lunedì 11 luglio 2011

La noia e l’Oriente

di Erwin de Greef (erwindegreef@libero.it)

Petit, mièvre, mignard, – le Japon physique et 
moral tient tout entière dans ces trois mots-là…

Loti P., Madame Chrysanthème, cap. XLIV.

Ad apertura di romanzo, nella dedica, Pierre Loti afferma che i tre principali protagonisti sono: “[…] Moi, le Japon et l’Effet que ce pays m’a produit”(1) (M. C., p. 43). Quel che il narratore suggerisce al lettore è che il Giappone è descritto, raccontato, rappresentato, attraverso lo sguardo attento e colto di un europeo. È il suo punto di vista. Da subito lo spazio teatralizzato conquista un senso emotivo e, con lo scorrere dei capitoli, è sempre più razionale. Si tratta di un complesso processo poetico che trasforma lo spazio vuoto – come quello di Kurtz in Cuore di tenebra (1902), senza qui volere stabilire una relazione, comunque impossibile, tra le due opere – in qualcosa che ha senso sia per l’autore, nel momento della scrittura, sia per noi lettori, nel momento in cui leggiamo. Come ha bene messo in evidenza Bruno Vercier:

Le Japon rend inopérantes les vieilles recettes romanesques et Chrysanthème, loin de mourir d’amour devant “la mer calme”, préfère vérifier le bon aloi des piastres qu’elle a gagnées… Femme lisse, pays incompréhensible, totalement Autre: le romanesque, si romanesque il y a, sera autre également, naissant des rapports du Moi avec le Japon.
(2)

In questa ottica discorsiva è l’Europa, civile, colta, organizzata, ricca, ma anche e soprattutto potente, che dà intelligibilità all’Oriente. Il protagonista prende familiarità con l’esotico. In Madame Chrysanthème, lo incontra, lo sperimenta ancora una volta, dopo le esperienze vissute in Turchia (Aziyadé, 1879) e Tahiti (Rarahu, 1880, intitolato in seguito, Le mariage de Loti, 1882). Lo racconta dalla sua specula: “[…] il paese straniero è, sì, presente, a provocare l’apparizione del libro; ma esso non entra nel libro stesso: si ha a che fare solo con l’effetto, l’impressione, la reazione soggettiva”(3).
Lo stesso narratore sottolinea che le sue memorie, i ricordi, sono composti solo di: “[…] détails saugrenus; de minutieuses notations de couleurs, de formes, de senteurs, de bruits…”(4) (M. C., p. 164). È questa la collezione di impressioni di Loti. L’io narrante sottolinea per mezzo di una tecnica ricercata, studiata, affinata, la diversità dell’Est rispetto all’Ovest. C’è, però, in questo fascinoso ordigno narrativo un problema di metodo, che, a sua volta, è culturale. Il narratore ne ha consapevolezza e già in Rarahu, s’interroga su quest’aspetto assai rilevante per l’economia dell’opera: “Dove trovare in francese parole che esprimano qualcosa di questa notte polinesiana, di questi rumori desolati della natura?”(5). La stessa domanda si pone in Madame Chrysanthème: “Pour raconter fidèlment ces soirées-là, il faudrait un langage plus manieré que le nôtre; […]”(6) (M. C., p. 99). Una soluzione possibile – e di cui Loti fa largo uso – è l’impiego di parole straniere. Egli stesso se ne avvede, siamo nel capitolo XLIX, laddove nel nominare per la prima volta col nome originale lo strumento a tre corde suonato da Kikou-San, lo samisen, puntualizza: “[…] pour éviter ces termes exotiques dont on m’a reproché l’abus"(7) (M. C., p. 203). E ancora prima, nel capitolo VIII, l’io narrante si lancia in una nostalgica e assai ironica comparazione con i paesi già visitati:

Dans d’autres pays de la terre, en Océanie dans l’île délicieuse, à Stamboul dans les vieux quartiers morts, il me semblait que les mots ne disaient jamais autant que j’aurais voulu dire, je me débattais contre mon impuissance à rendre dans une langue humaine le charme pénétrant des choses.Ici, au contraire, les mots, justes cependant, sont trop grands, trop vibrants toujours; les mots embellissent. Je me fais l’effet de jouer pour moi-même quelque comédie bien piètre, bien banale, et, quand j’essaie de prendre au sérieux mon ménage, je vois se dresser en derision devant moi la figure de M. Kangourou, agent matrimonial, à qui je dois mon bonheur.(8) (M. C., pp. 83-84)

In questo processo egotico, autoreferenziale, di assimilazione della lingua (vero e proprio passe-partout di transitorietà socio-culturale verso l’Altro), della cultura giapponese, l’io narrante si rassegna ad etichettare la sensazione, non la descrive: «[…] in un “paese esotico” contraddistinto da una “grazia esotica”, egli conduce una “vita esotica”…» (T. T., 364). In Aziyadé, la sua compagna gli evoca i “profumi dell’Oriente”, la “indolenza orientale”, il “lusso orientale”. In Madame Chrysanthème, il fascino, il gusto, dell’Oriente gli è restituito, anche qui, dai profumi, i rumori, i paesaggi, la gente, la sua musmé. In questo articolato processo di elaborazione e re-interpretazione dell’Oriente, ogni cosa si presenta ai suoi occhi come bizzarra, fantastica, inimmaginabile, indicibile. Nel descrivere la natura e la gente, Loti si concentra su tutto quello che vi è di più caratteristico. Come ha osservato Todorov: “[…] in altri termini, per lui, il luogo comune esprime la realtà delle cose” (T. T., p. 365). A nostro avviso, si tratta anche di un fisiologico processo di assimilazione per gradi, dal generale al particolare. L’io narrante comincia col descrivere, raccontare, rappresentare le montagne di Nagasaki e finisce con i giardini, i piccoli cimiteri, i mazzi di fiori, i vasetti, i cibi e tutto quello che cade sotto il suo sguardo curioso e investigatore. In Turchia, con Aziyadé, si respirano i profumi balsamici e si è circondati di cupi sguardi pieni di fanatismo e oscurità. In Polinesia, con Rarahu, si contemplano gli snelli fusti delle palme di cocco. In Giappone, con Madame Chrysanthème, tra le altre infinite cose, si osservano: “[…] les gens sont tous nus, les enfants, les jeunes, les vieux, les vieilles, chacun assis dans une jarre, prenant son bain”(9) (M. C.
, p. 167).
L’atteggiamento, l’approccio, di Loti nei confronti del Giappone, come degli altri paesi – in questo, il disegno narrativo dell’autore è replicante – è ambiguo. Da una parte: “[…] egli ne subisce il fascino e vi trova un termine di paragone che gli permette di criticare l’artificio e la falsità europei” (T. T., p. 365). In Turchia vuole condividere la vita della gente del luogo. Vuole vivere libero dagli obblighi sociali e dalle convenzioni europee. A Tahiti si convince di avere davanti a sé una razza primitiva, che vive nell’ozio. In Giappone, secondo il suo punto di vista: “Les gens de ce pays-ci n’ont aucune conscience de l’heure, du prix du temps”(10) (M. C., p. 69), ulteriore e sottile distinguo tra l’eccellente organizzazione dell’uomo occidentale, del Bianco, contro la non organizzazione, la non civiltà dell’orientale, l’Altro. Queste fantasticherie primitiviste, ad ogni modo, non mettono mai in discussione – anzi esaltano – la scelta del narratore, che è di ritornare in quei paesi civili di cui è originario. In Aziyadé, spinge più a fondo il meccanismo di identificazione con l’Altro. Smette i suoi abiti da ufficiale e veste il fez e il caffettano. Si sistema a Istanbul, adotta il modo di vivere dei turchi, s’innamora – per davvero – di una ragazza del luogo, finisce per arruolarsi nell’esercito turco, per morire in battaglia – la morte epica che, alla fine della sua vita, non riuscì a coronare. In Rarahu, l’io narrante resuscita e, senza troppa fatica, rinuncia al progetto di fermarsi in quel luogo. Infine, in Giappone, lo sappiamo, la storia comincia male, sembra andare peggio, ma poi, un po’ per volta, il protagonista si ambienta. L’io narrante ripensa alle sue avventure pregresse: “[…] tandis que de tout temps j’ai été gâté, moi, par des petits logis autrement charmants que celui-ci, dans toute sorte de contrées dont le souvenir me trouble encore”(11) (M. C., p. 207). Nello stesso tempo, sempre alla vigilia della partenza, il protagonista è consapevole che: “Il va falloir quitter bientôt cette vie facile et presque amusante, ce faubourg nippon où le hasard a fait camper, et notre maisonnette au milieu des fleurs”(12) (M. C., pp. 206-207). Infine, siamo alla fine del capitolo L, l’io narrante si arrende di fronte ad un sentimento di rinuncia: 

Mais une âme qui, plus que jamais, me paraît être d’une espèce différente de la mienne; je sens mes pensées aussi loin des leurs que des conceptions changeantes d’un oiseau ou des reveries d’un singe; je sens, entre elles et moi, le gouffre mystérieux effroyable…(13) (M. C., p. 209)

D’altronde per Pierre: “[…] tous les pays de la terre arrivent à se ressembler; ils perdent le cachet imprimé sur eux par les hommes, les peuples; par les atomes qui grouillent en bas”(14) (M. C., p. 208). Riflessione assai rilevante questa, perché l’identificazione di Loti con il paese che visita va diminuendo. Ciò che gli impedisce il riconoscimento è che l’io narrante prova il sentimento di condurvi una seconda, una terza vita, del tutto diversa, distante, dalle precedenti. È un senso di fuga verso l’ignoto, un’incessante ricerca, un voler ritornare all’infanzia persa. A questo proposito, Bruno Vercier scrive: “Ce barbare est un artiste, un enfant qui cherche à réaliser des rêves d’enfant, qui veut à la fois le frisson de l’inconnu et la chaleur d’un refuge”(15) (B. V., p. 18). In Madame Chrysanthème, lo dichiara di continuo che in lui non rimarrà nulla delle giapponeserie che ha vissuto. Lo stesso pensiero, in modo dissimile, finisce con l’affermare in Aziyadé, dove l’identità orientale non coagula, non influenza l’identità occidentale. Sono due momenti diversi, scissi nella percezione dell’autore. Se egli ama Istanbul è perché lì può dissolvere la sua maschera occidentale per vestire quella orientale. Il fez e il caffettano sono un modo di vestire che l’io narrante si cuce sulla pelle, non sono il medium per un processo di identificazione con l’Altro, bensì di fuga dal quotidiano. Con l’arguzia argomentativa, che lo contraddistingue, a questo proposito Todorov afferma:

Ora un Loti giapponese, tahitiano, persino turco, non è mai un Giapponese, un Tahitiano, un Turco, non è più di quanto l’effetto prodotto dal paese si confonda con il paese stesso. La vera identificazione è impossibile, poiché le differenze tra “razze” sono insormontabili. (T. T., p. 367)

Così con Rarahu c’erano degli abissi, delle terribili barriere: “[…] tra noi che eravamo una stessa carne, restava la differenza radicale delle razze, la divergenza delle nozioni fondamentali di ogni cosa […]”(16). Lo stesso vale per il Giappone di Loti: “A ce Japon, comme aux petits bonshommes et bonnes femmes qui l’habitent, il manque décidément je ne sais quoi d’essentiel: […]”(17) (M. C., p. 217). Leggiamo anche nel capitolo XLV: “Et je songe, en les dévisageant: comme nous sommes loin de ce peuple japonais, comme nous sommes de race dissemblable!...”(18) (M. C., p. 187). Ancora più pregante di significati è il seguente brano del capitolo XXXIV:

[…] même les plus vieux livres ne nous l’expliqueront jamais que d’une manière superficielle et impuissante, – parce que nous ne sommes pas les pareils de ces gens-là. Nous passons sans bien comprendre au milieu de leur gaîté et de leur rire, qui sont au rebours des nôtres.(19) (M. C., p. 148)

Come ha bene osservato Todorov, richiamando il pensiero di Gustave Le Bon:

La visione di Loti riguardo alla comunicazione tra razze è paragonabile a quella del suo contemporaneo Gustave Le Bon: tra una razza e l’altra c’è la stessa distanza che tra noi e gli animali (le razze sono delle specie); non esiste dunque unità del genere umano. (T. T., 367)

Ad ogni modo Loti non ha nulla di cui rammaricarsi, perché è proprio da questo scarto di comprensione, di assimilazione, di comunanza, che nasce il fascino: “[…] l’esotismo non è altro che la mescolanza di seduzione e di ignoranza, il rinnovarsi della sensazione grazie alla stranezza” (T. T., p. 367). In Madame Chrysanthème, l’io narrante afferma: “[…] il y a tout un bagage prêt à partir […]”(20) (M. C., p. 223). E ancora qualche passo prima, siamo nel capitolo LI: “Mais quel effrayant bagage! Dix-huit caisses ou paquets, de bouddhas, de chimères, de vases, – sans compter les derniers lotus que j’emporte aussi, liés en gerbe rose”(21) (M. C., p. 218).
Lo stesso aveva già affermato in Rarahu. L’esotico l’avvicina a cose mai viste prima, del tutto sconosciute. Ciò accade perché Loti, alla stregua di tanti altri scrittori, è profondamente ostile alla mescolanza delle culture, in quanto questa comunanza diminuisce il loro coefficiente di esotismo. Non è un caso che Loti nutra solo del disprezzo per i giapponesi che imitano l’Occidente: “[…] quelques Japonais (encore peu nombreux heureusement) s’essayant à porter jaquette […]”(22) (M. C., p. 97). E, poi, ancora oltre, nel capitolo XXXII:

Ils ne devaient pas ressembler aux Japonais d’au-jourd’hui, les hommes qui ont conçu tous ces temples d’autrefois, qui en ont construit partout, qui en ont rempli ce pays jusque dans ses derniers recoins solitaires.(23) (M. C., p. 140)

Per potere vivere l’esperienza esotica è necessario che i popoli dell’Altrove siano preservati da un processo di occidentalizzazione – per molti versi solo utopistico. Là dove si crea un contatto duraturo, esperenziale, ri-formativo dell’Altro, l’esotico, l’orientale – per dirla alla Said – si disfà. L’autore si spinge ancora oltre nella sua riflessione. Egli è consapevole che, già all’interno del sistema codificato di valori tout-court dell’Altro, c’è un processo degenerativo – per il suo punto di vista – di sfaldamento dei valori tradizionali. Molti dei personaggi – tra questi il signor Zucchero e tutti quelli che roteano intorno al protagonista – e lo stesso Giappone sono come incartapecoriti:

Est-ce parce que je vais quitter ce pays, parce que je n’y ai plus d’attache, plus de gîte et que mon esprit est déjà un peu ailleurs, – je ne sais, mais il me semble que je ne l’avais jamais vu aussi clairement qu’aujourd’hui. Et, plus que de costume encore, je le trouve petit, vieillot, à bout de sang et à bout de sève; j’ai conscience de son antiquité antédiluvienne; de sa momification de tant de siècles – qui va bientôt finir dans le grotesque et la bouffonnerie pitoyable, au contact des nouveautés d’occident.(24) (M. C., p. 228)

Come ha messo in evidenza A. Quella-Villéger: “Il s’attache particulièrment au Japon traditionnel et se lamente sur l’invasion d’un modernisme industriel et guerrier qui défigure l’antique pays des samouraïs”(25) (Q.V., p. 146).
È anche vero che il Giappone che visitò Loti era in grande transizione storica. Con l’epoca Meiji (Kyoto 1852-Tokyo 1912, significa "Governo illuminato") si apre al mondo, alla tecnologia, in uno, appunto, al modernismo. Realtà che il narratore aveva ben compreso: “En ce qui est affaire d’adresse, de patience, et d’exactitude, ces petits Japonais ne pouvaient qu’exceller”(26).
Questo, secondo Loti, spiega come i giapponesi si siano appropriati tanto presto della tecnologia occidentale: “[…] on s’étonne seulement qu’ils n’aient pas inventé eux-mêmes, des millénaires avant nous, tout cela avec quoi ils jonglent aujourd’hui comme des virtuoses”(27).
Infine, ad apertura di romanzo, siamo nel capitolo II, Pierre fa una riflessione dal sapore amaro proprio perché complessivamente corretta, non sfugge alla realtà, non s’inganna:


Il viendra un temps où la terre sera bien ennuyeuse à habiter, quand on l’aura rendue pareille d’un bout à l’autre, et qu’on ne pourra même plus essayer de voyager pour se distraire un peu…(28) (M. C., p. 50)

(1) «[…] Io, il Giappone e l’Effetto che quel paese ha prodotto in me».
(2) Vercier B., “Préface”, in Loti P., Madame Chrysanthème, GF Flammarion, Paris, 1990, p. 7.«Il Giappone rende inoperanti le antiche ricette romanzesche e Crisantemo, lontana dal morire d’amore davanti “al mare calmo”, preferisce verificare il giusto valore delle piastre che ella ha guadagnato… Donna piatta, paese incomprensibile, totalmente Altro: il romanzesco, se di romanzesco ce n’è, sarà altro ugualmente, nascendo dai rapporti tra l’Io con il Giappone».
(3) Todorov T., Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana, Einaudi, Paperbacks, Torino, 1991, p. 363.
(4) «[…] particolari bizzarri, di minuziose notazioni di colori, di forme, di odori, di rumori…», (S. C., p. 91).
(5) Cit. in Todorov T., Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana, Einaudi, Paperbacks, Torino, 1991, p. 364.
(6) «Per narrare fedelmente quelle serate, occorrerebbe un linguaggio più manierato del nostro; […]», (S. C., p. 44).
(7) «[…] per evitare quelle parole esotiche di cui mi si è rimproverato l’uso […]», (S. C., p. 120).
(8) «In altri paesi della terra, in Oceania nell’isola deliziosa, a Istanbul nei vecchi quartieri morti, mi pareva che le parole non dicessero mai tutto quello che avrei voluto dire, mi dibattevo contro la mia impotenza a rendere in una lingua umana l’incanto penetrante delle cose. Qui, invece, le parole, per quanto esatte, sono troppo grandi, troppo vibranti; le parole abbelliscono. Faccio a me stesso l’effetto di recitare, per me solo, una qualche commedia assai meschina, assai banale, e quando cerco di prendere sul serio il mio matrimonio, vedo sorgere davanti a me, per deridermi, la faccia, del signor Kanguro, agente matrimoniale, al quale sono debitore della mia felicità», (S. C., p. 33).
(9) «[…] [le persone] tutti sono nudi, i bambini, i giovani, i vecchi, le vecchie… tutti seduti in una catinella, per fare il bagno », (S. C., p. 91).
(10) «La gente di questo paese non ha alcuna coscienza dell’ora, del valore del tempo», (S. C., p. 23).
(11) «Io invece, fui sempre viziato da soggiorni anche assai più piacevoli di questo, in ogni sorta di paesi, il cui ricordo mi turba ancora», (S. C., p. 123).
(12) «Dovremo presto rinunciare a questa vita facile e quasi divertente, lasciare il sobborgo giapponese dove il caso ci condusse ad accamparci, e la nostra casetta in mezzo ai fiori», (S. C., p. 123).
(13) «Ma è un’anima la quale più che mai mi pare di un’essenza diversa dalla mia. Sento i miei pensieri lontani dai loro quanto dalle concezioni mutevoli di un uccello o dalle fantasticherie di una scimmia; sento fra quelle creature e me l’abisso misterioso, spaventoso…», (S. C., p. 125).
(14) «[…] tutti i paesi della terra si assomigliano; perdono l’aspetto dato loro dagli uomini, dai popoli, dagli atomi brulicanti giù in basso», (S. C., p. 124).
(15) «Questo barbaro è un artista, un bambino che cerca di realizzare dei sogni infantili, che vuole sia il brivido dello sconosciuto sia, contemporaneamente, il brivido dell’ignoto e il calore di un rifugio».
(16) Ibidem.
(17) «Al Giappone, come agli uomini e alle donne che vi abitano, manca innegabilmente non so che cosa di essenziale», (S. C., p. 132).
(18) «Ed io penso, osservandoli, quanto siamo lontani, noi, da codesto popolo giapponese, quanto è diversa dalla loro la nostra razza!», (S. C., p. 107).
(19) «Nemmeno i più antichi libri ce ne daranno mai la spiegazione, se non in un modo superficiale e impotente – perché noi non siamo uguali alla gente di questa razza. Passiamo, senza capire bene, in mezzo alla loro allegria e alle loro risate, che sono a rovescio delle nostre…», (S. C., p. 77).
(20) «[…] c’è tutto un bagaglio pronto per essere trasportato […]», (S. C., p. 137).
(21) «Ma che bagaglio! Diciotto casse o involti, di budda, di chimere, di vasi, senza contare gli ultimi fiori di loto, che porto via insieme col resto, legati in un gran fascio roseo», (S. C., p. 133).
(22) «[…] alcuni giapponesi (ancora poco numerosi, per fortuna!) che tentano di portare la giacca […]», (S. C., p. 43).
(23) «Non dovevano somigliare ai giapponesi d’oggi, gli uomini che concepirono tutti questi templi antichi, che ne costruirono dovunque, che ne riempirono questo paese anche nei suoi cantucci deserti», (S. C., pp. 71-72).
(24) «Forse è perché sto per lasciare questo paese, perché non v’è più nulla che mi ci trattenga e perché l’animo mio è già un poco altrove, non so, ma mi pare di non averlo mai veduto tanto chiaramente come oggi. E più che mai, anzi, lo vedo piccolo, vecchio, ormai privo di sangue e di linfa; sento la sua antichità antidiluviana, la sua mummificazione avvenuta in tanti secoli e che presto finirà nel grottesco e nel buffo compassionevole, al contatto delle novità d’occidente», (S. C., p. 141).
(25) «Egli si attacca particolarmente al Giappone tradizionale e si lamenta sull’invasione di un modernismo industriale e guerriero che sfigura l’antico paese dei samurai».
(26)  «In ciò che ha a che fare con l’orientamento, la pazienza, e l’esattezza, questi piccoli giapponesi non potevano che eccellere».
(27)  «[…] ci si meraviglia soltanto che essi non abbiano inventato, dei millenni prima di noi, tutto ciò con cui si destreggiano oggi come dei virtuosi».
(28) «Verrà un tempo in cui la terra sarà molto noiosa, per i suoi abitanti, quando l’avremo resa tutta uguale da un capo all’altro, e non si potrà più nemmeno tentar di viaggiare per svagarsi un poco…», (S. C., p. 7).

Bibliografia 

· Loti P., Madame Chrysanthème, Flammarion, 1990. 
· Said E. W., Orientalismo, Feltrinelli, UE, Saggi, Milano, 2001. 
· Todorov T., Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana, Einaudi, Paperbacks, Torino, 1991. 
· Vercier B., “Préface”, in Loti P., Madame Chrysanthème, Flammarion, Paris, 1990. 

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venerdì 1 luglio 2011

"TOTALITARISMO, DEMOCRAZIA, ETICA PUBBLICA"

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)




Federico SOLLAZZO, 
Presentazione di Maria Teresa PANSERA,
Aracne






Indice

Presentazione 
di Maria Teresa Pansera                                                                        

Premessa
                                                                                                                                   
Filosofia morale                                                                          
                                                                                    
1. Modificazione dei modelli di dominio
    1.1 Introduzione  1.2 "Sistema" – 1.3 "Impero"  – 1.4 Conclusioni (momentanee)                                            
2. L’uomo come problema a se stesso
    2.1 A partire dall'uomo – 2.2 Allotropia                                                                 
3. Biologia ed emozionalità
    3.1 Biologia – 3.2 Emozionalità – 3.3 Conclusione                                                                   
4. Culture ed etica       
                                                                                                 
Filosofia politica
                                                                                                                                             
1. Sul totalitarismo come fenomeno politico-sociale                                                                                                    
2. Totalitarismo e politica                                                                                      
3. Concezioni del totalitarsimo
    3.1 Il totalitarismo in Hannah Arendt – 3.2 Il totalitarismo in Herbert Marcuse – 3.3 Conclusione                                   
4. La crisi della facoltà di giudizio
5. Un possibile modello di democrazia
    5.1 Le pòleis e la modernità – 5.2 I margini d'applicazione dell'antica politeia al contesto odierno – 5.3 Conclusioni
6. La società aperta, ambizioni e limiti
7. Democrazia e democrazie                                                                                      
8. Giustezza, giustizia e diritti umani

Etica

1. Rehabilitierung der praktischen Philosophie                                                                                      
2. Libertarismo                                                                                                          
3. Neocontrattualismo                                                                                                
4. Comunitarismo                                                                                                        
5. Naturphilosophie della modernità                                                                            
6. Alterità
    6.1 Emmanuel Lévinas – 6.2 Paul Ricœur  6.3 Jacques Derrida – 6.4 L'a-venire di autrui nel sé come un altro                                                                                                                                              
Appendice                                                                                    

Sulla questione della tecnica in M. Heidegger                                                  


(Dalla Presentazione di Maria Teresa Pansera)

La possibilità di confronto tra diverse società e culture è ricercata da Sollazzo in una sorta di “sintesi disgiuntiva”, attraverso cui contemperare da un lato l’interazione tra identità diverse e dall’altro il mantenimento per ciascuna della propria riconoscibilità e non assimilabilità (...) In un moderno laboratorio del dialogo e del pluralismo, auspicato dal nostro Autore, si avrebbe così la possibilità di discutere tra le diverse parti alla ricerca di una prima, seppur minimale, intesa.

(Dalla Premessa)

Il presente volume nasce da una rielaborazione (sia nel contenuto che nella bibliografia) della Dissertazione dottorale in “Filosofia e Teoria delle Scienze Umane” Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell’etica (discussa presso l’università Roma Tre nel 2007), della quale alcuni estratti sono stati editi (senza gli approfondimenti qui proposti) in varie riviste culturali.
In questa sede, quelli che erano i paragrafi della Dissertazione, sono stati resi saggi autonomi, suddivisi in grandi ambiti argomentativi che rendono sinteticamente la complessità dell’esistente: Filosofia Morale, Filosofia Politica, Etica. Questo, sia per agevolare il lettore (che si troverà così di fronte una sorta di mappa filosofica della modernità, con indicazioni bibliografiche integrate nelle note), sia per rendere l’idea di una complessa modernità a mosaico, il ché non inibisce affatto una sua, anzi auspicabile, ricostruzione in un’immagine unitaria, a patto che essa non derivi da una visione uniformante, assolutizzante, totalizzante, ma dai giochi, cristallizzabili solo con un atto di forza, di interazione, scambio, de- e ri-costruzione permanente dei tasselli che la compongono.   

Disponibile
-) in tutte le librerie (se non presente, ordinabile)
-) presso l'editore: http://www.aracneeditrice.it/aracneweb/index.php/pubblicazione.html?item=9788854840515 o info@aracneeditrice.it o (0039)0693781065
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venerdì 24 giugno 2011

Un "tableau vivant": le maschere dell’inferiorità

di Erwin de Greef (erwindegreef@libero.it)

In Madame Chrysanthème, il narratore descrive, racconta la gente di Nagasaki – e i giapponesi in generale – come fossero curiosità antropologiche, assimilabili alle curiosità zoologiche di un Altrove da osservare con occhio scientifico. Il romanzo di Pierre Loti assomiglia a un tableau vivant di storia naturale sul quale è cicatrizzata l’impronta razzista del Bianco a discapito del destino sociale dell’Altro. Nel leggere questa storia – affascinante sotto molteplici aspetti – ci si rende conto che è cesellata – ornata, avrebbe scritto l’autore – con molte imbarazzanti similitudini, comparazioni, identificazioni, allegorie tra il mondo animale e la gente del luogo. Di conseguenza, come dimostreremo, non si può essere d’accordo con Quella-Villéger quando afferma: 

Il suffit d’ailleurs de rechercher chez Loti sa définition de la “race” pour concevoir qu’elle n’était pas forcément celle de ses contemporains […]. Loti n’a pas le chauvinisme colonial d’un Louis Bertrand qui juge les indigènes algériens supérieurs aux fellahs égyptiens, le tout inférieur aux Blancs bien entendu. Il ne propose pas de hiérarchie structuré, à la rigueur une limite floue entre population traditionnelle, dite primitive ou sauvage, et moderne, sans pour autant mésestimer les civilisations qu’elles ont pu produire. Il ne propose pas de critères raciaux physiques, sa conception du temps le conduisant plutôt vers les générations passées, l’historie, les traditions comme ciment d’un peuple. En revanche, on peut voir chez lui un certain antidarwinisme; il frissonne à l’idée qu’un trait d’union pourrait être trouvé entre l’homme et le singe, mais se lasse séduire par la métempsycose, allant jusqu’à accorder une âme aux animaux.(1)

Già analizzando il personaggio centrale di Kikou-San, abbiamo avuto modo di studiare quanto il disprezzo e l’arroganza del mondo occidentale – quello di Loti – si sia accanito sull’Altro. Accanimento che, per certo, si moltiplica, in una sorta di gioco degli specchi, verso tutti gli altri personaggi, in un modo o nell’altro protagonisti della storia, e anche sullo sfondo umano e sociale del Giappone tardo ottocentesco. Come suggerisce Beryl Rowland, richiamato nello studio di Elio Di Piazza, L’avventura bianca, le raffigurazioni di animali nel romanzo del tardo Ottocento sono espressioni residuali di una tradizione simbolica. Valutazioni estensibili al romanzo d’avventura e, per quel che ci è dato osservare, anche al romanzo esotico o orientalista: 

Le raffigurazioni di animali nel romanzo d’avventura, si dimostravano particolarmente efficaci non soltanto perché mostravano una parte sconosciuta del regno zoologico, ma pure a causa della manifesta allusività dei riferimenti.(2)

Gli animali antropomorfi del romanzo di Loti testimoniano la caducità del confine tra realtà zoologica e sociale. Un’interpretazione anche dal contenuto allegorico, che ha una precisa funzione pedagogica. In altri termini, sul palcoscenico, tanto ben organizzato e raccontato da Loti, il giapponese non è più un essere umano, ma un soggetto esotico, una fantasticheria, da ridurre alla condizione del mondo animale. Come scriveva Gustave Le Bon, le razze non sono tutte uguali, dotate degli stessi diritti. Tutt’altro, i Bianchi sono gli uomini; l’Altro è un animale, un soggetto inferiore, un agnello sacrificale da rappresentare sull’altare delle scienze e della storia come una bestia. Non solo, all’interno di questo meccanismo, c’è anche una sorta di graduatoria in cui il Giapponese non vale – sembra essere questo il termine appropriato – un Turco. È, quello di Loti, un furore che lascia il lettore impressionato. In tal senso, la prima descrizione del Giappone, di Nagasaki, è del tutto significativa: 

Oh! le singulier Japon entrevu ce jour-là, par l’entrebâillement de ces toiles cirées, par-dessous la capote ruisselante de ma petite voiture! Un Japon maussade, crotté, à demi noyé. Tout cela, maisons, bêtes ou gens, que je ne connaissais encore qu’en images; tout cela que j’avais vu peint sur les fonds bien bleus ou bien roses des écrans et des potiches, m’apparaissant dans la réalité sous un ciel noir, en parapluie, en sabots, piteux et troussé.(3) (M. C., p. 57) 

Questo sguardo d’insieme è davvero scioccante per il lettore di oggi. Era invece un motivo di formazione, di educazione, per il lettore contemporaneo a Loti. Alla stregua degli altri autori della letteratura colonialistica ed esotica, Loti con Madame Chrysanthème andava ad arricchire l’archivio – la funzione testuale popolare di cui scrive Edward Said – di figure d’animali riconoscibili come rappresentazione dell’Altro e dell’Altrove. Le descrizioni dell’Oriente, degli animali e delle piante, del clima e di tutto quello che cadeva sotto lo sguardo del narratore rappresentavano la geografia – territoriale e umana – di un continuum sconosciuto e per questo fascinoso e pauroso. In ogni modo, a nostro avviso, il romanzo di Loti va oltre, sfonda, in un certo qual senso, la pagina scritta per porsi sul piano ideologico del confronto tra mondo civile e selvaggio: 

La città periferica presentata nei romanzi d’avventura del secondo Ottocento, aveva le caratteristiche di un luogo selvaggio occupato da un popolo di ibridi; una città abitata da uomini e bestie, che si mescolavano in un corteo indolente di maschere dell’inferiorità. (E. D. P., p. 171) 

Le immagini antropomorfiche di Madame Chrysanthème attingevano a varie fonti. È lo stesso io narrante che costantemente, nella scrittura del testo – con intenzione autoreferenziale, al proprio sistema di relazioni culturali e, di rimando, didattica – si rifà all’esotismo testuale, che (come abbiamo avuto modo di argomentare, in altra sede, con Said) lo è in un duplice livello. Da una parte, abbiamo la letteratura popolare con i suoi romanzi, i racconti, le poesie, che descrivono mondi immaginifici. Dall’altra, c’è la testualità accademica, quella dei tanti Renan, che organizza sul piano epistemologico l’universo dell’Altro e dell’Altrove. C’è di più, nel romanzo di Pierre Loti è costante il riferimento a una letteratura scritta negli oggetti che, già allora e da almeno un paio di decenni, arricchivano e ornavano le case dei francesi. L’esotismo dispiegava la sua arroganza attraverso i parafuochi, le tazze, i dipinti dell’Oriente, le non originali stanze dette alla giapponese. Lo faceva attraverso una comunicazione verbale non iscritta – quel che oggi definiamo, il passa parola – nei codici della scienza e della letteratura: “C’est que je suis moins naïf en japonerie qu’on ne pourrait le croire. Des amis qui reviennent de cet empire m’ont fait la leçon […]”.(4) (M. C., p. 56) 
Per colmare il vuoto inevitabile, in quel momento storico e socio-culturale, di una lettura autentica del mondo Altro, Pierre Loti si rifà continuamente a parallelismi, comparazioni con elementi a lui, e ai suoi lettori, simili. Così lo samisen che la giovane musmé suona con tanta competenza e passione, è detto dall’io narrante una chitarra dal manico lungo, un mandolino. Solo alla fine in un moto di comprensione, di distacco dall’ipocrisia del colonizzatore, lo definirà col suo vero nome, quello originale, intraducibile, ma rappresentabile appunto. Lo stesso vale per i “giovanotti”, che incontra nella casa di appuntamenti (per l’incrocio delle razze), il Giardino dei fiori

Oh! le spectacle singulier: évidemment de jeunes élégants de Nagasaki en train de faire la grande fête clandestine! Dans un appartement aussi nu que le mien, ils sont là une douzaine assis en rond par terre; longues robes en cotton bleu à manches pagodes, longs cheveux gras et plats surmontés d’un chapeau européen de forme melon; figures niaises, jaunes, épuisées, exsangues. A terre, une quantité de petits réchauds, de petites pipes, de petits plateaux de laque, de petites théières, de petites tasses; – tous les accessoires et tous les restes d’une orgie japonaise ressemblant à une dinette d’enfants.(5) (M. C., p. 62) 

Fin qui è tutto riconoscibile per Loti, si tratta di giovani giapponesi, che, come tra breve farà lui stesso, si abbandonano a un’orgia esotica. Poi, il suo sguardo si posa sulle tre geishe che danzano per i loro ospiti. Le descrive con minuzia da scienziato. La sua libido è già in esaltazione, una di quelle donne potrebbe essere la sua amante di Nagasaki. Poi, una di loro si volta e l’io narrante ne è sconvolto. Ancora una volta, nello scoprire l’Oriente non narrato dall’Occidente, il suo animo, la sua mente, si esaltano. Questa volta, Loti si spaventa – è davvero davanti a qualcosa di nuovo che richiede del tempo per essere compreso, codificato, imparato, trasformato e rappresentato – per riaversi subito dopo perché comincia a capire: 

Oh! quelle épouvante quand elle se retourne! Elle porte sur la figure le masque horrible, contracté, blême, d’un spectre ou d’un vampire… Le masque se détache et tombe… Elle est un amour de petite fée, pouvant bien avoir douze ou quinze ans, svelte, dejà moquette, dejà femme – vêtue d’une longue robe de crépon bleu nuit, ombré, avec une broderie représentant des chauves-souris grises, des chauves-souris noires, des chauves-souris d’or… (6).  (M. C., p. 63) 

Lo sforzo ermeneutico dell’io narrante è evidente – anche attraverso un’iterazione di segni grafici esclamativi e vere e proprie esclamazioni, che segnano l’inizio della narrazione di un qualcosa di nuovo, stupefacente. In quelle parole, in quelle descrizioni, si avverte lo stridere della punta della penna sulla carta. Non c’è niente di automatico, di saputo, di conosciuto, di assimilato in quelle descrizioni. Gli uomini stanno lì a gongolare per lo spettacolo che stanno pagando. A loro volta, le donne poco più che bambine, le geishe, cantano, danzano, sono vestite di maschere. Sono donne estremamente interessanti. Ma chi sono? La risposta non può che arrivare da M. Kangourou (ma sono degne di attenzione anche la risposta e la conseguente riflessione del protagonista): 

– Non, Missieu, non! Ce sont des Guéchas, Missieu, – des Guéchas
– Eh bien, mais, pourquoi donc pas des Guéchas? Qu’est-ce que cela peut me faire, à moi, qu’elles soient des Guéchas? – Plus tard, quand je serai mieux au courant des choses japonaises, peut-être apprécierai-je moi-même l’énormité de ma demande: on dirait vraiment que j’ai parlé d’épouser le diable…(7) (M. C., p. 67) 

È interessante, importante, continuare a spulciare il testo di Loti per andare alla ricerca del suo universo esotico, da archiviare e collezionare nel museo privato di Rochefort. Da subito, non appena stabilito il contatto con l’Altro e l’Altrove, il narratore è vinto da una curiosità incontenibile, una sorta di febbre delirante che lo spinge ad abbattere ogni possibile barriera. In Madame Chrysanthème: “ogni venditore s’accoccolava come una scimmia” (capitolo II), “una decina d’esseri strani […] – specie d’istrici umani, ognuna delle quali trascina una cosa grande e nera […]” (capitolo III), la geisha è “una falena” e “una farfalla” con occhi “di gattina timida” (capitolo III), Jasmin “è troppo bianca” il protagonista desidera “una gialla” (capitolo IV), le donne che accompagnano Pierre e Yves sono “i nostri cagnolini ammaestrati” (capitolo XII), la casa dei signori Zucchero e Pruno ha “un odore intimo di Giappone, di razza gialla” (capitolo XXV), gli operai che lavorano indefessi alla Trionphante hanno “un’aria miserabile, furtiva e frettolosa che fa pensare ai topi” (capitolo XXXI), gli uomini con i cappelli a bombetta hanno “bruttezze allegre di scimmie ammaestrate” (capitolo XXXIV), ci sono “vecchie donne molto scimmiesche” (capitolo XL), le musmé “sbucano dai loro rifugi, come sorci” (capitolo XLVIII). Per concludere, nel capitolo LIII, Pierre Loti, volendo lasciare una sintesi del popolo giapponese scrive, (a futura memoria), un epitaffio che se, da una parte, come sostiene Quella-Villéger, può farci capire quanto l’autore sia stato un antidarwiniano perché l’Uomo, il Bianco, non può discendere dalle scimmie, dall’altra, ci rende consapevoli di quanto sia stato un socialdarwiniano perché l’Orientale può discendere dalle scimmie perché non è un Uomo: 

A l’instant du départ, je ne puis trouver en moi-même qu’un sourire de moquerie légère pour le grouillement de ce petit peuple à reverences, laborieux, industrieux, avide au gain, entaché de mièvrerie constitutionnelle, de pacotille héréditaire et d’incurable singerie…(8) (M. C., p. 229) 

Non è finita qua, Loti riesce a sacrificare sull’altare del suo esotismo anche i bambini. D’altronde nel saggio “Some Japanese Bogie-books”, Andrew Lang aveva scritto che, nelle nursery inglesi (e per estensione in quelle di tutti gli europei) si recitava questo ritornello: “I thank my stars that I was a little British child”(9). L’io narrante non ha difficoltà ad ammettere di ammirarli. Certi sono anche adorabili, ma purtroppo (per loro) crescendo perdono quella grazia: “[…] pour devenir la grimace vieillotte, la laideur sfuriante, l’air singe?...”(10). (M. C., p. 155) E ancora oltre, siamo nel capitolo XXXVIII, facendo riferimento alla sua musmé, in un momento d’intimità, pensa: 

Une Japonaise, dépourvue de sa longue robe et de sa large cinture aux coques apprêtées, n’est plus qu’un être minuscule et jaune, aux jambes torses, à la gorge grêle et piriforme; n’a plus rien de son petit charme artificiel, qui s’en est allé complètement avec le costume.(11) (M. C., p. 166) 

Il popolo tutto del Giappone, passato al setaccio, dai più piccini agli anziani, dalle donne agli uomini, non riusciva a togliersi di dosso le vesti dell’animale, dell’essere inferiore, dell’essere di nessun conto. Il popolo dell’Oriente finiva per rimanere incastrato nel bestiario coloniale di matrice occidentale. Ogni singolo capitolo di Madame Chrysanthème restituiva e restituisce al lettore le immagini di vita quotidiana. Come per il Kipling de The Jungle Books, nelle descrizioni degli animali, Loti segue due strade: 

[…] quella del confronto col presente e quella archetipica. Nel primo caso l’animale veniva rappresentato nella propria alterità, incarnazione dell’Altro; nel secondo, come emblema del comportamento umano, prova ontologica di una tesi morale. (E. D. P., p. 191) 

Nell’universo basso mimetico di Pierre Loti, ogni personaggio, o gruppo di personaggi, era l’espressione di un determinato momento – mi si passi il termine, considerata l’esposizione per “quadri” dell’opera – della società giapponese. I piccoli commercianti di cianfrusaglie erano l’anima mercantile del Giappone. Gli operai che lavoravano sulla Trionphante erano i fautori di un futuro economico sempre più importante. Le geishe erano la sintesi di una tradizione in declino, o quantomeno concretamente minacciata dall’apertura al progresso dell’Imperatore Meiji. Il signor Kangourou era il filtro per penetrare nei misteriosi e fascinosi meandri del sollazzo indigeno. I poliziotti del distretto erano i controllori attenti e burocratici del sistema sociale. La moltitudine delle persone per le strade erano lo specchio proteiforme della società. Il povero “415”, specchio rovesciato del giovane Loti, era la persona da ammirare perché erano tali tutti quelli che lottavano per conquistare un futuro migliore. “415” è sotto questo aspetto il Loti giapponese (certo, senza avere la schiena dell’istrice): 

Pauvre cousin 415, j’avais bien raison de l’avoir en estime: il est le meilleur et le plus désintéressé de ma famille japonaise. […] C’est à lui, la seule poignée de main que je donne vraiment de bon cœur, sans un arrière-sourire, en quittant ce Japon. 
Sans doute, dans ce pays comme dans bien d’autres, il y a plus de dévouement et moins de laideur chez les êtres simples, adonnés à des metiers physiques.(12) (M. C., p. 229). 

Nel suo testo, Pierre Loti racconta l’organizzazione sociale di un popolo non progredito e, con la forza delle scienze, subordinato al Bianco, dentro uno spettro di vita zoologica, in grande fermento perché caotico. Lo spazio della colonia non è cancellato ma reso inferiore, suggerisce Di Piazza. Era, si trattava, di uno svolgimento di cui i giapponesi come i colonizzati sperimentavano l’effetto paralizzante. Come mette bene in evidenza Franz Fanon: 

L’imposizione del regime coloniale non comporta di per sé la morte della cultura autoctona. Anzi, da un esame storico emerge che l’obiettivo voluto non è tanto la sparizione totale della cultura preesistente quanto la sua agonia prolungata. Questa cultura che una volta era viva e passibile di sviluppi, si chiude, atrofizzata nello statuto coloniale, stretta nella morsa dell’oppressione. Il suo persistere in forma mummificata costituisce una testimonianza contro i colonizzati, li qualifica irrevocabilmente. La mummificazione della cultura produce quella del pensiero individuale. (cit. in E. D. P., p. 208) 

1) Quella-Villégar A., Pierre Loti, le pèlerin de la planete, Édition Aubèron, 2005, p. 296. 
«È sufficiente d’altronde ricercare in Loti la sua definizione della “razza” per capire che essa non era per forza quella dei suoi contemporanei […] Loti non possiede lo sciovinismo coloniale di un Louis Bertrand che giudica gli indigeni algerini superiori ai fellah egiziani, tutti inferiori ai Bianchi ben inteso. Egli non propone delle gerarchie strutturate, un rigoroso limite tra popolazione tradizionale, detta primitiva o selvaggia, e moderna, per quanto senza disistimare le civilizzazioni che esse hanno potuto produrre. Egli non propone dei criteri razziali fisici, dato che la sua concezione del tempo lo conduce piuttosto verso le generazioni passate, la storia, le tradizioni come cemento di un popolo. Di contro, possiamo vedere in lui un certo antidarwinismo; egli rabbrividisce all’idea che un legame potrebbe essere trovato tra l’uomo e la scimmia, ma si lascia sedurre dalla metempsicosi, arrivando ad accordare un’anima agli animali». 
2) Di Piazza E., L’avventura bianca, Adriatica Editrice, Bari, 1999, p. 169. 
3) «Oh! che Giappone singolare intravidi quel giorno, dallo spiraglio di quelle tele cerate, oltre il mantice della mia carrozzella! Un Giappone arcigno, infangato, mezzo annegato. Tutto case, bestie e persone, mi era noto soltanto per le immagini che ne avevo viste, dipinte sui fondi intensamente turchini o rosei dei parafuochi o dei vasi, e tutto mi appariva nella realtà sotto un cielo nero, con dei parapioggia, con degli zoccoli, in uno stato compassionevole», (S. C., pp. 12-12). 
4) «In realtà, in fatto di cose giapponesi, io sono meno ignaro di quanto si potrebbe supporre. Degli amici reduci da questo paese mi hanno istruito […]», (S. C., p. 12). 
5) «Oh! che spettacolo singolare! Evidentemente, si tratta di giovanotti eleganti di Nagasaki, che s’abbandonano a una baldoria clandestina! In una stanza nuda come la mia, sono dieci o dodici, seduti a terra in circolo. Lunghe vesti di cotone turchino colle maniche a pagoda; lunghi capelli [grassi e lisci] europei, a bombetta; facce grulle, esauste, esangui. A terra, una quantità di fornellini, di piccole pipe, di piccoli vassoi di lacca, di piccole teiere, di tazze minuscole; tutti gli accessori e gli avanzi di un’orgia giapponese, simile a una merenda di bimbi», (S. C., pp. 17-18). 
6) «Oh! che spavento, quando ella si volta! Ha sul volto la maschera orribile, contratta, livida, di uno spettro o di un vampiro… La maschera si stacca e cade… La donna è una piccola fata deliziosa, che ha forse appena dodici o quindici anni, snella, già civetta, già donna – con una veste lunga di crespo turchino cupo, ombrato, su cui sono ricamati pipistrelli grigi, pipistrelli neri, pipistrelli d’oro…», (S. C., p. 18). 
7) «– No, Missiù, no! Sono geishe, Missiù; sono geishe
– Ebbene? Perché no? Che importa, a me, che siano delle geishe
Più tardi, quando sarò istruito di cose giapponesi forse capirò quanto sia stolta la mia domanda: pare, veramente, ch’io abbia parlato di sposare il diavolo!...», (S. C., p. 22). 
8) «Mentre sto per partire, non so trovare in me stesso che un sorriso leggermente beffardo per il brulichio di questo popolo dalle molte riverenze, laborioso, industrioso, avido di guadagno, malato di leziosaggine costituzionale, di paccottiglia ereditaria, e di carattere scimmiesco incurabile…», (S. C., p. 141). 
9) Il saggio è citato da D. J. McAdam.
10) «[…] per divenire una smorfia un po’ senile, una sorridente bruttezza, un aspetto scimmiesco?...», (S. C., p. 83). 
11) «Una giapponese priva della sua lunga veste e della sua cintura dalla gala pomposa, non è più altro che un essere minuscolo e giallo, dalle gambe storte, dal seno piccolo e piriforme; non ha più nulla della sua grazia artificiale, che se n’è andata completamente, insieme coll’abito…», (S. C., p. 91). 
12) «Povero cugino 415! Avevo ragione di stimarlo molto: è il migliore e il più disinteressato di tutti i membri della mia famiglia giapponese. […] È per lui, la mia unica stretta di mano veramente cordiale, data senza nessun sorriso interno, nel lasciare questo paese… 
Certo, nel Giappone come in tanti altri luoghi, c’è maggior bontà e meno laidezza negli esseri semplici, che esercitano mestieri fisici», (S. C., p. 142). 

Bibliografia 

· Di Piazza E., L’avventura bianca, Adriatica Editrice, Bari, 1999. 
· Loti P., Madame Chrysanthème, Flammarion, Paris, 1990. 
· Quella-Villégar A., Pierre Loti, le pèlerin de la planete, Édition Aubèron, 2005. 
· Said E. W., Orientalismo, Feltrinelli, UE, Saggi, Milano, 2001. 


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martedì 7 giugno 2011

Presentazione del libro: Federico Sollazzo, "Totalitarismo, democrazia, etica pubblica"

Giovedì 16 Giugno '11
ore 18.30
Libreria Caffetteria
Via Gasperina, 161, Roma
Presentazione del libro:
Federico Sollazzo, Totalitarismo, democrazia, etica pubblica. Scritti di Filosofia morale, Filosofia politica, Etica, Presentazione di Maria Teresa Pansera, Aracne, Roma 2011

Interviene l'Autore, Federico Sollazzo

(Dalla Premessa)

Il presente volume nasce da una rielaborazione (sia nel contenuto che nella bibliografia) della Dissertazione dottorale in “Filosofia e Teoria delle Scienze Umane” Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell’etica (discussa presso l’università Roma Tre nel 2007), della quale alcuni estratti sono stati editi (senza gli approfondimenti qui proposti) in varie riviste culturali.
In questa sede, quelli che erano i paragrafi della Dissertazione, sono stati resi saggi autonomi, suddivisi in grandi ambiti argomentativi che rendono sinteticamente la complessità dell’esistente: Filosofia Morale, Filosofia Politica, Etica. Questo, sia per agevolare il lettore (che si troverà così di fronte una sorta di mappa filosofica della modernità, con indicazioni bibliografiche integrate nelle note), sia per rendere l’idea di una complessa modernità a mosaico, il ché non inibisce affatto una sua, anzi auspicabile, ricostruzione in un’immagine unitaria, a patto che essa non derivi da una visione uniformante, assolutizzante, totalizzante, ma dai giochi, cristallizzabili solo con un atto di forza, di interazione, scambio, de- e ri-costruzione permanente dei tasselli che la compongono.

(Dalla recensione di Maria Giovanna Farina)

In conclusione, la capacità di Federico Sollazzo di “mettere insieme” e di confrontare facendo parlare diversi punti di vista diviene anche un auspicio concretamente realizzabile da chi sa, o spera, di riuscire a fare della condivisione tra differenze un sentiero davvero percorribile.

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