di Patrizio Paolinelli (patrizio.paolinelli@gmail.com)

La considerazione da cui partire per comprendere le nuove forme della sensibilità collettiva è la seguente: la vergogna è probabilmente l’emozione più sociale di tutte perché quando ci si vergogna si determina una separazione tra l’Io e il Noi, tra se stessi e gli altri e per tale motivo la vergogna rappresenta una vigile sentinella sulla tenuta dei legami sociali. In virtù di queste caratteristiche la vergogna è fortemente presente nelle realtà stabili in cui i ruoli delle persone sono ben definiti e le istituzioni legittimate da un consenso generalizzato. L’industriale che si suicida per aver portato al fallimento la propria azienda appartiene a un mondo considerato superato e di cui nessuno oggi vuol sentir parlare. Nella nostra società, dominata dall’assolutismo del mercato, sono avvenuti alcuni passaggi che hanno condotto la vergogna a esprimersi in termini radicalmente diversi rispetto al passato. Primo passaggio: la perdita di autorevolezza delle istituzioni, dalla famiglia alla politica. Secondo passaggio: un soggettivismo spinto a causa del quale le persone rispondono solo a se stesse, ma allo stesso tempo sono prive di precisi punti di riferimento su cui costruire la propria identità.
Vuoto istituzionale e individualismo esasperato determinano una situazione sociale in cui non ci si nasconde più per la vergogna. Al contrario essa è esibita e può diventare oggetto di spettacolo così come capita in tante trasmissioni televisive in cui abbondano imbarazzanti confessioni. E dunque la prima metamorfosi di questa emozione consiste nel fatto che ognuno si costruisce una vergogna su misura la cui rappresentazione pubblica diventa indice di autenticità se non addirittura di autorealizzazione. Un’altra metamorfosi è la medicalizzazione della vergogna. Quando la credibilità pubblica e privata di un individuo è seriamente messa a rischio ecco che la vergogna muta di segno e diventa malattia. In tal senso il caso Marrazzo è esemplare.
La società manipola le emozioni secondo i propri valori. Oggi la vergogna non è più associata al senso di responsabilità e all’indignazione. I motivi per i quali attualmente ci si vergogna sono strettamente connessi alla logica mercantile. Ci si vergogna se non si è all’altezza delle performance che continuamente la pubblicità ci impone di produrre: vestire alla moda, fare vacanze all’estero, esibire l’ultimo modello di cellulare, ostentare consumi vistosi e soprattutto nascondere la povertà. L’ansia di prestazione è correlata all’ideologia liberista che comanda agli individui di non essere più costruttori pazienti della propria personalità ma venditori di se stessi. Turnaturi riporta l’agghiacciante testimonianza di questa filosofia di vita attraverso le parole di una escort salita alla ribalta delle cronache nazionali per le sue frequentazioni con un noto esponente politico italiano: per arrivare in alto si deve essere disposti a tutto ed è vergognoso indossare abiti non firmati o gioielli di scarso valore perché in tal caso il potente di turno non ti considera degna di attenzione.
Osservare le metamorfosi della vergogna ci porta oltre la sfera delle emozioni e ci conduce a considerazioni sul significato della nostra esistenza in una società fondata sull’incertezza. Il modello di vergogna oggi dominante favorisce la chiusura in se stessi, la solitudine in mezzo agli altri, la perdita di senso critico. Favorisce un conformismo funzionale agli interessi del potere economico. Sparito il buon uso della vergogna – quello che costringe a mettersi in discussione – l’emozione oggi trionfante è un’altra: la paura.
(«VIAPO», 09/09/2012)
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