lunedì 20 marzo 2017

Abilitazioni in mala tempora

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Come gli addetti ai lavori (termine brutto ma che in questo caso rende bene le circostanze) sanno, è tempo di altre tornate di abilitazione scientifica nazionale.
Faccio il mio in bocca al lupo a chi vorrà partecipare.
Per quanto mi riguarda, ho però deciso di non sottopormi a questa procedura.
Non tanto per l'impersonalità della procedura.
Non tanto perché 5 persone decidono per tutta Italia, e tanti saluti all'autonomia delle università.
Non tanto perché la cosa somiglia più a un placebo che a una soluzione.
Non tanto perché diversi degli elementi che vengono considerati importanti ai fini della valutazione (come la cosiddetta collocazione editoriale o la partecipazione a convegni), si acquistano, letteralmente (come al mercato): sempre più spesso, basta pagare un contributo di pubblicazione (proporzionale al prestigio e al potere editoriale dell'editore) o una tassa di partecipazione al convegno, et les jeux sont faits.
Non tanto perché nelle passate tornate ci sono state decisioni (per il sì e per il no) dovute a conoscenze ed interessi, e presumibilmente così sarà anche in futuro.
I motivi che mi spingono a tenermi alla larga da un simile tipo di valutazione sono invece essenzialmente i seguenti (che purtroppo, mutatis mutandis, tornano in tantissimi altri Paesi, latu sensu, occidentali).
Primo. Viene disconosciuta la differenza tra studioso e pensatore, appiattendo il secondo sul primo e però chiamandolo come se fosse il secondo. Quanto alla filosofia, questo significa disconoscere la differenza tra studioso di filosofia e filosofo, appiattendo il secondo sul primo e però chiamandolo filosofo.
(A scanso di equivoci: che Dio benedica gli studiosi. Tuttavia, non si possono disconoscere le differenze tra studioso, ricercatore, docente e pensatore. Le università dovrebbero quindi prevedere procedure valutative calibrate sulle specificità di ciascuna di queste figure, ed attrezzarsi per ospitare al loro interno, con modalità del tutto differenziate tra una figura e l'altra, tutte quelle figure  e non solo una di quelle, che fagocita tutte le altre e che poi, impropriamente, prende la definizione più suggestiva.)   
Secondo, lo studioso (impropriamente, il pensatore) viene misurato con criteri di produttività scientifica.
Misurazione. La riflessione è reificata in nozioni misurabili; nozionismo che apre a prestazioni, performance intellettuali in neoliberistica competizione le une con le altre.
Produzione. La quantità è presa come conditio sine qua non della qualità, se non come direttamente qualità.
Scienza. La riflessione deve svolgersi all'interno di una metodologia convenzionale universale e univoca e sempre più dettagliatamente codificata, producendo così un'inevitabile graduale riduzione del campo della libertà di pensiero e un conseguente incremento dell'omologazione.
Ecco, per questi motivi (approfondendo i  quali come meritano, ne vengono subito alla luce degli altri), rifiuto di contribuire a un sistema che procede in questi termini e di sottoporre me stesso a un simile tipo di valutazione, anzi, di misurazione.
Un passo al di fuori dell'attuale sistema universitario.
Un passo verso l'università che vorrei e soprattutto verso il mio modo personale di intendere il pensare  che, d'altra parte, è tanto più autentico quanto più è personalizzato.  

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1 commento:

  1. Breve appendice.

    Da ciò di cui sopra, deriva che le università dovrebbero, da un lato, fornire spazi dove possa avvenire anche qualcosa di altro dalla ricerca e, dall'altro lato, valutare cosa e chi è in quegli spazi con modalità del tutto diverse dall'attuale standard valutazione accademica: produttività scientifica, impact factor, titoli e posizioni accademiche non dicono nulla a proposito del fatto che uno sia un pensatore – e così avviare altri ad essere altrettanto – o no.

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