì 13 dicembre 2010

La filosofia e la società tecnologica avanzata

Seminari di Filosofia
La filosofia e la società tecnologica avanzata

Programma

Antropologia e tecnica in Arnold Gehlen
Martedì, 21 Dicembre ’10, ore 18.30

La questione della tecnica in Martin Heidegger
Martedì, 28 Dicembre ‘10, ore 18.30

Neutralità della tecnica e (ri)orientamento della tecnologia in Herbert Marcuse
Martedì, 4 Gennaio ’11, ore 18.30

Relatore, Federico Sollazzo
(Curatore di “CriticaMente” costruttiva-mente.blogspot.com ;
Dottore di Ricerca in “Filosofia e Teoria delle Scienze Umane”, Università Roma Tre;
Ricercatore di Filosofia Morale e Lettore, Università di Szeged – Ungheria – )

Libreria Rinascita Caffè,
Via Gasperina, 161
Roma

Ingresso libero

Patrocinio: “l’EstroVerso” lestroverso.it

Presentazione
di Federico Sollazzo

Consapevoli o meno, un certo tipo di modernità continua ad avanzare, rimodellandosi costantemente così da potersi insinuare in ogni spazio, fisico ed esistenziale.
Sia che la si voglia accettare, sia che la si voglia rifiutare, sia che si voglia operare una scelta selettiva, è preliminarmente necessario comprenderne la natura, ormai legata a filo doppio con la tecnica, o meglio, con un certo tipo di tecnologia, al punto tale che ormai la storia della società non si configura più come storia dell’uomo, ma come storia della tecnologia, rispetto alla quale l’uomo appare come un mero accessorio.

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lunedì 6 dicembre 2010

Tra totalitarismo e democrazia

di Luigi Carotenuto (luigicarotenuto@live.it)

http://www.kkienpublishing.it/wpcproduct/tra-totalitarismo-e-democrazia-federico-sollazzo/
Federico Sollazzo, Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell'etica, Nuova edizione (coll. Pratica filosofica), Kkien Publishing International, Gorgonzola (MI) 2015
Ebook scaricabile QUI

Come premessa al saggio di Federico Sollazzo, mi torna in mente una dichiarazione del regista Robert Bresson, in occasione dell'uscita del suo penultimo film, forse il più estremo, Le diable probablement: «Mi ha spinto a fare questo film lo sperpero che si fa di tutto, in questa civiltà di massa dove presto l'individuo non esisterà più. Questa immensa impresa di demolizione, dove noi periremo laddove abbiamo creduto di vivere, la si deve anche all'incredibile indifferenza di tutti, esclusi certi giovani d'oggi tra i più lucidi». Era il 1977 e il protagonista di quella pellicola, un giovane, muoveva il suo atto di accusa a una società già fortemente influenzata dalla nuova tecnologia e dalle sovrastrutture politico-sociali.
Oggi, Federico Sollazzo, ci propone un saggio critico fortemente lucido, forse mosso, anche inconsciamente, da ragioni simili a quelle del famoso cineasta, certo con la fiducia di chi crede nella filosofia non solo come mero strumento indagatore, speculativo, ma come mezzo per attuare cambiamenti sociali profondi e tangibili. Anche se, «Il mondo non ha mai ascoltato i suoi filosofi, le loro geremiadi», sentenzia Bauman, e, altrove sostiene che «non esistono soluzioni locali a problemi globali». In questo lavoro, Sollazzo tiene i fili di un serrato, rovente dialogo tra pensatori moderni e antichi, leit motiv il logos, bistrattato, strumentalizzato, usato spesso esclusivamente per brama di potere dall'uomo (come rileva Jonas citando l'Antigone sofocleo: «molte ha la vita forze tremende; eppure più dell'uomo nulla, vedi, è tremendo»). Un testo, (nello specifico, Tesi di Dottorato in “Filosofia e Teoria delle Scienze Umane”), che, come lo stesso autore tiene a precisare nell'introduzione, nasce da una prima ricerca riguardante il concetto di totalitarismo, andata ampliandosi man mano che il magma concettuale si apriva ad altre riflessioni, tutte comunque indirizzate alle umane sorti. Muovendosi, nella prima parte, soprattutto dalle considerazioni della Arendt e degli esponenti della Scuola di Francoforte, il testo si sofferma (ed è uno degli aspetti più interessanti) sulla crisi della ragione individuale prodotta dai governi totalitari che sfocia fino al tragico genocidio nazista. In ogni stato totalitario, sorretto sempre da ideologie asservite al sistema e create appositamente dallo stesso, si attua un processo di disumanizzazione e “desublimazione” dell'arte, il linguaggio si oggettivizza e via via prende forma quell'”uomo a una dimensione” descritto da Marcuse nel quale anche «la parola diventa cliché». Principale scudo di difesa il pensiero («Il pensare è già di per sé un segno di resistenza che sta ad indicare l'impegno a non lasciarsi più ingannare», Horkheimer); interrogativi inquietanti, come quello, per noi contemporanei, di trovarci nuovamente in un regime assolutizzante, tirannico, oltre alla messa in visione dei rischi che comporta la democrazia, molto spesso nome che maschera un sistema oligarchico, per nulla garante di equità dove l'apatia politica “indotta” è un modo per agire indisturbati. Difatti il cittadino viene “educato” a utilizzare il proprio voto soltanto come merce di scambio, nella logica del do ut des già denunciata nell'Ottocento da Tocqueville. Sollazzo insiste, come argine a questa deriva critica, su una filosofia pratica e una conciliazione tra ethos e logos, dato che, come sostenuto da Habermas, sempre più la vita privata si pubblicizza mentre la sfera pubblica si fa intima, segregandosi (e in proposito viene citato il bellissimo libro di Elias Canetti, Massa e potere). Inoltre, i luoghi detentori di cultura, quali università, musei, teatri, dovrebbero farsi voce, cassa di risonanza, della coscienza etico-civile laddove viene a mancare un'autocoscienza collettiva, per sfuggire a quella cultura industriale che annulla ogni capacità immaginativa e irrigidisce gli stili di vita.
L'autore, infine, dopo aver preso in esame i concetti di totalitarismo, democrazia e le varie possibili etiche pubbliche, nell'ultimo capitolo considera, senza illusorie concessioni utopistiche, le prospettive di una possibile pacificazione sociale. Qui parte dal “conosci te stesso” socratico per sottolineare come l'uomo moderno e contemporaneo sia il punto focale affinché non si riducano le questioni precedentemente trattate in banali semplificazioni. Si deve comprendere tutta la problematicità dell'uomo d'oggi e da qui partire per un atteggiamento risolutivo che tenga conto però di ogni contesto (e perfino di ogni uomo, come sottolinea Sollazzo a conclusione del suo lavoro) e cominci sul serio un processo di scambio tra culture differenti, nel reciproco rispetto delle proprie peculiarità che le rendono uniche e allo stesso tempo universali.

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mercoledì 1 dicembre 2010

La poesia “pagana” di Yves Bergeret

di Francesco Barresi (ruutura@hotmail.it)

Parole, natura, uomo: una triade felice di Yves Bergeret, poeta francese e instancabile esploratore del mondo che ha esordito con varie pubblicazioni, in prosa e poesia, negli ultimi tempi, rivelandosi una novità emergente per le sue sperimentazioni poetiche.
Le sue recenti pubblicazioni contano opere come Si la montagne parle (Voix d’encre, Montélimar 2004), Montagne e parola (Gangemi, Roma 2005), La Maison des peintres de Koyo (Voix d’encre, Montélimar 2007), Il mare parla/La mer parle (“I Quaderni di Leggerete”, 2007, a cura di Biagio Guerrera e Giovanni Miraglia), confermando la sua attitudine al confronto con il paesaggio, e in particolar modo con quello montano; la montagna è infatti un privilegiato luogo delle sue mete e della sua ricerca poetica. Spesso i suoi viaggi prevedono performances particolari, servendosi della collaborazione di musicisti per valorizzare il significato evocativo della sua poesia, una felice comunione che sembra riproporre gli antichi rituali primitivi con cui si celebravano le forze della natura. Una semplice lettura a tavolino dei suoi testi sarebbe riduttiva perché la poesia di Bergeret non è fatta per essere letta e consumata nei luoghi dell’anima ma per essere esibita in ampi spazi aperti, per ristabilire un dialogo antico tra la natura e l’uomo in una ricerca inesauribile di tutte le forze primordiali del mondo e dell’uomo, riproponendo una sacralità antica con il veicolo della poesia. È un poeta che ha viaggiato molto (Mali, Cipro, Guyana, Martinica, Sahel): la sua professione di fede nella poesia lo pone come ricercatore in vari luoghi del mondo e tra questi la Sicilia, dove ha collaborato con il ceramista di Caltagirone Andrea Branciforti e, a Noto, con gli artisti Pia Scornavacca e Carlo Sapuppo. Il felice incontro con la ricca civiltà siciliana ha prodotto il suo “Poema dell’Etna”, un lungo componimento e insieme una celebrazione del grande vulcano, in cui Bergeret da prova della sua langue espanse, in una ricerca poetica in cui tutti i segni dello spazio appartengono alla lingua, quindi in un approccio teorico e pratico vissuto all’insegna di una forte relazione con il mondo.
La sua è una liturgia atea, contemporanea, pagana, che valorizza la natura come luogo sacrificale per la sua poesia e come unica deità da venerare, affinché le sue parole possano rivelare l’energia intrinseca e dimenticata della natura con l’ausilio della musica e in particolare degli strumenti a percussione. Proprio per questo Bergeret definisce la sua poesia “geologica”, perché la sua ricerca poetica mira a riproporre un’unità originaria tra la terra e il cielo, tra le forze primordiali della natura e la forza evocativa delle sua poesia-liturgia, come ben dimostra l’interpretazione metaforica dell’Etna. «Il vulcano – afferma Bergeret – è la violenza dell’origine, come se il dito di Dio si fosse impresso nella terra e la terra avesse cercato di trattenerlo e da qui è nato l’Etna, una forza di distruzione non pacificata come l’uomo che abita le sue pendici, tra lo stupore dei suoi fiotti di lava e la paura di una distruzione imminente». “Persona che pone un segno” si definisce Bergeret, proprio come i segni che ricerca e che ha impresso sulla pietra lavica con il pennello intinto nell’inchiostro durante la sua “escursione”, una chiara dimostrazione della sua ricerca di un dialogo tra la natura e la poesia in cui quest’ultima è un tramite privilegiato e una chiave d’accesso del suo itinerarium di poeta e di uomo nel mondo.

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domenica 21 novembre 2010

Imbarbarimenti

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

In una recente puntata di un noto programma televisivo ("Annozero"), si è parlato del crollo, da poco avvenuto, di alcune mura, della cosiddetta casa dei gladiatori, presso gli scavi di Pompei.
Come abitualmente avviene quando si tratta di tematiche culturali, si è teso a dividere tra "cattivi" e "buoni", tra coloro che non si curano di ciò che è culturale, emblematicamente rappresentati da un allevatore del nord che auspicava che le mura di Pompei venissero usate per costruire dighe ed argini nel nord Italia, che ha recentemente subito un allagamento, e coloro che si curano di ciò che è culturale, emblematicamente rappresentati dai turisti degli scavi pompeiani, costretti ad aggirarsi in un sito che si trova in condizioni penose.
Ora, tale prospettiva nell'affrontare simili questioni è, a mio parere, del tutto distorta. Quei turisti sono infatti colpevoli tanto quanto quell'allevatore, dell'annichilimento di ciò che ha un valore culturale. Entrambi infatti si pongono di fronte a ciò che ha un valore culturale, in un'ottica utilitarista, consumista, e non fa alcuna differenza se si voglia materialmente distruggere ciò che è culturalmente prezioso, al fine di costruire qualcosa di utile, o se si voglia materialmente mantenere ciò che è culturalmente prezioso, al fine di potersene impossessare consumisticamente; in entrambi i casi viene disconosciuto il senso di ciò che è culturale.
La questione essenziale non risiede allora nella distruzione o nella conservazione di un bene culturale: nel vigente orizzonte "(dis)valoriale", anche quando la cultura viene conservata in perfette condizioni, tale perfezione è posta al servizio di logiche utilitariste, commerciali, efficientiste, produttive, consumiste; questo, l'assoggettamento della Cultura a criteri strumentali che le sono estranei, ne determina l'autentico annichilimento.
La via da intraprendere dunque, non è affatto, come abitualmente si dice, quella della scelta di amministratori politici virtuosi, bensì, come abitualmente si tace, quella di un ri-orientamento del nostro paradigma valoriale: la liberazione dall'ideologia occidentale di dominio.

Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore
F. Nietzsche

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sabato 20 novembre 2010

"Contro l'assoluto"

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Armando Zopolo, Contro l'assoluto, Progetto Cultura, Roma 2010 (pp. 234, € 15)

(Dalla prima di copertina)

Ammettere l'assoluto significa negare il tempo e, dunque, il divenire, insieme al valore dell'operare umano

Capitoli: 1) Le stagioni della filosofia; 2) Luoghi comuni; 3) L'aspettativa della felicità; 4) Lettura ideologica della felicità; 5) Religione e ateismo; 6) Laico, laicismo, laicità, clericalismo ed anticlericalismo; 7) Verità del relativo, del condizionato, dell'imperfetto, dell'incompiuto, del contingente

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giovedì 11 novembre 2010

La contraddizione assoluta del capitale

di Stefano Ulliana (ulliana1@tin.it)

E poiché uguali parti sono del grande e del piccolo, anche così in ogni cosa ci potranno essere tutte: non è possibile che esista separatamente, ma tutte partecipano a tutto
Anassagora (DK 59 B 6)

Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale
G.W.F. Hegel (Lineamenti di filosofia del diritto, Prefazione)


La forma e la sostanza dell'egemonia (ideologica e pratica) sostenuta dal Capitale (finanziario, speculativo e produttivo) attuale sono date, offerte e rese stabili dal modo e dalla struttura della contraddizione assoluta. La contraddizione assoluta è infatti la determinazione e la definizione della struttura e del modo propri del dominio e del potere esercitati dall'ideologia capitalistica presente.
La ricerca e le volontà comuni all'ideologia capitalistica, tese alla massimizzazione del profitto – nelle opere d'ingegno, nelle produzioni artistiche in senso lato, nelle produzioni tecnico-pratiche – hanno infatti stabilito la necessità irremovibile ed ineliminabile di un forma sintetica a priori, che raccolga interamente, completamente e totalmente il pensiero, l'arte e la prassi dell'infinito (umanamente inteso e rappresentato). Come nel caso della prima filosofia idealistica tedesca – J.G. Fichte – il pensiero, l'arte e la prassi della reazione – il Congresso di Vienna è del 1815 – pretende di bloccare, di negare ed annientare in anticipo qualsiasi apertura di relazione che ricordi l'abissale profondità dell'infinito liberamente creativo, viva ed espressa attraverso la relazione doppiamente dialettica sussistente fra libertà ed eguaglianza.
Nello sviluppo successivo del pensiero idealistico tedesco la posizione fichtiana venne in tal modo superata dalla ripresa schellinghiana dell'infinito creativo e doppiamente dialettico di origine bruniana – Giordano Bruno da Nola – prima di venire di nuovo piegata e trasferita su un piano esistenziale di tipo tradizionalmente neo-assolutistico. Il riorientamento poi operato dalla filosofia hegeliana doveva conservare l'astrazione e la separazione operata dai due precedessori, rafforzandone la carica e la volontà di alienazione. Solamente la speculazione critica di L. Feuerbach e quella dialettica di K. Marx sarebbero poi riuscite a rovesciare il rovesciamento inizialmente attuato da quella astrazione, separazione ed alienazione, ripristinando il concetto, l'arte e la prassi dell'infinito creativo e doppiamente dialettico.
Come allora, oggi la reazione attuata dal Capitale – nella sua forma e sostanza dittatoriale – pretende di bloccare, negare ed annientare in anticipo qualsiasi apertura di relazione che ripristini questo concetto, quest'arte e questa prassi. Per farlo blocca, nega ed annienta – in anticipo nell'immaginario collettivo o a posteriori con la propria attività repressiva – qualsiasi riferimento all'idea e all'ideale d'eguaglianza. In ciò pretende infatti di arrestare insieme alla relazione dialettica fondamentale – quella tra libertà ed eguaglianza – quella relazione verticale, che si riferisce così all'abisso creativo come all'orizzonte aperto d'infinito. L'inscindibilità di libertà ed eguaglianza apportata da questo orizzonte viene infatti ora capovolta e rovesciata nella loro divisione, separazione e subordinazione. Il concetto e la prassi di una libertà identica ed individuale conquista per sé la categoria superiore della qualità, lasciando in posizione subordinata ed inferiore il concetto e la prassi di un'eguaglianza quantitativa e di massa. In questo contesto – il contesto del cosiddetto glocale – la libertà di poter diversificare – attività, finalità, produzioni, investimenti materiali o speculativi, lavori specialistici – ordina quella di dover al contrario uniformare determinazioni e definizioni di soggezione, legate al territorio. Nelle situazioni che in tal modo vengono a costituirsi – dove l'operaio ed il tecnico mediamente od altamente specializzato sono liberi di essere assunti (e vengono ricercati) unicamente in relazione alle proprie capacità e competenze, mentre il precario-massa (dequalificato dalle proprie mansioni segmentate) viene costretto alla pura e semplice schiavitù strumentale – l'orizzonte puramente formale della libertà – di movimento dei capitali e delle merci e di qualificazione degli ideali e dei soggetti operanti – stabilisce una nuova servitù del e nel territorio – una rivisitazione della feudale servitù della gleba – come espressione negativa della libertà ed eguaglianza originarie.
Con questa divisione, separazione e subordinazione della libertà e dell'eguaglianza tramite le due categorie della qualità e della quantità il Capitale instaura la propria dittatura a metà. Attraverso quella negazione – la negazione del creativo e doppiamente dialettico dell'infinito (naturale e razionale) – il Capitale afferma se stesso come infinito immediatamente, completamente e totalmente positivo. Il Capitale fa dunque di se stesso un assoluto. L'Assoluto o l'Essere rispetto al quale il divenire temporale deve essere considerato come una forma già precompresa ed organizzata.
Separando ed astraendo il tempo reale e concreto il Capitale fonda ed erige la radice, la causa ed il principio della violenza.
L'annichilimento – preteso e voluto – della radice creativa e libera della natura razionale, infinita ed universale, si trasferisce e converte (capovolge) allora nella legittimazione per diritto separato della violenza (il potere dello Stato), come difesa dall'offesa naturale e razionale. In questo modo il Capitale – portando a termine il processo iniziato dalle prime forme di civilizzazione occidentale e poi proseguito con l'affermarsi dell'ideologia classica (orfico-pitagorica, platonica od aristotelica) – attua il distacco definitivo dall'originario.
In questo modo la pace e la giustizia naturale e razionale si tramutano e capovolgono nella guerra e nella sopraffazione umana, nella preistoria della lotta fra le classi. Separare il diritto all'uso della forza e renderlo monopolio del potere statuale ha quindi significato nella storia dell'uomo isolare l'esistenza secondo l'ordine e la gerarchia delle classi sociali, stratificate e coordinate secondo la convergenza delle funzioni sacrali e politiche e la subordinazione di quelle produttive e conservative.
Il Capitale porta ora finalmente a termine e a compimento lo sviluppo e l'evoluzione della storia umana, nell'illusione fantastica e fantasmatica della medesima, creata e sostenuta dalla missione civilizzatrice iniziata con la classicità greca (la sostituzione dell'immagine ordinata alla realtà caotica). Mentre dunque vita, esistenza e libertà entravano ad abitare lo spazio ed il tempo ordinato della polis, a prezzo di separazioni e discriminazioni, vita, esistenza e libertà attuali paiono ingigantire e globalizzare quelle separazioni e discriminazioni, costituendo il termine finale della volontà di potenza dell'intera civiltà occidentale.

Con la separazione e l'astrazione del tempo reale e concreto il Capitale fonda dunque ed erige la radice, la causa ed il principio della violenza legalizzata ed istituzionalizzata. È questa l'origine della volontà di potenza che ha animato l'evoluzione della civiltà ideologica occidentale. Nello stesso tempo con questa medesima separazione ed astrazione il Capitale instaura il modo e la struttura della contraddizione assoluta.
Negando la radice creativa e doppiamente dialettica dell'infinito, la forma reazionaria e dittatoriale del Capitale annulla l'idea e l'ideale d'eguaglianza, abbattendo nel contempo l'orizzonte comune e collettivo della libertà. In questo modo l'ideologia capitalistica odierna nega non solo tutte le forme di democrazia radicale e totale (la democrazia sic et simpliciter), ma anche la stessa idealità teorica presente nel principio liberale proposto da A. Smith (l'equilibrio del e nel commercio planetario), recuperando tutta la propria dimensione categoriale storicamente realizzatasi nei secoli XIX e XX. Economia che si fa progressivamente e sempre più Stato, ne assume via via i poteri e la potenza generale, espropriandone il fondamento di diritto, di legittimazione, di orientamento ed ordinamento. Si assiste così alla scomparsa dello Stato, non per mano della vittoria delle rivoluzioni socialiste od anarchiche, ma in virtù della reazione indotta dai procedimenti di crisi causati dalla stessa modalità produttiva capitalistica (svalorizzazione dei beni, dei diritti e dei salari dei lavoratori; iper-valorizzazione delle merci, soprattutto finanziarie; potenziamento assoluto del comando d'impresa). In tal modo il comitato d'affari della borghesia ha consentito in ogni Stato ed internazionalmente la propria sostituzione con il comando diretto ed imperiale del Capitale (WTO, FMI, BM), piegando e coartando vieppiù le stesse istituzioni del diritto internazionale (ONU) alla difesa dei suoi particolari interessi (guerre imperialistiche come operazioni di pacificazione).
Per tale ragione al modo ed alla struttura della contraddizione assoluta si congiunge e si fonde la relazione stabilita dalla strumentalizzazione assoluta.

Si è dunque già compresa la completa coincidenza fra volontà di potenza e contraddizione assoluta. L'immagine dell'una rende la realtà e la struttura dell'altra: nata dall'opposizione all'azione naturale e razionale della realtà (potenza autentica e spontanea), essa si tende e si concentra attorno alla costruzione di una polarità assoluta, posta a difesa del proprio diritto separato all'esistenza, alla vita ed alla libertà. Soggetto infinito che si pone, si apre nella relazione ed agisce, esso vale per la libertà che è capace di conservare, ampliare e moltiplicare (in modo ordinato e per se stesso) nel proprio mondo. Ogni finalità e scopo dell'azione umana viene così distolto dalla radice, dall'orizzonte e dall'ideale che danno espressione, ordine e composizione alla natura ed alla razionalità, per essere coinvolto in una sorta di rovesciamento e di contrapposizione dialettica, dove la causalità naturale si rende artificiale, per sottomettersi ai principi stabiliti da un'istituzione oggettiva, un potere umano che chiede per se stesso un riconoscimento ed un'obbedienza assoluti. In questo luogo metafisico la signoria del pensiero astratto occidentale costituisce la realtà della propria alienazione, sottoponendo prima ciò che è libero, spontaneo e creativo a strumento per l'acquisizione di scopi eterodeterminati, eterodefiniti ed eterodiretti; poi assogettandolo a tutte quelle nature in seconda (nature seconde) che l'orizzonte e l'ordine di composizione ideologico capitalista crea come strumenti privilegiati e primi dell'organizzazione di valorizzazione del Capitale stesso.
In questo modo il lavoratore-precario-massa si vede prima rovesciato nel suo contrario ed opposto – libero, creativo e spontaneo, diviene coartato e costretto secondo mansioni e segmenti d'azione predeterminati dall'economia degli sforzi e dei costi – poi ulteriormente schiavizzato a tutto ciò che per definizione si costituisce come strumento eterodeterminato, eterodefinito ed eterodiretto (prima l'organizzazione di fabbrica, poi la dislocazione delle medesime, infine la valorizzazione data alle merci ed alla speculazione finanziaria).
È in questo modo dunque che il lavoratore-precario-massa subisce una duplice violenza, una violenza che pare sdoppiarsi. E che attualmente pare accentuarsi sino all'estremo della negazione della stessa libertà vitale (per se stesso e per l'ambiente nel quale è chiamato a vivere).
Al capo opposto del lavoratore-precario-massa stanno i prestatori d'opera specializzati, organizzati ed ordinati secondo le loro specifiche mansioni e finalità, integrati nel sistema, e gli elementi direttivi ed amministrativi. Con la finanziarizzazione estrema dell'economia la catena di comando del Capitale si è però allungata ed è entrata in crisi: alla difesa ed alla reazione – soprattutto preventiva (si noti l'estrema analogia fra gli anni '20/'30 del secolo XX e quelli '80/'90) – alla reazione duplice del naturale-e-razionale ridotto a schiavo in prima e seconda battuta è dovuta subentrare una difesa ed una reazione allo squilibrio sussistente fra Capitale speculativo e Capitale investito e produttivo. Il recupero di questo squilibrio viene così attualmente pagato da un ulteriore incremento nel livello dell'alienazione imposta e nella grandezza della violenza economica, sociale, politica e giuridica impiegata. L'interconnessione fra gruppi bancarii e aziende multinazionali dimostra l'alto livello di questa necessaria composizione (necessaria per e nel sistema), capace di stabilire infine la stessa definitiva strumentalità al Capitale della medesima organizzazione e potere statuale ed internazionale.

Diventa quindi evidente come vi sia stato un incremento assoluto del potenziale di violenza e come si sia passati dalla consapevolezza della violenza-sfruttamento all'interno del sistema organizzato di fabbrica o di impresa capitalistica, alla presa di coscienza dell'atto di violenza radicale, antropica e naturale (bene compreso e fronteggiato dai movimenti del '77/'78), quando la contrapposizione di classe è diventata contrapposizione di genere e di orientamento ideologico generale. Ora pare di assistere ad un terzo e definitivo livello di violenza: alla contrapposizione dialettica di classe ed alla contrapposizione ideologica generale, capace di recuperare la radice creativa e doppiamente dialettica dell'infinito, si è aggiunta infatti una violenza che pretende di piegare a se stessa la stessa libertà vitale. Prima meccanizzata ed ordinata, ora essa dovrebbe essere totalmente negata e capovolta – una volta e per sempre – nel e dal meccanismo speculativo di unificazione mondiale del Capitale (globalizzazione).
Per questo la serie duplice delle contrapposizioni dialettiche si sta ora ampliando e potenziando in modo assoluto in una sorta di contraddizione assoluta del Capitale, dove l'iper-astratto della speculazione borsistica pompa inesauribilmente ed inesorabilmente la necessità ed il fato della violenza totale, dell'espropriazione naturale ed antropica, ridisegnando territori, riorganizzando inter-comunità umane con lo strumento degli spostamenti di massa ed i genocidi mascherati, pianificando la separazione e la contrapposizione fra un livello superiore di movimento e d'ordine ed uno inferiore e territoriale di immobilità, immodificabilità e feroce subordinazione ai progetti di continua trasformazione che piovono dall'alto, secondo le decisioni interessate e complici degli investitori economici mondiali e dei rappresentanti politici locali (nazionali, regionali, provinciali).

La contraddizione assoluta del Capitale si conserva attraverso una spinta intrinseca, che introflette ogni espressione vitale e libera della natura, così come ogni espressione sensibile ed immaginativa della ragione. Per essa il creativo e dialettico originario – l'unità oppositiva e di movimento, di trasformazione e rivoluzione della natura e della ragione – viene piegato e coartato secondo una logica completamente opposta ed astrattamente metafisicizzante. La divisione, la separazione e la scissione che costituisce la potenza alienata ed astratta del potere umano (religiosa, d'ordine o di classe) cerca il sostegno ed il consenso – la propria alimentazione – in uno spirito reazionario e di massa, sollecitato ed evocato, organizzato, istituito e compartito, comunicato e contagiato socialmente attraverso il possesso, il controllo e l'indirizzo dei mezzi comunicativi e formativi di massa (radio, televisioni, scuole ed università). In questo modo ogni positiva estroflessione viene ripiegata e chiusa in una logica del negativo e della negazione (della distinzione e discriminazione).
L'immediatamente e spontaneamente positivo viene allora incanalato, piegato e capovolto da una logica reale (astratta), nella quale e per la quale il principio della selezione per affinità negatrice – della libertà spontanea e vitale degli impulsi naturali e razionali – diviene criterio operativo della comunità ordinata ed organizzata dei soggetti comunitari. In tal modo l'orizzonte e la realtà apertamente comune e collettiva dei soggetti vitalmente in azione (creativa e reciprocamente dialettica), per la ricerca e l'attuazione di un bene ideale, si rovescia e capovolge nella determinazione identitaria e definitiva di quello stesso bene, assolutamente, interamente, completamente e totalmente deprivato dell'originaria azione creativa e reciprocamente dialettica (territorialismo indotto dalla globalizzazione).
Con questa filosofia sociologica reattiva e reazionaria il Capitale si mette quindi al riparo, in modo tendenzialmente perenne, da ogni possibile impulso rivoluzionario, deviandone la sensibilità, l'immaginazione ed il ragionamento verso forme opposte di determinazione individuale e collettiva. Edificando una nuova natura ed un nuova ragione, che possano insieme confortare e dare rassicurazione, offrendo benessere e soddisfazione, combattendo quelle determinazioni di paura e pericolo, che vengono innestate dal sistema in crisi per cause proprie nei soggetti oggettivamente o soggettivamente indisponibili a questa presa reazionaria. Con questo distacco e separazione di massa il sistema riesce pertanto a rendere la propria comunità di soggetti (effettivamente e disumanamente) inaffettiva ed anaffettiva, così organizzandola e governandola come vera e propria massa preventivamente (inconsapevolmente e/o consapevolmente) contro-rivoluzionaria e reazionaria. I sentimenti umani di reciproco riconoscimento, di mutuo aiuto e di vicendevole costruzione delle proprie esistenze vengono allora autonomamente repressi, perché immediatamente e progressivamente (sino alla loro totalità) sostituiti da un'educazione autoritaria alla distinzione, discriminazione e selezione ordinata (nuovo razzismo istituzionale, rivolto ai comportamenti di etnie, nazioni o parti politiche della società).
Il risultato evidente di questo rovesciamento e capovolgimento è la considerazione e valutazione della violenza come normalità dell'esercizio della forza e dell'autorità civile e della normalità dell'originario creativo e doppiamente dialettico come violenza consapevolmente esercitata contro l'ordine naturale e razionale delle cose. In questa volontà di sradicamento dell'originario – della sua realtà, del suo movimento e della sua idealità – il sistema retorico, pedagogico e culturale (ideologico) del Capitale pretende di colpire ed affossare per prima l'affettività generale e particolare dei soggetti, nella loro umanità, individuale e collettiva. Così – soprattutto per chi lavori con le giovani generazioni, nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado – diventa facile vedere come questa negazione annulli la sensibilità dei e nei rapporti individuali ed il suo senso razionale (la produttività creativa e dialetticamente immaginifica). Di qui il drammatico e generalizzato impoverimento delle abilità e delle capacità operative e conoscitive dei discenti, con l'instaurazione di schemi di comportamento e di apprendimento autoreferenziali e idiomatici.
L'affermazione identitaria sorregge poi l'impossibile annullamento dell'affettività stessa, trasferendone il portato in una sorta di distacco e repulsione anaffettiva, presente ed operante soprattutto nelle generazioni dei giovani e dei giovani adulti. L'inaffettività e l'anaffettività si trasformano poi nel motore principale del progressivo smantellamento (piuttosto inconsapevole) delle sensibilità operative degli adulti, destinato ad incrementare progressivamente tutti gli errori vitali, definiti dal reciproco rispetto delle relazioni esistenziali (in ogni ambito della sicurezza, individuale e collettiva).

Questa sorta di fenomenologia patologica indotta dal Capitale trova la propria spiegazione strutturale in una serie di scelte ideologiche fondamentali, che hanno a che vedere con le dimensioni umane dello spazio e del tempo.
Lo spazio può infatti essere determinato e definito come il sorgere ed emergere della dimensione creativa, specificandosi poi come la sua propria apertura di relazione (in congiunzione con la tensione temporale, da essa stessa evolutivamente predisposta); oppure può essere al contrario considerato come un principio di inertizzazione e di omogeneizzazione, dove la radice creativa viene preventivamente annichilita e l'apertura di relazione negata e capovolta nella prioritaria e gerarchica disposizione d'ordine. È qui che la dimensione umana del tempo viene raccorciata ed infine alienata in una disposizione concentrativa, di concentrazione (tramite un'integrazione continua e successiva, che vale nient'altro che la stessa trasmissione del potere e della potenza alienata nella storia di lunghissima durata della civiltà occidentale). Oppure, al contrario, la dimensione umana del tempo può accompagnare il sorgere, l'emergere e l'aprirsi di quella spaziale, come sua tensione realizzativa ideale. Capace di protendere una molteplicità inesauribile ed infinita di scopi e di finalità, insieme naturali e razionali. Dove il tempo può – al contrario dell'esempio precedente – essere dilatato, per ridivenire il tempo dell'umano reimpossessamento, dell'umana autonomia e libertà (predisposizione d'eternità o conservazione eterna dell'ideale).

Nel contesto stabilito dalla premessa che congiunge, combina ed esprime le due dimensioni umane ed originarie del tempo e dello spazio, addivengono quindi a ricalibrazione anche le differenti ed ordinate categorie teoriche e pratiche della quantità, qualità, relazione e modalità.
Mentre nell'ipotesi voluta fortemente dalla concentrazione polare del Capitale finanziario la quantità è soggetta, come massa informe (corpo sociale) alla realtà negativa e limitante – alla qualità – delle predisposizioni tecniche ed accademiche orientate alla valorizzazione delle merci e del Capitale stesso, nell'ipotesi che tiene insieme in modo radicale ed ideale libertà ed eguaglianza la quantità ridiviene il modo infinitamente aperto della qualità, la continua produzione e trasformazione (rivoluzione) dei modi liberi e democratici di posizione creativa e relazione dialettica.
Allo stesso modo, mentre nell'ipotesi capitalistica questa posizione creativa e relazione dialettica vengono rovesciate e capovolte nella sostanza di una relazione produttiva (causale) che assorbe sul lato del principio dell'accumulazione e della massimizzazione dei profitti la totalità integrale dell'umanità su questo pianeta, garantendo attraverso la predisposizone ideologica lo sfruttamento e l'alienazione della potenza non solo umana, ma bensì universalmente naturale e razionale (crisi ambientale, sociale e politica globale), nell'ipotesi opposta, possibilità reale e necessità ideale si ricompongono e si ordinano di nuovo, per riprodurre ancora quella tensione spazio-temporale, che è la disposizione e l'immagine umana viva dell'unità fra Natura e Ragione. Così l'infinito creativo e doppiamente dialettico riapre finalmente la dimensione della democrazia assoluta (esistenziale, economico-sociale, politico-ambientale) planetaria.
Data questa opposizione irriducibile, che sarà il luogo e il motivo di scontro fra l'ideologico e l'ideale in questo nuovo secolo (il XXI), è conseguentemente facile osservare la contrapposizione insanabile che sussisterà fra le due opposte mentalità (e direi quasi le due opposte nature antropologiche).
La mentalità capitalistica nella sua fase finale infatti accumula su di sé tutto il portato ideologico delle tradizioni egemoni e separate del potere presenti nell'intera storia della civiltà occidentale (secondo il criterio dell'Uno necessario e d'ordine): essa assorbe, affina e seleziona, potenzia e diffonde sensibilità, sentimenti e passioni adatti ai propri scopi di alienazione e negazione (del creativo e dialettico originario). Valorizza gli atteggiamenti aggressivi, distruttivi ed autoritariamente ricompositivi (perché comunque funzionali ad una ricomposizione autoritaria).
Al contrario la mentalità democratica radicale ed ideale riapre il respiro dello spirito dello spazio e del tempo, della posizione creativa e dell'espressione dialettica, del movimento ideale continuo.
Tanto la prima estrinseca, estende e controlla, uno spazio di alienazione dal potere effettivo e dallo stesso, progressivo, godimento dei diritti umani essenziali, quanto all'opposto la seconda include immediatamente e totalmente l'intera umanità e naturalità all'interno del godimento dei propri diritti razionali.
È e sarà dunque questo il vero e proprio scontro di civiltà al quale assisteremo in questo secolo e che ci dirà se questo pianeta si sbarazzerà della specie umana o se, al contrario, umanità, natura e razionalità potranno ritrovarsi ed insieme godere della comune, universale ed infinita, felicità.

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