sabato 1 agosto 2009

Coltivare la democrazia per costruirne una

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

La
democrazia esiste solo idealmente, mentre di fatto esistono le democrazie; questa considerazione apre il problema della formazione di una, e della partecipazione ad una democrazia:


l’unico modo per fare di un suddito un cittadino è quello di attribuirgli quei diritti che gli scrittori di diritto pubblico del secolo scorso avevano chiamato activae civitatis, e l’educazione alla democrazia si svolge nello stesso esercizio della pratica democratica(1)

Allora, praticando attivamente la democrazia ci si (auto)educa alla democrazia stessa. Per questo la passività dei cittadini è uno dei principali ostacoli per la realizzazione della democrazia, per questo ogni forma di regime autoritario ha bisogno di "passivizzare" politicamente i cittadini, mentre la democrazia necessita di cittadini attivi che, in vari modi, partecipino alla formazione delle decisioni(2). A questo proposito è interessante notare come quello invece a cui, secondo Norberto Bobbio, si assiste oggi, è il dilagare del fenomeno dell’apatia politica, per la quale le persone sono «semplicemente disinteressate per quello che avviene, come si dice in Italia, con felice espressione, nel "palazzo"»(3). L’apatia politica non conduce solo ad un generale disinteresse nei confronti della dimensione politica, ma anche ad una deresponsabilizzazione nell’uso del proprio voto (del quale anche i politicamente passivi, apatici dispongono) utilizzato come una merce di scambio, in base a quel do ut des, già denunciato alla propria Camera dei deputati da Alexis de Tocqueville, che in pieno Ottocento (ma con una sorprendente somiglianza con i giorni nostri) si chiedeva


se non fosse aumentato il numero di coloro che votano per interessi personali e non sia diminuito il voto di chi vota sulla base di un’opinione politica […] (sicché) chi gode dei diritti politici ritiene di farne un uso personale nel proprio interesse(4)


Se quello della mercificazione del voto è il problema che (troppo) spesso caratterizza i votanti, quello del cosiddetto "potere invisibile" è invece il male che altrettanto (troppo) spesso caratterizza i votati (e, più in generale, chiunque detenga il potere). Il potere invisibile è quel potere che nasce con le teorie della Ragion di Stato, in base alle quali allo Stato è lecito ciò che non è lecito ai cittadini: secretare(5) determinate questioni. Ma, afferma Bobbio, quando si è costretti a tenere segreta un’azione, vuol dire che quella azione non sarebbe possibile da compiere (almeno in quegli stessi termini) se fosse resa pubblica e, per Bobbio, nessuno Stato che voglia essere democratico (ovvero che voglia dare ai cittadini la possibilità di compartecipare alle decisioni politiche) può agire in tale modo. Deriva da qui l’obbligo, per uno Stato democratico, della pubblicità degli atti di governo, poiché essa, la pubblicità, è già di per sé una forma di controllo. A tale proposito Bobbio ricorda come


Nell’Appendice alla Pace perpetua Kant enunciò e illustrò il principio fondamentale secondo cui «Tutte le azioni relative al diritto di altri uomini la cui massima non è suscettibile di pubblicità, sono ingiuste»(6)


Insomma, il governo della democrazia è il governo del potere pubblico in pubblico, cosa che, nota Bobbio, ha significativamente colto Jürgen Habermas mostrando come la trasformazione dello Stato moderno consista nel graduale emergere della "sfera privata del pubblico" (ovvero, della rilevanza pubblica della sfera privata), cioè di quell’opinione pubblica che, nella modernità, pretende di discutere gli atti del potere esigendone, pertanto, la pubblicizzazione(7).
Inoltre, anche Gustavo Zagrebelsky fa notare come Bobbio ne Il futuro della democrazia annoveri lo "spirito democratico" fra le "promesse non mantenute della democrazia". Per Bobbio infatti, così come per Zagrebelsky, l’attaccamento alla democrazia non si sviluppa da solo, spontaneamente, bensì esso va sollecitato costantemente poiché, quando tale sollecitazione viene meno

Invece dell’attaccamento cresce l’apatia politica. In Italia, e forse non solo, si è democratici non per convinzione, ma per assuefazione e l’assuefazione può portare alla noia, perfino alla nausea e al rigetto(8)

A tal proposito, Zagrebelsky si spinge fino a codificare i passaggi civici fondamentali ai fini dell’edificazione di un’autentica democrazia:

1) La fede in qualcosa che vale. La democrazia è relativistica, non assolutistica […] 2) La cura delle individualità personali. La democrazia è fondata sugli individui, non sulla massa […] 3) Lo spirito del dialogo. La democrazia è discussione, ragionare insieme; è, socraticamente, filologia […] 4) Lo spirito dell’uguaglianza. La democrazia è basata sull’uguaglianza; è insidiata dal privilegio […] 5) Il rispetto delle identità diverse. In democrazia le identità particolari sono ininfluenti sul diritto di stare in società […] 6) La diffidenza verso le decisioni irrimediabili. La democrazia implica la rivedibilità di ogni decisione (sempre esclusa quella sulla democrazia stessa) […] 7) L’atteggiamento sperimentale. La democrazia è orientata da principi ma deve imparare quotidianamente dalle conseguenze dei propri atti […] 8) Coscienza di maggioranza e coscienza di minoranza. In democrazia, nessuna deliberazione si interpreta nel segno della ragione e del torto […] 9) L’atteggiamento altruistico. La democrazia è forma di vita di esseri umani solidali […] 10) La cura delle parole. Essendo la democrazia dialogo, gli strumenti del dialogo, le parole, devono essere oggetto di cura particolare, come non è in nessun’altra forma di governo(9)


E’ interessante notare come, nonostante le ovvie somiglianze, i precetti individuati da Zagrebelsky, si differenzino dalle regole pro democrazia di Karl Popper, nella loro essenza; queste ultime, infatti, descrivono un possibile modo di realizzazione di una democrazia, mentre il Decalogo descrive lo spirito della democrazia. E non potrebbe essere altrimenti dato che, per Bobbio e Zagrebelsky, la democrazia non è una rigorosa formula scientifica, ma è un valore che può essere realizzato in molteplici (forse infinite) modalità, a patto che queste non ne alterino l’essenza, lo spirito. Insomma, nell’analisi della democrazia è presente la duplice possibilità d’intenderla come un particolare evento o come una categoria filosofica. Ora, a mio parere, solo intendendola in quest’ultimo modo è possibile chiarire lo spirito della democrazia, ed è questo l’unico modo per evitare che essa si trasformi nel suo contrario: il totalitarismo. Quest’ultimo ne rappresenta, infatti, il contrario, ma non necessariamente l’opposto: il totalitarismo è un rischio insito all’interno della stessa democrazia (basti ricordare la felice espressione tocquevillina di "dispotismo democratico"), ed il rispetto di specifiche regole procedurali non mette al riparo da tale pericolo. E’ invece necessaria una generale comprensione dell’essenza della democrazia, intesa non come una determinata forma di governo politico, bensì come un valore. Solo comprendendo lo spirito della democrazia, si può realizzare una democrazia. 


1) N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1995, p. 20.
2) Le condizioni preliminari perché ciò accada sono essenzialmente due: a) che i cittadini possano usufruire di una libera ed onesta informazione, b) che la politica non venga ridotta agli arcana imperii, accessibili solo ai "tecnici".
3) N. Bobbio, Il futuro della democrazia, cit., p. 21.
4) A. de Tocqueville, Discorso sulla rivoluzione sociale, in Scritti politici, UTET, Torino 1968-1969, 2 voll., p. 271, parentesi mia. 
5) «Al pari di Dio, il potente tende a rendersi inaccessibile: gli arcana dominationis sono una imitazione degli arcana naturae (o degli arcana Dei). Elias Canetti ha scritto pagine memorabili sul "segreto", come essenza del potere, che meritano di essere meditate (come del resto l’intero libro, Massa e potere): il potere deve essere imperscrutabile, appunto come i decreti di Dio. Non deve essere visto perché ciò gli consente di vedere meglio quello che fanno gli altri: "Il detentore del potere conosce le intenzioni altrui, ma non lascia conoscere le proprie. Egli deve essere sommamente riservato: nessuno può sapere ciò che egli pensa, ciò che si propone"» N. Bobbio, Il futuro della democrazia, cit., p. 216, Bobbio cita da E. Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano 1981, p. 353. 
6) N. Bobbio, Il futuro della democrazia, cit., p. 18, la citazione, che è tratta da I. Kant, Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, UTET, Torino 1956, p. 330, rappresenta l’applicazione, operata dallo stesso Kant, del già formulato "imperativo categorico", al diritto, in quanto Per la pace perpetua risale al 1795, mentre la Critica della ragion pratica è del 1788. 
7) Bobbio si riferisce a J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Bari 1971, opera alla quale imputa però il limite di non distinguere tra un uso del termine "pubblico" inteso come ciò che pertiene allo Stato, alla res publica, allo ius publicum, e un uso di "pubblico" inteso come manifesto, palese. 
8) G. Zagrebelsky, Decalogo contro l’apatia politica, in «la Repubblica», 04/03/05. Pubblicazione dell’intervento tenuto in occasione del Convegno "Una scuola per la cultura, il lavoro, la democrazia", svoltosi nel 2005 presso l’Università Roma Tre.
9) Ivi.

(«Filosofi per Caso: area di discussione metropolitana», 21/08/2009)

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3 commenti:

  1. Solo imparando ad auto-governarsi si può comprendere e vivere la democrazia. La democrazia come governo del popolo si può raggiungere compiutamente solo dopo aver fatta propria una coscienza civica individuale. Il difficile nasce ora: un conto è teorizzare un altro è realizzare.La coscienza civica nasce da piccoli, ma la scuola l'ha eliminata dal curriculum!

    Maria Giovanna Farina

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  2. Erwin de Greef4 agosto 2009 15:54

    La realtà democratica di un Paese passa dalla lotta per l'affermazione, prima, e il mantenimento, dopo, di valori sociali comuni. La democrazia non si compra, non si vende, si genera solo attraverso una lotta - anche la più spietata tra le persone che tendono all'affermazione di valori che si negano a vicenda. Le esperienza dei Paesi del Sud America così come - in una diversa evoluzione - quella dell'ex Unione Sovietica dimostrano, senza pena di smentita, che solo la lotta - nelle sue diverse gradazioni e anche violenta - può dare respiro alla Democrazia. In tal senso basti guardare agli esempi della Spagna post-franchista e al nostro Paese, dove ci sono volute tre Guerre di Indipendenza e due Guerre mondiali. Coloro i quali vogliono esportare la Democrazia - tra questi purtroppo anche i nostri Governi nazionali - sono responsabili e fautori di nuove e più feroci dittature. In tal senso basti guardare alla cronaca dei cd Paesi in via di sviluppo e dell'Area islamica.

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  3. Ragionando su di una determinata impostazione sociale si devono sempre tenere presenti i due versanti complementari: quello storico e quello concettuale. Riguardo la democrazia, quindi, si deve distinguere tra le varie forme di materializzazione, sempre storicamente determinate, che essa ha avuto ("le" democrazie), ed il suo contenuto valoriale ("la" democrazia), che le suddette forme dovrebbero, di volta in volta, sforzarsi di concretizzare, senza avere mai la presunzione di cristallizzarsi in una concretizzazione definitiva.
    Pertanto, benché un atto violento sia comprensibile e giustificabile in qualità di "pars destruens", ovvero come gesto liberatorio da un regime palesemente oppressivo, esso è improponibile in qualità di "pars costruens", ovvero come momento fondativo di un regime democratico. E ciò non solo perché in un simile caso la fondazione di "una" democrazia rappresenterebbe la negazione "della" democrazia, ma soprattutto poiché essa può nascere e vivere solo là dove liberi esseri umani desiderino ciò.
    La questione passa allora dal piano politico a quello coscienziale (di cui, quello politico, è un mero derivato), spostandosi quindi sulla formazione "valoriale" degli individui (a proposito della quale mi permetto di rimandare, solo in via propedeutica, al mio "Invito al pensiero di Herbert Marcuse", sul presente Portale).

    Federico Sollazzo

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