domenica 11 agosto 2013

Sul morboso rapporto tra Stati Uniti d’America e Israele

di Giacomo Pezzano (giacomo.pezzano@binario5.com)

La guerra al terrorismo è ormai aperta da anni, lo sappiamo. Gli integralisti islamici, pericolosi fondamentalisti musulmani, sono i nemici dei lumi e della democrazia, della libertà. Sappiamo altrettanto bene che dopo quell’ormai famigerato “11 settembre” le accuse di imperialismo rispetto alla politica estera (alla politica tout-court) americana sono state molte, più o meno motivate e più o meno fondate. Gli americani considerano l’America non tanto un territorio, quanto un’idea o, se si preferisce, un’ideologia, o ancora, più semplicemente (forse troppo semplicemente, e sappiamo ormai bene come il più terribile dei mali può risiedere nella più semplice banalità) uno stato d’animo, tanto che quando la Corte Suprema statunitense condanna il regime carcerario di Guantanamo lo fa non tanto in ragione dell’inaccettabilità delle torture lì praticate, quanto per il fatto che il diritto americano, non conoscendo frontiere, deve vigere e valere – quasi fosse uno spirito che aleggia su tutto il mondo, senza radicamenti o identificazioni con un territorio specifico (statuale o cittadino che sia) – anche a Guantanamo! Verrebbe da dire che aveva davvero ragione Deleuze quando sosteneva che la vita è tutta una questione di giurisprudenza, di cosa l’uomo considera accettabile o meno e di come sceglie di renderlo accettato o meno. La cosa interessante è che quest’assenza di Ortung, di collocazione spaziale ben precisa, rende il popolo americano facilmente esposto al messianesimo, alle idee di redenzione e di salvezza millenaria, alle prospettive escatologiche e apocalittiche, e sappiamo bene come il popolo che – ormai da secoli – ha fatto (talvolta ha dovuto fare) di tutto ciò il vero e proprio marchio di fabbrica è quello ebraico. Per questo il popolo americano e quello ebraico (quello israeliano) sono così amici e sodali (al di là delle tante e sempre sottolineate ragioni più strettamente storiche, politiche e – soprattutto – economiche)? Trovo quasi sconvolgenti quelle ricerche (come una ripresa da The Economist del 5 agosto 2006) che rivelano il “tasso di religiosità” della popolazione americana: quasi il 90% dei cittadini statunitensi si considererebbe credente, il 79% crederebbe nell’Immacolata Concezione (si scrive con le maiuscole?) e il 30% crederebbe che Gesù è prossimo alla seconda venuta, dopo una grande battaglia che si verificherà nel Medio Oriente in seguito alla nascita del Grande Israele, alla ricostruzione del terzo tempio di Salomone e al bombardamento atomico dell’Iran. C’è da mettersi le mani nei capelli, e lo dico molto seriamente: un americano su tre pensa che lo stato israeliano sia stato concesso al popolo ebraico da Dio (e io che credevo ci fossero stati dei “tavoli di trattativa” dopo la seconda guerra mondiale!), come “antipasto” del Secondo Avvento (ancora con le maiuscole?) di Gesù. Se non fosse tutto così drammatico mi verrebbe da esclamare “Oh mio Dio!” (oh my god!). Mi sembra persino troppo buono Agostino Carrino quando parla semplicemente di diffusa labilità etica e intellettuale, di un terreno generale fertile a fenomeni come quello degli evangelisti (diffusissimi negli U.S.A.), che credono nella Bibbia a tal punto da non mandare i propri figli in quelle scuole in cui si insegnano (sciagura!) le teorie di Darwin e non il comprovato creazionismo.
Peter Sloterdijk ha scritto che la costruzione dell’identità americana è incentrata sulla convinzione dei Pilgrim Fathers di poter ripetere sull’oceano l’esodo degli ebrei dall’Egitto, per giungere in una terra completamente disponibile, teatro della realizzazione della vocazione del popolo eletto – possiamo facilmente capire perché allora Thomas Jefferson potesse affermare con convinzione che “noi sosteniamo che la Terra e i suoi doni sono affidati alla generazione presente per il suo usufrutto”, pensando proprio al popolo americano e a esso soltanto. Pertanto, l’elezione – nota sempre l’acuto pensatore tedesco – è uno dei tratti fondanti dell’American Dream (si spiega così anche la radice profonda della democrazia rappresentativa elettiva statunitense, così incentrata sulla retoricizzazione e la spettacolarizzazione di ogni “turno elettorale”, quasi come se a ogni elezione si trattasse non di eleggere dei “servi del popolo” ma il “dio del quadriennio”, che porta a termine il suo mandato quasi fosse il messia?), nel senso che per gli americani è la cosa più naturale del mondo il fatto di essere da tutti i punti di vista al vertice, tanto da far sì che il significato più profondo dell’“americanità” possa essere considerato, da parte degli americani stessi, quello di essere il migliore candidato nella corsa per decidere chi sarà l’erede dell’eccezione ebraica. Ma chi deciderà poi, Dio o gli americani stessi?
Dio è con gli americani, gli americani sono essi stessi Dio: God Bless the U.S.A.! E noi che ci lamentiamo del Papa, che almeno è confinato in uno staterello che non pretende (non più, perlomeno da qualche secolo) di imbracciare forconi e fucili contro i nemici di Dio!
Devo abbandonare, a fatica, il tono ironico, perché il punto è molto serio, guerre su guerre e morti su morti in nome del fatto che qualcuno si salverà (gli eletti) e qualcuno no (i dannati), e forse gli eletti sono solo gli Americani, forse solo gli Ebrei, forse entrambi, in nome del fatto che Israele può essere lo strumento per la realizzazione di un piano divino il cui fine è l’esaltazione del popolo eletto, dei popoli eletti: non voglio bestemmiare (forse sarebbe però il caso) e dire che siamo di fronte a un meccanismo concettuale pericolosamente affine a quello nazista, ma vorrei perlomeno richiamare l’attenzione sul fatto che le critiche feroci più facilmente spese nei confronti dell’Islam sono legate al fatto che in esso religione e diritto sono intimamente legati, che la religione determina la politica in maniera profonda e pericolosa, ecc., ma siamo poi davvero sicuri che alcune delle drammaticamente più importanti scelte internazionali degli ultimi anni non siano guidate da un profondo afflato religioso? Se il liberalismo tanto sbandierato, la difesa della democrazia e del diritto non fosse altro che la scusa (a livello più o meno inconscio, questo dal mio punto di vista poco conta) per una crociata contro l’Islam? Se fossimo di fronte a un nuovo scontro tra monoteismi, in tutta la loro estrema intolleranza e sete di annientamento del nemico, a una riesplosione della sindrome monoteistica legata alla logica dell’Uno (ma siamo mai davvero guariti da tale sindrome?)? E, si badi bene, non è nemmeno tanto questione di parlare di un monoteismo del Dio Denaro, perché – mi si scusi nuovamente l’ironia – il Dio americano mi pare essere sempre il solito vecchio Dio, il Dio ebraico appunto!
Un’ulteriore considerazione: immaginate uno stato che richieda a tutti coloro che intendano esserne cittadini di giurare non tanto e non soltanto fedeltà allo Stato (alle sue leggi, alla sua costituzione, ai suoi principi fondamentali, ecc.), ma anche e soprattutto fedeltà alla religione di Stato, e nemmeno della religione di tutti coloro che lo abitano, di tutti i cittadini. Insomma, uno stato che chiede ai propri cittadini di giurare fedeltà a una religione che non è per forza la loro. Ebbene, cosa pensereste di un tale stato? Di uno stato in cui se non giuri (un’appartenenza religiosa) non sei? Di uno stato che forza le coscienze individuali e punisce chi ha opinioni diverse da quelle della maggioranza? Nel migliore dei casi, che è uno stato fondamentalista e integralista, nel peggiore che è uno stato fascista. Ebbene, da lunedì 11 ottobre 2010 il mondo è a conoscenza del fatto che il Parlamento di Gerusalemme dovrà discutere per ratificare una legge approvata il giorno prima dal consiglio dei ministri israeliano – su proposta del ministro degli esteri Avigdor Lieberman accettata dal primo ministro Bibi Netanyahu –, secondo la quale per ottenere la cittadinanza israeliana occorre prestare il seguente giuramento: giuro di essere fedele allo Stato d’Israele in quanto Stato ebraico e democratico, e di rispettarne le leggi. Insomma, occorre prestare giuramento e dichiararsi di conseguenza fedeli all’ebraicità di Israele, altrimenti non si potrà ottenere la cittadinanza. Poco conta che un israeliano su 5 sia arabo, poco conta che tutti i palestinesi che sposino arabi israeliani, tutti i non ebrei che sposino israeliani, tutti gli stranieri che intendessero restare in Israele, debbano coattivamente giurare fedeltà eterna a uno Stato in quanto prima di tutto ebraico, e solo dopo democratico (se questo ha ancora un senso). Com’è evidente, tutti i palestinesi che volessero diventare nuovi cittadini israeliani (e, pare, che ogni anno la metà dei nuovi cittadini israeliani siano proprio palestinesi) dovranno semplicemente adeguarsi e accettare. Un po’ come se lo Stato italiano (spero che nessuno leggendo pensi “ecco, buona idea!”) decidesse di conferire la cittadinanza italiana a coloro i quali giurassero fedeltà allo Stato italiano in quanto stato cattolico-cristiano e, poi (ma per sbaglio), democratico.
Non voglio entrare nelle polemiche che già si sono sollevate (persino il Vaticano – con che coraggio, voglio dirlo –, nella persona di monsignor Antonio Haguib – patriarca della Chiesa copto-cattolica d’Egitto e relatore generale del Sinodo speciale sul Medio Oriente indetto da Benedetto XVI nel mese di ottobre 2010 –, ha ritenuto contraddittorio l’accostamento tra democrazia e appartenenza religiosa, e ancora più significativo che queste considerazioni si uniscano alla dichiarazione dell’inaccettabilità della dimensione politica dell’Islam), né tantomeno entrare nella ovviamente delicata “questione israeliano-palestinese”, quanto, più banalmente, sottolineare due aspetti. Prima di tutto: la cosa più sensata mi sembra, paradossalmente lo so, sia stata detta da alcuni esponenti della destra che propose la legge in questione e dal premier israeliano stesso: Israele non chiede (come fanno per esempio l’Olanda o la Danimarca) di imparare l’ebraico o di studiare la storia di Israele e, soprattutto, il principio fondamentale del sionismo è proprio l’esistenza di una terra santa per il popolo ebraico, ed è stata individuata proprio in Israele la casa nazionale del popolo ebraico, di modo che chi vuole farne parte deve riconoscerla come tale. Insomma, Israele è nato come uno stato religioso, è la pura realtà dei fatti. E se è vero che nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1948 si scriveva che “lo Stato di Israele […] assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite”, è però altrettanto vero che nella stessa possiamo anche leggere che si fa appello “ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti”, appello che è già il riconoscimento del fatto che i cittadini arabi vengono visti come qualcosa di esterno allo Stato, come qualcosa dunque che andrà prima o poi “inglobato”, sulla base di una piena e uguale cittadinanza che è tale – oggi lo vediamo – in base all’ebraicità dello stato stesso. Seconda cosa: come appunto voleva Deleuze, è tutta questione di giurisprudenza, perché considerare primaria l’ebraicità o la democraticità dello stato fa una differenza enorme, soprattutto nel caso in cui questi due aspetti sembrino essere contraddittori: in caso di conflitto, chi sopravvive? Il principio più forte, quello enunciato per primo, l’ebraicità in questo caso, che – proprio come accade per il “fondamentalismo islamico” – ha la preminenza rispetto non solo alla democrazia (il che è, ai nostri occhi, già grave), ma – più in generale e più radicalmente – rispetto all’organizzazione politica e alla forma istituzionale che un determinato stato possiede e sceglie di darsi. Come a dire che poco conta quale costituzione regolamenti la vita dello stato, perché ciò che davvero conta è che Dio protegga e garantisca il compimento del destino che è già prefigurato nel suo piano.
A questo punto, chiudo da dove ero partito, dagli U.S.A., e chiudo con una citazione che lascio senza commento ma in cui il corsivo è mio: “I hereby declare, on oath, that I absolutely and entirely renounce and abjure all allegiance and fidelity to any foreign prince, potentate, state, or sovereignty of whom or which I have heretofore been a subject or citizen; that I will support and defend the Constitution and laws of the United States of America against all enemies, foreign and domestic; that I will bear true faith and allegiance to the same; that I will bear arms on behalf of the United States when required by the law; that I will perform noncombatant service in the Armed Forces of the United States when required by the law; that I will perform work of national importance under civilian direction when required by the law; and that I take this obligation freely without any mental reservation or purpose of evasion; so help me God”. Cos’è? È il giuramento di fedeltà Americano (la parte in corsivo è stata considerata opzionale nel 2008, continuo però a lasciare a voi i commenti).

[1] Traggo spunto per le riflessioni che seguono da A. Carrino, I furbi dell’Apocalisse. La politica estera americana tra messianesimo e gnosticismo, in P. Barcellona, F. Ciaramelli, R. Fai (a cura di), Apocalisse e post-umano. Il crepuscolo della modernità, Dedalo, Bari 2007, pp. 337-367, mentre i riferimenti alle considerazioni di Deleuze e Sloterdijk sono rispettivamente a G. Deleuze, Abecedario di Gilles Deleuze (2004), video-intervista in 3 DVD a cura di C. Parnet, regia di P.-A. Boutang, tr. it. sottotitolo di I. Bussoni, F. Del Lucchese, G. Passerone, con l’opuscolo “Gilles Deleuze. Frammenti di un’opera”, a cura di D. Lapoujade, tr. it. di R. Ciccarelli, DeriveApprodi, Roma 2005 e a P. Sloterdijk, Il mondo dentro il capitale (2005), tr. it. di S. Rodeschini, introduzione di G. Bonaiuti, Meltemi, Roma 2006. Conferme della lettura dello «spirito religioso» americano data in questo articolo sono presenti in Charles Taylor, L’età secolare (2007), tr. it. di P. Costa e M. C. Sircana, a cura di P. Costa, Feltrinelli, Milano 2009, soprattutto nei capp. 12 e 14, pp. 533-594 e 635-673.

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