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lunedì 20 novembre 2017

La ragione ecologica

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Stefano Righetti, La ragione ecologica. Saggi intorno all’Etica dello spazio, Mucchi, 2017

Prefazione di Piero Bevilacqua
Postfazione di Manlio Iofrida












sabato 12 agosto 2017

L'uomo di oggi: self-made e filisteo

di Patrizio Paolinelli (patrizio.paolinelli@gmail.com)

I nuovi filistei. Conformismi dei nostri tempi

In un mondo in cui tutti cercano di distinguersi, di apparire diversi, unici e originali esistono ancora i conformisti? Sì, e in gran quantità dato che costituiscono la maggioranza degli appartenenti a ogni società, compresa la nostra. A partire da questa premessa Simonetta Bisi, docente di sociologia alla Sapienza di Roma, ha tracciato un quadro sulla formazione dell’identità collettiva contemporanea in un piccolo e denso tascabile intitolato La maggioranza sta. I conformisti del XXI secolo, (Bordeaux, Roma, 2017, 138 pagg., 16,00 euro). Il tema affrontato dalla Bisi è per certi versi spinoso perché nelle scienze sociali lo si dà per acquisito così come capita per la legge di gravità e spesso e volentieri gli studiosi si accontentano della sua funzione più immediata: il conformismo integra gli individui abbassando così il livello di conflittualità. E tuttavia c’è conformismo e conformismo. Di che tipo è il conformismo del XXI secolo?


La risposta della Bisi non può che essere riflessiva. D’altra parte le società cosiddette avanzate sono estremamente complesse, pertanto su un tema come il conformismo le risposte non possono limitarsi a secche alternative. Occorre ragionare, argomentare, anche se poi una conclusione va raggiunta. E il testo della Bisi presenta un vantaggio non da poco. È composto da ventidue brevissimi capitoli scritti con un linguaggio accessibile anche per i non addetti ai lavori e fondato essenzialmente sull’osservazione diretta della vita quotidiana. Scrive l’autrice: «Io penso a quei luoghi che più di recente sono diventati parte rilevante del sociale, fino ad assumere loro stessi un significato simbolico, non tanto utilitaristico quanto identitario: dal mercato rionale all’aeroporto, dalle boutique ai centri commerciali, dagli studenti dell’università ai circoli del tennis, dalle palestre ai centri estetici, dai luoghi della movida alle spiagge. Insomma, ho camminato, normale tra i normali, ho ascoltato, ho letto, ho registrato segni ed espressioni: sguardi, voci, abbigliamenti, linguaggi. E a questo ho aggiunto Internet, i giornali, le riviste di vario genere». Il lettore è così invitato a esplorare la realtà che lo circonda con altri occhi rispetto a quelli del senso comune rispettando quello che Peter Berger considera il primo insegnamento della sociologia: le cose non sono quelle che appaiono. E per vedere ciò che sta dietro le apparenze occorre quello che la stessa Bisi chiama «uno sguardo indisciplinato». Indisciplinato in un doppio senso: rispetto alle pretese dello scientismo che fa della sociologia una disciplina talmente specialistica da risultare comprensibile solo a pochi eletti; e rispetto alle pretese dell’agire conforme che fa del modello sociale dominante il metro di misura del modo d’essere, di sentire, di percepire, di pensare e di giudicare.

giovedì 10 agosto 2017

Intellettuali antisistema, amministratori culturali e cattivo gusto

di Patrizio Paolinelli (patrizio.paolinelli@gmail.com)

Passaggi d'epoca. Dall'intellettuale antisistema all'amministratore culturale

Gli intellettuali non sono una specie in via di estinzione. Scrittori e docenti universitari pubblicano regolarmente sulle pagine e gli inserti culturali dei quotidiani. Economisti, filosofi, sociologi sono spesso interpellati dai media e gli atenei non stanno affatto chiudendo i battenti. Il libro è senz’altro in crisi, ma sono arrivati gli e-book, si continuano a sfornare best-seller e i dibattiti alle fiere del libro sono seguiti con interesse. Su Internet è tutto un fiorire di blog e riviste telematiche. I premi letterari stabiliscono ancora le loro classifiche, mentre mietono successi di pubblico i festival culturali: della filosofia, della complessità, della letteratura e così via. Certo, se per intellettuale intendiamo il portatore di un dissenso politico antisistema, allora sì, quella categoria è oggi poco visibile. E il motivo è semplice: è finita l’epoca delle rivoluzioni antiborghesi. Con molti chiaroscuri le ultime propaggini di quell’epoca furono il ’68 in Francia e il ’77 in Italia. Dopodiché è partita la rivoluzione conservatrice capitanata da Ronald Reagan, Margaret Thatcher, Bush (padre e figlio). Rivoluzione che ha contaminato la sinistra moderata – basti ricordare Tony Blair – e che continua ancora oggi.

Nonostante il trionfo del neoliberismo gli intellettuali che si fanno carico dei problemi del mondo non mancano. Non sono corteggiati dai media ma risultano vivi e vegeti. Si pensi a Samir Amin e a Noam Chomsky, giusto per citare un marxista e un anarchico noti a livello internazionale. Si pensi a quel laboratorio di idee che è il Forum Sociale Mondiale, nato nel 2001 a Porto Alegre in risposta al Forum Economico Mondiale di Davos. Si pensi alla galassia di autori che pubblicano per case editrici militanti e che fanno sentire la loro voce nei circuiti legati ai movimenti per la globalizzazione alternativa. Rispetto al passato la critica degli intellettuali impegnati soffre di due criticità: si rivolge più all’opinione pubblica che a specifiche classi sociali (trovandosi così in una posizione di debolezza dinanzi alla potenza di fuoco dei media mainstream); agisce in un contesto storico in cui la politica non gode più del primato sociale che le era proprio nel ‘900. Risultato: le idee dei movimenti faticano a intaccare i valori dominanti centrati sull’individualismo e il consumismo. Basti citare per tutte la “decrescita felice” di Serge Latouche.

venerdì 30 giugno 2017

Flaminio Boni, Recensioni Teatrali, vol. I

di Flaminio Boni (flaminioboni@yahoo.it)

Flaminio Boni
Recensioni Teatrali, vol. I (2017)

Il libro

Recensioni Teatrali, volume I, raccoglie le recensioni più interessanti scritte dal 2014 ad agosto 2016.
Si tratta di un’analisi attenta e lucida di spettacoli andati in scena, da cui traspare competenza e passione allo stesso tempo. Lo stile è fluido e garbato e le critiche sono sempre costruttive e supportate da considerazioni. 
Il volume consente una rapida e agevole identificazione e consultazione degli spettacoli fornendo agli spettatori gli strumenti per poterli analizzare e interpretare e costituendo un punto di riferimento per autori, attori, registi, che vi trovano un’analisi onesta del proprio lavoro e spunti di riflessione utili ad un miglioramento.

Nota sull’autore 

Flaminio Boni, laureato in Filosofia, con all’attivo la pubblicazione di un saggio, articoli e recensioni su varie riviste specializzate, è da sempre un appassionato di teatro e musical.
Dal 2013 pubblica recensioni a spettacoli teatrali e interviste ai protagonisti del palco sul suo blog www.flaminioboni.it 
Fino ad oggi ha pubblicato circa quattrocento articoli.
Nel 2017 ha curato una rubrica sul musical su Radio Danza.
Dal 2016 è Responsabile Comunicazione e Social Network e addetto stampa per il Teatro Sala Vignoli a Roma.

lunedì 29 maggio 2017

Pellitteri, Giacomantonio, "Shooting Star"

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Marco Pellitteri, Francesco Giacomantonio 
Shooting Star. Sociologia mediatica e filosofia politica di Atlas UFO Robot 
Fondazione Mario Luzi, Roma, 2017, pp. 250

giovedì 20 ottobre 2016

Terrorismo e disagio sociale

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Il terrorismo è una piaga che l’Europa conosce da tanti anni. È stato ed è di diverse matrici e ha periodi di stallo e di improvvisa ripresa. Al momento stiamo vivendo un suo ritorno di fiamma che probabilmente ci accompagnerà per molto tempo, diventando una nota di cronaca della nostra quotidianità. 
Per avere una chance di superamento del tipo specifico di terrorismo col quale oggi abbiamo a che fare è evidentemente necessario comprenderlo nel dettaglio, ma per comprenderlo è preliminarmente necessario porsi nella giusta prospettiva, ovvero in una prospettiva non ideologica. 
A tal fine, credo sia superficiale etichettare il terrorismo come l’esito di una ideologia violenta. Pericolosamente superficiale, non solo perché questa definizione è talmente ampia da poter significare tutto e niente, ma soprattutto perché più che un tentativo di comprensione sembra un tentativo di esorcizzazione, ovvero di rimozione dal mondo occidentale di quei due elementi (l’ideologia e la violenza) che invece lo connotano a tutto tondo, attribuendoli a qualcun altro.
Naturalmente, mi riferisco qui al fatto che un’ideologia può essere basata non solo sulla religione; ferita che l’Europa ha già subito con il fondamentalismo cattolico delle crociate e dell’Inquisizione e le varie lotte in senso allo stesso mondo cattolico. Qualsiasi pensiero che parte da premesse inquestionabili, dogmi, è ideologia, e il ruolo del dogma può essere giocato tanto da un dio quanto dal capitalismo, dal consumismo o dalla tecnologia.      
Quindi, per cercare di vedere le cose da una prospettiva non ideologica è indispensabile partire dalla problematizzazione del nostro punto di vista, da come oggi, sempre più spesso, decifriamo i fenomeni. Possiamo provarci con degli esempi.
Se un siriano o un migrante o un arabo o un islamico compiono un attentato, si innalzano subito cori per cui tutti i siriani, tutti i migranti, tutti gli arabi, tutti gli islamici sono potenziali terroristi e vanno quindi respinti nel loro mondo di terrore e inciviltà. Se però un americano compie una strage, il che avviene con inquietante periodicità, gli stessi coristi di cui sopra tacciono, considerandolo solo un singolo individuo disturbato non rappresentativo di tutti gli americani, sarebbe quindi assurdo dire di volerli bloccare e respingere nel loro mondo. Perché questa differenza di trattamento? (Repetita iuvant: se si ricorre all’argomento secondo cui gli uni sarebbero preda di un’ideologia violenta e gli altri no, si ritorna semplicemente al problema dell’esorcizzazione di cui dicevo prima.)   
Un altro esempio, più circostanziato.

domenica 18 settembre 2016

Satira o marketing?

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Negli scorsi giorni è uscita una vignetta proposta come satirica sul terremoto nel centro Italia, pubblicata da un noto giornale francese che non cito, ritenendo quella vignetta non satira ma opinabile strategia di marketing (che se ne parli bene o male, purché se ne parli) e non volendo contribuire a tale strategia.
Vorrei però spendere alcune righe, che si aggiungo al polverone sollevato col quale quel giornale ha quindi raggiunto il suo scopo, per dire perché ritengo quella non satira ma una mera operazione di marketing, fatta sulla pelle dei morti.
A scanso di equivoci, non voglio dire che ci siano argomenti off limits per la satira. Tutto è satirizzabile. Ma, appunto, se espresso come un elemento di satira, e la satira ha parametri, quindi limiti, suoi propri, altrimenti non sarebbe nemmeno definibile come genere autonomo. Ma quella non è satira.
Perché?

lunedì 12 settembre 2016

Fertility Day: aprite la mente, prima di tutto

di Deborah Biasco (deborahbiasco@hotmail.it)

Fertility Day, il primo si celebra il 22 settembre 2016 per richiamare l’attenzione di tutta l’opinione pubblica sul tema della fertilità e della sua protezione.
“La sua Istituzione è prevista dal Piano Nazionale della Fertilità per mettere a fuoco con grande enfasi: il pericolo della denatalità nel nostro Paese. La bellezza della maternità e paternità.” – Ministero della Salute. 

herstory.it Noi Donne
Vi prego: ditemi che il Fertility Day è uno scherzo, mi va bene anche il sogno. Svegliatemi e fatemi ritrovare in un Paese che non guarda alla Donna, nella Donna, senza alcuna forma di delicatezza, di rispetto.
Quante notti insonni vi hanno suggerito questa idea? Quanto tempo vuoto hanno le vostre giornate, per permettervi la concentrazione e la fantasia sufficienti per decidere e pronunciare simili idiozie? Dove, come vivete? E dove guardate? E cosa vedete?

lunedì 16 maggio 2016

Strumentalità e natura (umana)

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Le nuove frontiere della tecnica costituiscono anche le nuove frontiere della morale, delle quali si parla e si parlerà sempre più; in questo momento, ad es., a proposito del cosiddetto utero in affitto. A priori, non credo possano esserci obiezioni sul fatto che ciascuno possa vivere e agire come più gli piace (si badi, en passant, che questo discorso ne contiene un altro, ovvero il fatto che il limite di tale libertà non sia da intendersi come quel confine dove inizia la libertà altrui: questa è una visione della libertà a compartimenti stagni, a perimetri, a ghetti, una sorta sistema di celle contigue; il limite, se questa è la parola giusta, sta invece nell'interazione con l'alterità: la libertà non è un oggetto da possedere, è una relazione), ergo ogni pratica atta ad incrementare tale libertà è in linea di principio benvenuta.
Federico SollazzoE tuttavia una misura resta. Ma non mi sembra che possa essere quella che si sente andare per la maggiore: indignarsi perché l'utero in affitto, in questo caso, o altre pratiche in altri e/o futuri casi, è una strumentalizzazione della natura, segnatamente di quella umana, per di più fatta per denaro.
Questi argomenti non mi sembrano convincenti per delle ragioni molto semplici.

venerdì 29 aprile 2016

I competenti

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Non si può fare politica senza pronunciarsi su questioni che nessun uomo sensato può dire di conoscere. Si deve essere infinitamente stupido o infinitamente ignorante per avere un’opinione sulla maggior parte dei problemi posti dalla politica.
P. Valéry, Des partis

Sono molti i luoghi in cui Galimberti mette in evidenza come, sotto la spinta dell’iperspecializzazione che lo sviluppo della tecnica (mi permetto di specificare, questo sviluppo di questa tecnica) ci richiede, la democrazia sia destinata ad estinguersi per mancanza delle competenze tecniche necessarie per prendere una decisione su uno specifico tema – sicché, le decisioni vengono poi prese con la “pancia” e i politici diventano affabulatori di masse incompetenti (su questo, una scorrevole e affascinante lettura può essere il suo La morte dell’agire e il primato del fare nell’età della tecnica).
Le implicazioni etiche di un simile scenario sono state individuate dalla Arendt nel suo dirompente La banalità del male dove identifica nella specializzazione, e quindi nello specialista (in quel caso, della “soluzione finale”, amministrata come un qualsiasi indifferente atto specialistico: Eichmann), la fine non solo della possibilità di pensare ma anche della facoltà di giudicare, quindi della responsabilità – tema già anticipato nel’44 da Camus (Eichmann in Jerusalem è del ’63), quando nel suo articolo Non tutto si sistema (pubblicato su Lettres françaises, giornale clandestino del Comité national des écrivains, con un certo imbarazzo), imputa al membro del Governo Vichy, Pucheu, un torto che definisce come “mancanza di immaginazione”; tipica, oggi lo si può constatare ancor più di ieri, dello specialista.

lunedì 25 aprile 2016

Pratica filosofica: pulizia dell'anima

di Maria Giovanna Farina (mg.farina@libero.it)

Mostrerò l'endosmosi abusiva dell'assertorio nell'apodittico e della memoria nella ragione, sosteneva il filosofo Gaston Bachelard (1884-1962) nel suo libro La formazione dello spirito scientifico. Ci avvertiva che questo suo volume sarebbe stato utile per comprendere e distinguere ciò che è scientifico da ciò che è frutto di credenze. Il problema è l'endosmosi, cioè la confusione nel senso preciso di con-fondere, fondere insieme in modo abusivo, arbitrario, ciò che è scientifico con ciò che è invece solo frutto della opinione comune. Fu Platone ad insegnarci la differenza tra doxa e episteme nel dialogo della Repubblica dove sottolinea la validità dell'episteme, il sapere che si basa su conoscenze incontrovertibili, oggi diremmo scientifiche; altra cosa è la doxa, l'opinione che si basa sull'apparenza in contrasto con l'aletheia, quella verità ri-cercata dal filosofo. La nota metafora della caverna, conosciuta con il nome di mito della caverna, esprime per bocca di Socrate, con chiarezza lapalissiana come gli uomini incatenati e obbligati a vedere le ombre proiettate sul fondo della caverna scambino queste ultime con la realtà, diventando incapaci quindi di riconoscere la differenza tra apparenza e verità dei concetti universali. In parole povere se sono obbligata ad osservare la superficie delle cose, le ombre, come posso osservare il loro contenuto profondo? Se subisco passivamente tutto ciò che mi propinano per buono, se sono incatenata dai pre-giudizi, come posso riconoscere il buono in sé? Cioè il vero buono, quello che mi fa bene, che mi fa essere una persona migliore?

lunedì 8 febbraio 2016

Invece che questuare la politica

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Sempre più spesso ci si affida alla politica per la risoluzione di problemi essenziali (addirittura a volte non semplicemente chiedendo ma pretendendo tale risoluzione) – sintomo di uno spaesamento generale che innalza la richiesta di pater familias. Ma una simile richiesta, pretesa, supplica è giustificata? La politica può e/o deve soddisfarla?
Innanzi tutto, per avere almeno una chance di soddisfarla i politici dovrebbero essere degli uomini di cultura e pensiero, cosa oggi sempre più rara, basti notare la pochezza culturale e la piattezza argomentativa di molti di loro.
Ma soprattutto, i politici non possono e non devono soddisfare quella questua di senso, perché la politica – che evidentemente prendo qui in termini istituzionali – è mera amministrazione dell’esistente.

Il pop è morto, viva il pop!

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

“Sarà una sorta di X Factor delle idee”. Così un politico (in questo momento non importa chi, dato che il fenomeno che vorrei ora descrivere è generalizzato e trasversale, essendo un fenomeno storico-sociale, ovvero di civilizzazione) ha di recente definito un evento pubblico che riguardava il suo partito.
Non che sia vietato fare battute per creare un clima leggero e conviviale. Ma il problema è che c’è battuta e battuta, e che i riferimenti a fenomeni della cultura di massa, oggi più che scherzi sono gli unici riferimenti di cui gran parte della popolazione dispone – politici inclusi ovviamente, che più cercano popolarità e più diventano popolari, in tutti i sensi della parola. Infatti, basta provare a chiedere a qualcuno di rendere lo stesso concetto con un riferimento che non sia tratto dalla cultura di massa e il più delle volte questo qualcuno rimarrà senza parole.
Ora, a scanso di equivoci ripeto che non c’è nulla di male nel riferirsi anche a ciò che è pop, ma, appunto, anche, non solo. E aggiungo inoltre che il riferimento al pop non solo non è demoniaco di per sé, ma è anche doveroso per comprendere appieno il tempo in cui ci è dato vivere. Per stare davvero nel mondo, con tutte le sue bellezze e bruttezze. Come disse una volta l’allenatore José Mourinho “chi sa solo di calcio, non sa nulla di calcio”, e il filosofo Elio Matassi con una indovinata sostituzione di termini cambiò la frase in “chi sa solo di filosofia, non sa nulla di filosofia”. Ed ecco un riuscito esempio di come cultura “bassa” e cultura “alta” possano felicemente incrociarsi – d’altra parte esse hanno molto in comune, è tutto quello che c’è nel mezzo che è medio, nel senso di mediocre.

mercoledì 23 dicembre 2015

Gli uomini del fare

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Politici (di tutti gli schieramenti) e opinione (sempre più) comune, concordano: con la cultura non si mangia, leggere non serve a niente, meglio laurearsi presto anche se male anziché tardi anche se bene (o forse non laurearsi affatto, tanto oggi per trovare un posto, che so, da ministro, basta saper usare i social), ecc., e ogni qualvolta che qualcuno se ne esce con qualche esternazione del genere, ne consegue un profluvio di articoli e commenti indignati, un coro in difesa della cultura, e la cosa si riduce così ad uno scontro binario fra guelfi e ghibellini.
Come piccola e ovvia premessa, va da sé che quando gli uomini del fare criticano il sapere, si riferiscono alla cultura, quindi al sapere umanistico, e certamente non al sapere tecnico, pratico, operativo, quello delle scienze applicate (le scienze “pure” sono tollerate solo perché servono per arrivare a quelle applicate), quello del know-how, che è già una forma di fare. È (dovrebbe essere) infatti ormai chiaro anche ai sassi che è in corso una risignificazione di termini, e delle relative pratiche, quali sapere, conoscenza, istruzione, educazione, facendoli coincidere con l’acquisizione di competenze dettate dalle esigenze del mercato (a loro volta, dettate dalle esigenze della tecnica, ma qui il discorso diventa lungo). Scuole e università si trasformano così in nuovi centri di avviamento al lavoro, che differiscono da quelli del passato solo per l’iperspecializzazione dei nuovi operai che producono – sarebbero queste la “Buona Scuola” e la “Buona Università”? E la cultura – en passant, una cultura alla quale ormai non prepara più nessuno, se scuole e università sono impegnate solo nella produzione di futura manodopera – è tollerata al massimo come ornamento del fare, come divertissement nelle pause del fare. Ora, so che è utopistico e obsoleto pensare oggi che dovrebbe essere il lavoro ad essere subordinato ai princìpi della cultura, ma sarebbe già un risultato (oggi impossibile, lo so) se almeno la si smettesse di ritenere che dovrebbe essere la seconda a sottomettersi al primo.      

sabato 12 dicembre 2015

Siamo tutti universalisti, con noi stessi

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Uno dei fenomeni sociali più importanti, se non il più importante, con cui ci confrontiamo oggi e che le prossime generazioni studieranno sui libri di storia, è quello delle migrazioni di massa. È un tema estremamente complesso da affrontare e sul quale esiste una nutrita bibliografia internazionale; a tal proposito si potrebbe iniziare ad approcciarlo tramite il libro di J. Carens, Ethics of Immigration, 2013, già un classico in materia, o quello di E. Greblo, Etica dell’immigrazione, 2015, densa introduzione al dibattito internazionale.
Non è mia intenzione in questa sede riassumere i termini del tema e del dibattito intorno ad esso, per farlo anche solo maniera sintetica occorrerebbe molto spazio. Vorrei invece proporre qui delle considerazioni che si possono intendere come preliminari, un modo per rimuovere dal tema stesso possibili fraintendimenti che lo falserebbero in partenza, e che si sentono con una certa frequenza nei discorsi politici. La convinzione di chi scrive è che solo nelle interazioni, negli “inquinamenti” interculturali vi sia un potenziale arricchimento e progresso umano (insomma, così come la saggezza popolare sa, ci sarà pure un motivo se i cani meticci sono sempre più svegli di quelli di “razza pura”). Certamente queste interazioni culturali necessitano di una supervisione, che non sia però finalizzata a limitarle ma a permetterle in maniera ragionevole. Passiamo allora in rassegna, in maniera sintetica e schematizzandoli in 4 tipologie, i più popolari motivi immotivati della paura del meticciato e dell’apertura alla diversità, in base ai quali si predicano e attuano politiche di chiusura, più o meno netta, dei confini statali.

venerdì 7 agosto 2015

Albert Camus e l'Europa

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

La mediocrità dell’Europa di oggi, spiegata da Albert Camus nel 1955.
Lo scrittore analizza un continente «borghese e individualista che pensa al proprio frigorifero». Le frontiere? «Esistono solo per i doganieri».
Albert Camus, traduzione di Andrea Coccia.

(Getty Images)

L'Europa sta vivendo uno dei momenti più complicati della sua storia: muri che si alzano in Ungheria, frontiere che si chiudono tra la Francia e l'Italia, paesi come la Grecia che rischiano di uscire da una comunità che hanno contribuito a creare e di cui sono, storicamente e culturalmente, una parte importante. E ancora, il nascere di movimenti nazionalisti forti e sempre più radicati in seno a quasi tutti i paesi europei, un livello di fiducia tra le popolazioni europee che sembra non essere è mai stato così basso negli ultimi sessant'anni. Tutte forze centrifughe che stanno mettendo in pericolo la costruzione unitaria, politica e culturale, che abbiamo ereditato dal Novecento.
Eppure tutti questi problemi che stiamo affrontando ora non sono una novità. Timori simili esistevano già sessant'anni fa, a pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale, nel 1955. A pochi mesi da quei trattati di Roma del 1957 che hanno posto le basi dell'Europa di oggi. A testimoniare questi timori sono le parole di uno dei più grandi intellettuali del Novecento europeo, lo scrittore francese Albert Camus, che ne discusse ampiamente durante una conferenza ad Atene — bizzarra coincidenza — il 28 aprile del 1955.
Sono passati sessant'anni da quel giorno, ma le parole di Albert Camus [...] non hanno perso potenza né lucidità. Per l'occasione siamo andati a rileggere le sue parole, traducendo i passi più potenti.

Se consideriamo che la civiltà occidentale si basa sull'umanizzazione della natura, ovvero sulla tecnica e sulla scienza, non soltanto dobbiamo convenire sul fatto che l'Europa abbia trionfato, ma anche sul fatto che le forze che oggi la minacciano sono forze che hanno acquisito la tecnica, o l'ambizione alla tecnica, proprio dall'Europa, insieme al suo metodo scientifico e di ragionamento. Da questo punto di vista, quindi, la civiltà europea non è affatto minacciata, se non dall'eventualità di un suicidio, dunque è minacciata da se stessa, in qualche modo.
Se, invece, consideriamo che la nostra civiltà si costruisce intorno alla nozione di essere umano, questo punto di vista ci porta a una risposta completamente opposta. Perché probabilmente, e sottolineo probabilmente, è difficile trovare un'epoca in cui la quantità di persone emarginate sia elevata come oggi. Non direi tuttavia che questa nostra epoca sia particolarmente sdegnosa nei confronti dell'essere umano. Non c'è dubbio infatti che l'azione della coscienza collettiva e, in particolare, della coscienza dei diritti dell'uomo si sia estesa sempre di più negli ultimi secoli. È solo, però, che due guerre mondiali l'hanno un po' calpestata, e che quindi ora io credo che dobbiamo rispondere che sì, che da questo punto di vista la nostra civiltà è minacciata, e lo è nella misura in cui l'essere umano, che eravamo riusciti a mettere al centro della nostra riflessione, ora è umiliato un po' dovunque .

sabato 11 luglio 2015

Federico Sollazzo: “con filosofia” dall’università Roma Tre all’università di Szeged

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Video-intervista a cura di Maria Giovanna Farina


(come L'intervista ai filosofi. Intervista a Federico Sollazzo, in «maria giovanna farina», 30/09/2014)

Ho conseguito la Laurea in Filosofia con lode nel 2003 presso l'Università Roma Tre (Tesi: La concezione marxiana del lavoro alienato e il libero gioco delle facoltà umane in Marcuse). Presso la medesima Università ho conseguito nel 2007 il PhD in Filosofia e Teoria delle Scienze Umane (Tesi: Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell’etica). Durante lo svolgimento del dottorato ho ricevuto la nomina di Cultore della Materia ed ho così iniziato a tenere lezioni di supplenza ed a svolgere esami di profitto. Al termine del PhD ho proseguito l'attività di Cultore ed ho ricevuto due Borse consecutive per svolgere attività di tutoraggio per le matricole. Nel frattempo mi è diventata evidente la situazione di stagnazione non solo presso l'Università Roma Tre, ma in Italia in generale. Questo, da una parte, a causa dei continui tagli di investimenti che l'Italia opera verso l'Università – nei confronti delle Facoltà umanistiche in particolare, paradossalmente operati proprio da uno dei Paesi umanisticamente più importanti nel mondo, in omaggio allo slogan tanto sbagliato quanto rozzo che "con la cultura non si mangia" –, e dall'altra, perché i rimanenti fondi vengono gestiti da gruppi di interesse (non lo scopro certo io), sicché la prima preoccupazione per una carriera accademica non è un qualche aspetto di natura scientifica ma diventa come penetrare in tali gruppi, attività che non mi ha mai affascinato. Pertanto, dopo aver continuato a lavorare come Cultore anche per circa due anni dopo il termine delle Borse di cui sopra, ho iniziato ad inviare curricula all'estero.

martedì 6 gennaio 2015

Dominio della vita, falsificazione della cultura e impegno intellettuale (Appunti sulla democrazia)

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)
           
La libertà sembra subire la stessa sorte della virtù per Valery: non viene contestata, ma dimenticata e in ogni caso imbalsamata, come la parola d’ordine della democrazia dopo l’ultima guerra. Tutti si trovano d’accordo sul fatto che la parola “libertà” non debba più essere usata se non come vuota frase, e che sia utopistico prenderla sul serio
M. Horkheimer

Siamo sicuri di essere finalmente entrati nel regno della libertà (un noto imprenditore politico direbbe, delle libertà)? Di essere al di fuori, per dirla con Jean-Francois Lyotard (La condizione postmoderna), da una grande narrazione? O forse, siamo talmente dentro ad una nuova grande narrazione, ad una nuova, ebbene sì, ideologia, da non riuscire a percepirla? Proprio come, per dirla con David Foster Wallace (Questa è l’acqua), quel pesce che non sa cos’è l’acqua. Un’acqua che non viene ex nihilo, ma che rappresenta la modificazione dell’acqua di prima. Un’ideologia che non è venuta al mondo dall’oggi al domani, ma che rappresenta genealogicamente l’evoluzione, l’ottimizzazione della dominazione, della precedente forma ideologica ormai obsoleta. Se questo ha un senso, si dischiude una nuova prospettiva sull’osservazione della realtà e dei grandi fenomeni sociali recenti e correnti, dalla Seconda guerra mondiale al crollo del Muro di Berlino, dalle correnti primavere arabe ai vari movimenti occidentali di protesta, dal fenomeno del’imperialismo culturale a quello del contro-impero, che sembra non essere altro che la lega dei dittatori locali. In breve, gli interessanti fenomeni che stiamo vivendo sembrano essere nient’altro che un traumatico passaggio di consegne – nonché un’interazione dagli esiti difficilmente prevedibili e variabili di conteso in contesto – fra vecchi, obsoleti e nuovi, aggiornati modelli di controllo sociale. Dunque, contrariamente a quello che viene abitualmente detto, una transizione nella continuità.

sabato 20 settembre 2014

A tutto festival

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Sul quotidiano «Prima Pagina» del 13/09/'14 viene pubblicato un estratto di una nota chiesta a Federico Sollazzo sul modo di fare cultura oggi (il riferimento è ai festival culturali, filosofici in primis).
Si pubblica di seguito la nota per intero.

Chiarisco subito che non sono contrario per principio ad eventi in cui si celebri e si proponga cultura (perché mai dovrei?). In questi eventi ci sono però almeno due livelli di problematicità che si devono sempre tenere presenti.

lunedì 1 settembre 2014

Nota di noia

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

“Mi annoio”. Espressione che sentiamo e diciamo sempre più spesso.
Il tema della noia, variamente declinato, attraversa gran parte della filosofia occidentale: da Lucrezio a Seneca e a Marco Aurelio, da Pascal a Kierkegaard, da Schopenauer a Bergson, da Sartre a Camus, a Heidegger, e della letteratura, da Leopardi a Flaubert, da Baudelaire a Moravia.
In poche battute, se la noia è un modo per nominare un vuoto può ben capitare che il mondo che ci circonda rappresenti tale vuoto. In tal caso, il “mi annoio” è un j’accuse contro l’inconsistenza del mondo. E tuttavia in tal caso, se il mondo esterno è vuoto si può sempre trovare solidità in quello interiore, e magari da lì iniziare a (ri)costruire quello esterno – a scanso di equivoci, non mi riferisco a nulla di animistico o di spirituale, ma “semplicemente” al piacere della coltivazione fine a se stessa del proprio talento. Eppure, il “mi annoio” continua a riecheggiare in giro, e sempre più forte. Ma allora, a ben vedere, esso non è un j’accuse contro il mondo ma un’ammissione (per quanto negata e/o inconsapevole) della propria vuotezza.