giovedì 28 gennaio 2010

Record “artistici”: venduto un Raffaello per 32 milioni di euro

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Londra, Casa d’Aste Christie’s, stabiliti tre nuovi record mondiali (che siano record di natura economica è talmente scontato che non vi è neanche motivo di esplicitarlo): 9,2 milioni di sterline (10,1 milioni di euro) per il dipinto San Giovanni Evangelista del Domenichino, 20,2 milioni di sterline (22,3 milioni di euro) per la tela Ritratto di uomo, a mezzo busto con le mani sui fianchi di Rembrandt e, soprattutto, 29,2 milioni d sterline (32,1 milioni di euro) per il disegno su carta Testa di una Musa dell’urbinate Raffaello, acquistata da un anonimo collezionista via telefono.
Siamo abituati a notizie di questa natura, al punto tale che, se non fosse stato per i primati di natura economica stabiliti, la notizia stessa non avrebbe avuto nessun (o quantomeno molto poco) interesse. Insomma, il punto focale (se non l’unico) su cui concentrare l’attenzione è l’aspetto economico della vicenda, come confermato dalle parole di Robert Knight, portavoce di Christie’s, «L’asta è stata uno storico evento per il mercato dell’arte, non solo per l’incasso totale ma anche e soprattutto per l’aggiudicazione di tre opere che hanno stabilito altrettanti record mondiali», ignorando del tutto la “superflua” considerazione che ci troviamo di fronte all’ennesimo episodio di mercificazione di un bene artistico-culturale, che contiene ed esprime dei valori umanistici e che, in quanto tale, non deve essere trattato come una merce, ma come un bene collettivo usufruibile da chiunque voglia goderne, partecipando dei valori in esso contenuti, e che tali beni vadano sottratti e quindi liberati da qualsiasi valutazione di tipo economico che, con la sua mera presenza, li sottomette a logiche valutative mercantili.
Si obietterà che questo ragionamento non tiene conto del Mercato, ed infatti si è già detto che è un ragionamento “superfluo” agli occhi di un mondo che tutto valuta da un punto di vista mercantile; tuttavia il mercato siamo noi, lo confermiamo, lo mutiamo o lo neghiamo a seconda delle nostre scelte, e chi, adeguandovisi (in primo luogo alla sua mentalità), lo conferma, non se ne abbia a male quando scopre di essere diventato, egli stesso, una merce.
Nel frattempo, la vendita continua, derubricandone le relative notizie nel posto in cui questa società ha collocato l’Arte e la Cultura: fra l’economia o il gossip.

("Periodico Italiano webmagazine", 23/01/2010)

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