martedì 21 gennaio 2014

Federico Sollazzo: dall’Italia all’Ungheria, ci incita a “tornare a ragionare”

di Ausilia Gulino (redazione@nuovepagine.it)

La messa in crisi dei vecchi paradigmi non solo filosofici che riguardano l’idea di uomo suscita molta curiosità nella società odierna dove si cerca sempre di trovare risposte finalizzate a sicurezze e autostima. Abbiamo voluto parlarne con Federico Sollazzo che con il suo ultimo libro Totalitarismo, democrazia, etica pubblica. Scritti di Filosofia morale, Filosofia politica, Etica, ha voluto fornire punti di partenza, come nuove opportunità, in un’epoca dove vige il pessimismo.

A cosa è dovuto, secondo lei, il fatto che l’uomo non riesce a trovare se stesso?
Credo che certi argomenti non possano essere affrontati in maniera troppo generale. Per circoscrivere un po’ il campo vorrei citare una frase di Max Scheler: «In quasi diecimila anni di storia, noi siamo la prima epoca in cui l’uomo è diventato completamente e interamente “problematico” per se stesso; in cui egli non sa più cosa è, ma allo stesso tempo sa anche che non lo sa». Ecco, in quest’ultima frase «sa anche che non lo sa» credo sia riassunta la problematica a cui si fa riferimento nella domanda; per dirla con un altro importante antropologo filosofico, Arnold Gehlen: «la perdita degli immobili culturali». A ben vedere, come ha evidenziato Paul Ricœur con la formula “maestri del sospetto”, riferendosi a Karl Marx, Friedrich Nietzsche e Sigmund Freud, la messa in crisi di quelle che erano delle certezze consolidate è la cifra che caratterizza tutta la moderna cultura occidentale (oltre che, direi, qualsiasi tipo d’innovazione), anche se in epoca contemporanea questo processo è amplificato dalla velocità e dalla quantità dei cambiamenti che la tecnologia (pro/im)pone.
Di per sé, la messa in crisi dei vecchi paradigmi, quindi anche della precedente idea di uomo, non è un problema, anzi, come ormai si sente spesso ripetere (talvolta però strumentalmente da politici e economisti, ma questo è un altro discorso), ogni crisi contiene un’opportunità. Tuttavia nell’attuale crisi cultuale e valoriale c’è un problema peculiare. E attenzione, non è quello, come a volte si sente dire, che alla crisi dei vecchi paradigmi non segua la formazione di nuovi, ma, diversamente, proprio il fatto che i nuovi paradigmi ci sono e che la loro natura non sembra affatto incoraggiante. In sintesi, abbiamo costruito un’idea di uomo basata sui principi della razionalità economica e, ancor di più, della razionalità tecnologica, e gli stessi movimenti di critica appaiono spesso come semplici articolazioni ed evoluzioni di questa razionalità; mi viene in mente una delle ultime considerazioni di Pasolini che diceva che si cercano le alternative, ma non l’alterità. Il risultato di questo processo è la creazione di un nuovo tipo di vivente, talmente mutato dal precedente che bisognerebbe forse trovare un altro nome al posto di quello di uomo. Anche di questo mi occupo nella prima parte del libro (e nei miei correnti studi).

Apprendiamo che vive in Ungheria da qualche anno, ci delinea brevemente la differenza tra le due popolazioni (ungheresi e italiane) dal punto di vista etico? Quali sono i loro principali valori?
Più che etiche direi differenze culturali. Come è noto abbiamo una storia differente, sia quella dei secoli passati sia quella più recente e quindi con influssi più evidenti; un Paese che ospita il punto d’irradiazione mondiale del cattolicesimo poi, il Vaticano, presenta delle peculiarità che nessun altro Paese ha; abbiamo un livello economico e tecnologico diverso (anche se in Ungheria, a differenza che in Italia, il costo della vita è proporzionato allo stipendio medio), e anche le condizioni geografiche (posizionamento nel continente, confini, condizioni meteorologiche) hanno il loro peso specifico. Tutto questo (e altro) determina una diversità di comportamenti e atteggiamenti. Ad esempio, l’ungherese è più introverso e più accondiscendente verso il potere rispetto all’italiano, ed è anche più inquadrato in schemi comportamentali che ha difficoltà a trascendere. Tuttavia, questo è valido per le generazioni dai trenta anni in su; per le giovani generazioni invece si deve constatare, ancora una volta, la correttezza delle analisi pasoliniane che parlavano di una “mutazione antropologica” e di una omologazione che estingue qualsiasi differenza essenziale.

Nella società odierna cosa è moralmente auspicabile, secondo lei in Italia e in Ungheria?
“Semplicemente” tornare a ragionare (che non è raziocinare). Attività che mi sembra si stia estinguendo sempre più: quando si misura il valore di individui e cose in termini economici (quello, semmai, è il prezzo), quando si vive in base a criteri calcolanti, utilitaristici, efficientisti, quando si accetta senza inorridire (anzi, magari approvando) lo slogan che con la cultura non si mangia o quando si risponde a questa sciocchezza che invece sì, con la cultura si mangia, ergo anch’essa diventa funzione dell’economia.

Nel suo libro è presente il concetto di desublimazione: nel 2013, oggi, di cosa si tratta e quali sfere abbraccia?
Quello di desublimazione repressiva è un concetto che prendo in prestito da Herbert Marcuse e che uso in quello stesso significato che (purtroppo) mi sembra continui a cogliere un’importante dinamica contemporanea: quella dell’oggettivazione.
Poiché solo gli oggetti possono essere dominati, la vita nella sua totalità – la fisicità, il linguaggio, il pensiero – è ridotta a cosa al fine di poterla controllare. Viene così sempre più negata ogni forma di trascendenza (concetto che, si badi, non intendo affatto in chiave religiosa), di ulteriorità rispetto al già dato. L’esito, come dicevo sopra, è una completa ridefinizione dell’umano.

I totalitarismi odierni rispecchiano le ideologie descritte dalla Arendt? In cosa si differenziano?
Il tema è molto articolato poiché il termine totalitarismo descrive sia un particolare evento storico sia una categoria concettuale che non si identifica solo con quell’evento. Nel libro sostengo infatti che la transizione dai totalitarismi storici alle moderne democrazie occidentali sia stato un atto di continuità di dominio, un passaggio di consegne tra un obsoleto e un aggiornato sistema di controllo. Inoltre, i Paesi dove ancora oggi vigono sistemi politico-sociali che possiamo considerare totalitaristici nel senso comune del termine, sono oggi inseriti in uno scenario globale del tutto diverso rispetto a quello in cui operarono i regimi totalitari del secolo scorso.
Se consideriamo tutto questo ci rendiamo conto di come le etichette siano inappropriate, o meglio, funzionali. La distinzione tra questa democrazia e il totalitarismo come distinzione tra il bene e il male è funzionale a chi la opera. Accettarla acriticamente significa esservi funzionali e funzionari anche noi stessi. Al contrario, problematizzarla, iniziando a vedere come l’autodeterminazione della vita sia fortemente compromessa sia nell’un caso che nell’altro, significa iniziare a sottrarsi alla banalità del potere, in generale, e di questo potere, in particolare.

Una società civile di quali strumenti dovrebbe privarsi e avvantaggiarsi per vivere serenamente?
Come dicevo sopra, “semplicemente” tornare a ragionare; tutto il resto verrebbe da solo in conseguenza di ciò (così come quando non si ragiona, tutto il resto viene in conseguenza di ciò).

Cosa cerca oggi l’uomo e perché non riesce a trovarlo, secondo lei?
Cerca un senso, come sempre. E non credo che il problema sia che non riesca a trovarlo, ma che quello che trova non lo soddisfa. Questa insoddisfazione è paradossalmente un segnale positivo, perché indica il fatto che vi è ancora, seppur in forma latente, disordinata e a volte distorta, una tensione alla trascendenza, all’andare oltre lo status quo (questo in particolare), al non assoggettarsi passivamente all’ordine stabilito delle cose. Da questo punto di vista credo che ci troviamo in un’epoca di transizione. Fintantoché rimarrà questo inappagamento, questa tensione all’andare oltre – che però deve essere incanalata in modalità costruttive, altrimenti diventa mera nevrosi – allora ci sarà una speranza, quando invece saremo talmente gratificati dalla realtà (questa in particolare) da non sentire più nessuna forma di antagonismo con essa allora l’uomo, così come lo abbiamo conosciuto finora, sarà estinto (personalmente, credo che ci troviamo in questo secondo tipo di dialettica).

Chi è il filosofo in cui si rispecchia maggiormente e perché?
Innanzitutto vorrei dire che non credo si possano fare classifiche, perché da un certo livello in poi non ci sono gerarchie ma solo diverse articolazioni del pensare.
Va da sé poi che ciascuno, per la propria indole, si senta più attratto da certi pensatori. Nel mio caso, oltre a quelli che ho già citato, aggiungerei Martin Heidegger, Michel Foucault e la Scuola di Francoforte.

(«Nuove pagine», 19/10/2013)

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