giovedì 25 luglio 2013

"Il primo uomo", Gianni Amelio su Albert Camus, due righe sul film

di Maurizio Montanari (mauriziomontanari@libero.it)

"Poteva finalmente tornare a quell'infanzia da cui non era mai guarito, a quel segreto di luce, di povertà calorosa, che lo aveva aiutato a vivere e a vincere ogni cosa" (A. Camus, Il primo uomo)

L'ultimo film di Gianni Amelio Il primo uomo, tenta di trasportare le atmosfere tiepide ed edipiche della ricerca che Camus fa a ritroso nel tempo e nella terra, cercando il padre.
Non ci vuole molto tempo a localizzare il luogo nel quale riposano i resti mortali: un cimitero militare assolato e spoglio. La ricostruzione simbolica del padre che fu, dei suoi luoghi e delle sue parole, delle abitudini e delle usanze.
Camus che cerca il padre, ritrova il maestro.
Il film, come il libro dal quale è tratto, ben descrive il reperimento di figure simboliche che hanno sopperito alla mancanza prematura del padre, mancato prima che il futuro autore de La Peste oltrepassasse i graffi e le ammaccature dell'adolescenza. Famiglia povera e matriarcale, soggiogata da una nonna sadica e tirannica nella quale (la madre) vedeva sua madre picchiare Jacques con la frusta, lei che non aveva mai toccato e neanche sgridato realmente i propri figli, lei che, non potendo intervenire per la stanchezza, la difficoltà d'esprimersi e il rispetto dovuto alla madre, lasciava fare, sopportava per giorni e per anni, sopportava le botte ai figli, come sopportava le dure giornate di lavoro al servizio di altri.
L'iniziale ricerca è fatta di nomi e di usanze
Si chiamava Henry, e poi?
Non so
Non aveva altri nomi?
Credo, ma non ricordo
Questo il dialogo tra Jacques e la madre, alla sua prima ricerca di notizie per ricostruire qualcosa che si presentifica al momento dell'arrivo in Algeria.
Il maestro che non aveva conosciuto suo padre, ma glie ne parlava spesso in termini un po' mitologici, e comunque, in un particolare momento, aveva saputo sostituirlo. Per questo Jacques non lo aveva più dimenticato, come se (..) fosse stato tuttavia consapevole, senza rendersene ben conto, prima da ragazzo, poi nel corso della vita, dell'unico gesto paterno, insieme meditato e decisivo, che fosse intervenuto nella sua vita infantile.
Perché il signor Bernard, suo maestro nel corso per la licenza media, aveva fatto valere in un certo momento tutto il suo peso di uomo per modificare il destino di questo ragazzo.   
Il Sig. Bernard, uomo capace di trasmettere il desiderio, di far passare qualcosa al di là delle semplici nozioni. Quel maestro che eccede il suo compito di routine, capace di "rendere vivo e divertente l'insegnamento". Divertente è un termine che compare poche volte nel diario dell'infanzia di Camus, se non legato all'ambito scolastico.
Soltanto la Scuola offriva a Jacques e Pierre queste gioie. E, probabilmente, amavano in essa con passione ciò che non trovavano a casa loro, dove povertà e ignoranza rendevano la vita più dura, più tetra, come chiusa in se stessa: la miseria è una fortezza senza ponte levatoio.
Prima dell'intervento del maestro, Camus è totalmente in balia del mondo femminile, gretto e cinico, che ne ha già tracciato la strada: Intelligente o no, si doveva metterlo a bottega l'anno prossimo. Sa benissimo che non abbiamo soldi. Porterà a casa la sua settimana, fa dire alla nonna. Quella nonna che comanda.
La nonna dura come l'ebano e vigliacca, china il capo non all'uomo, ma alla figura del maestro. Il quale intuisce le potenzialità del piccolo Albert, e cala la spada nel nodo domestico, autorizzando il piccolo a proseguire gli studi, e irretendo la donna.  
Egli se ne fa garante, pone la sua presenza simbolica come quelle pietre divisorie nei canali di irrigazione, che vengono chiusi o aperti a seconda di come quelle vengono calate nel torrente. Espletata la sua funzione, il maestro si chiama fuori.
Jacques supera l'esame di ammissione al liceo, e lo vede allontanarsi.
Jacques rimase solo, smarrito fra tutte quelle donne; poi si precipitò alla finestra, per guardare il suo maestro che lo salutava ancora un vota, e lo lasciava ormai solo, (…) senza l'appoggio dell'unico uomo che mai gli avesse dato una mano, crescere insomma, e allevarsi da solo, a carissimo prezzo.
E' dunque il terzo tempo dell'Edipo che va a bersaglio. Quello che il giovane Franz Kafka non ebbe mai, Camus lo ottiene dal maestro, sostituto del padre.
Il via libera, la possibilità di andare con propri mezzi, è dato. La morsa femminile, scardinata.
Il contrario del padre che priva, è il padre che dà (…) il padre che prova la sua potenza (J. A. Miller, Il nuovo).
Camus vivrà per sempre da diviso, indossando un abito meticcio. Francese con pelle algerina, algerino vestito da francese. Camus che saprà scrivere: Per questi ultimi, che non avevano per compagnia se non un dolore ancor fresco, per altri che si dedicavano, in quel momento, al ricordo di una creatura scomparsa, le cose andavano altrimenti e il senso della separazione toccava il culmine. Per essi, madri, sposi, amanti che avevano perduto ogni gioia con la creatura adesso dispersa in una fossa anonima o confusa in un mucchio di cenere, era sempre la peste. Ma chi pensava a tali solitudini? 

(«Psychiatry on line», 29/07/2013)

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