domenica 22 novembre 2015

Questioning the Human/Animal Threshold

Critical Theory Lectures Series on Animality,
Lecture by Federico Sollazzo:
Questioning the Human/Animal Threshold:
For a Critical Anthropocentrism


Abstract:
To criticize anthropocentrism is an essential task to every man who wishes to problematize his own condition of human being. In so doing, we should always be aware that are still humans to criticize their human condition.
This is the reason why if we take the critique of anthropocentrism as a way for deleting our specificities of men, we fall into a kind of “imaginary anthropocentrism”.

Keywords:
Anthropocentrism, threshold, emancipation, man, animal, animalcentrism, carno-phallogocentrism, vegeto-vaginointuitionism.

mercoledì 21 ottobre 2015

Pasolini verso Est, quaranta anni dopo l'assassinio

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Si riporta di seguito l'abstract della relazione, Un'interpretazione dell'interpretazione di Pasolini in Ungheria, tenuta da Federico Sollazzo al Convegno internazionale, Pasolini. Le ragioni di una fortuna critica, organizzato dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia, nel 2015 (quarantesimo dell'omicidio dell'Autore).

Vorrei qui offrire una lettura della ricezione ungherese di Pasolini, senza però soffermarmi, come già fatto in altra sede, sui dettagli della letteratura secondaria e delle attività culturali a lui dedicate, bensì individuando dei tratti ricorrenti in tale ricezione.

giovedì 8 ottobre 2015

Ethics of Immigration (A bevándorlás etikája)


Is it acceptable that the worth of a life depends from the arbitrary datum of the place of birth?

"Passport is a police 'disorder' so much the more odious that it employs all the arts of tyranny and deprives man of the first, the most well-founded of his rights, that of breathing the air which pleases him without asking the permission of one who can refuse it", J. Peuchet, 1791.

Within the XX. Őszi Kulturális Fesztivál, Lecture by Federico Sollazzo:
University of Szeged, Faculty of Arts, classroom 3 of the Ady tér building
Tuesday, 20th Oct., 2015, 6 p.m.

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Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale. Follow me on Academia.edu

Reading Pasolini and Marcuse, Today (Pasolini és Marcuse – mai szemmel újraolvasva)


Pier Paolo Pasolini and Herbert Marcuse are often compared each other for their (critical) bound with the student movement of '68. However, their similarities go very over: their alleged pessimism is in reality a form of realism that indicates a love, and a worry, for the nowadays conditions of social and individual life.   

Within the XX. Őszi Kulturális Fesztivál, Lecture by Federico Sollazzo:
University of Szeged, Faculty of Arts, classroom 3 of the Ady tér building
Tuesday, 13th Oct., 2015, 6 p.m.

Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale. Follow me on Academia.edu

domenica 27 settembre 2015

Il programma di un umanesimo. Verso la liberazione dell’uomo. Herbert Marcuse. Eros e civiltà

di Pietro Paolo Piredda (pietropaolo.piredda@istruzione.it; II di 2)

II parte: Origine e sviluppo della civiltà repressa

Per capire questa dialettica di costruzione e distruzione della civiltà è bene vedere la connessione tra la psicologia individuale e la teoria della civiltà in Freud (Il disagio della civiltà).

La ricerca delle origini della repressione ci riporta all’origine della repressione degli istinti, che ha luogo durante la prima infanzia. (…) È nel bambino che il principio della realtà compie la sua opera (p. 96).

Marcuse in questa seconda parte usa le suggestive immagini e analisi di Freud sulla nascita della civiltà : il “padre primordiale” che domina l’orda primitivorum” e quella del “clan fraterno”. E’ chiaro che l’analisi di Freud non sia scientificamente dimostrabile, ma Marcuse ne assume il valore simbolico:

Se l’ipotesi di Freud non è confermata da alcuna prova antropologica, essa dovrebbe essere scartata in pieno salvo il fatto che condensa (…), la dialettica storica del dominio, e in questo modo getta luce su aspetti della civiltà ancora inspiegati. Noi usiamo la speculazione antropologica di Freud solo in questo senso: per il suo valore simbolico (p. 100).

Nella teoria di Freud tutti gli atteggiamenti infantili non sono altro che il ripresentarsi di espressioni della specie. La matura civiltà di oggi è regolata dalla immaturità psichica arcaica e il materiale represso ritorna sempre; l’individuo è continuamente punito per azioni mai commesse.
Ora precisiamo meglio la profonda connessione tra psicologia individuale e sociale.
Il primo gruppo umano fu governato da un solo individuo che si impose a tutti; dal suo dominio nacque l’organizzazione sociale: è il ‘padre primordiale’. Segno del suo potere è il monopolio della donna, considerato piacere supremo; l’orda primitivorum è sottomessa a questo potere. Questo monopolio rappresenta la distribuzione ineguale del piacere e della sofferenza ma chi non sottostà a questo dominio è ucciso, castrato o esiliato.
Reprimere il piacere è essenziale per tenere in vita questa società, dominarla. Il lavoro per portar avanti l’orda era affidato ai figli che:

in seguito alla loro esclusione dal piacere, riservato al padre, erano diventati liberi di incanalare le energie istintuali in attività penose, ma necessarie (p. 101).

lunedì 14 settembre 2015

Il programma di un umanesimo. Verso la liberazione dell’uomo. Herbert Marcuse. Eros e civiltà

di Pietro Paolo Piredda (pietropaolo.piredda@istruzione.it; I di 2)

Il vero modo della libertà non è l’attività incessante della conquista, ma il suo quietarsi nella conoscenza trasparente e nella soddisfazione dell’essere (H. Marcuse, Eros e civiltà)

Introduzione

La specificità della teoretica filosofica permette allo studioso una lettura della realtà secondo diverse prospettive e punti di osservazione, a volte privilegiati e altre volte indirizzati ad interrogare la realtà nella sua fenomenologia per darne ragione o, con accento critico, scavare e rendere manifeste le sue contraddizioni.
Una di queste prospettive è quella dell’antropologia filosofica, il cui compito è quello di sempre: dare una definizione di uomo esaustiva al punto di poterne prospettarne un orizzonte interpretativo che ne colga l’essenza e ne programmi l’attuazione, ma spesso ci si imbatte in risposte paradossali.
Ciò dipende dalla naturale difficoltà a parlarne in maniera appropriata. Alcuni identificano quest’essenza nel piacere, altri nel bisogno e nel lavoro, altri ancora nella sua capacità di comunicazione, nel rapporto Io-Alterità o ancora nella capacità di fare, altri nella sua apertura alla trascendenza, e ancora, apertura ad un Assoluto. Non si può negare però che, comunque la si pensi, quest’essenza appartiene a un essere che si manifesta come storico (impregnato di spazio e di tempo e di relatività, quindi di storia) e sociale (immerso in relazioni più o meno significative, dal molteplice aspetto).
L’antropologia pone come termine ultimo delle sue domande come può l’uomo realizzare la propria definizione ed  il proprio ben-essere. Insomma pone costantemente ed ineludibilmente davanti a sé un progetto-uomo, a partire dalla ricerca della natura che lo definisce e costituisce.
Questo parlare della natura che le è propria lo si può fare in varie modalità e a diversi livelli semantici e interpretativi e spesso in modo contraddittorio .
Herbert Marcuse propone una lettura originale dell’essenza delluomo nel suo noto saggio Eros e civiltà, tenendo presenti queste due istanze: storicità determinata e socialità, ma avvalendosi di una lettura simbolica a partire dalle prospettazioni psico-socio-cognitive freudiane e dall’apporto del pensiero, prettamente storicistico, di Marx.

venerdì 7 agosto 2015

Albert Camus e l'Europa

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

La mediocrità dell’Europa di oggi, spiegata da Albert Camus nel 1955.
Lo scrittore analizza un continente «borghese e individualista che pensa al proprio frigorifero». Le frontiere? «Esistono solo per i doganieri».
Albert Camus, traduzione di Andrea Coccia.

(Getty Images)

L'Europa sta vivendo uno dei momenti più complicati della sua storia: muri che si alzano in Ungheria, frontiere che si chiudono tra la Francia e l'Italia, paesi come la Grecia che rischiano di uscire da una comunità che hanno contribuito a creare e di cui sono, storicamente e culturalmente, una parte importante. E ancora, il nascere di movimenti nazionalisti forti e sempre più radicati in seno a quasi tutti i paesi europei, un livello di fiducia tra le popolazioni europee che sembra non essere è mai stato così basso negli ultimi sessant'anni. Tutte forze centrifughe che stanno mettendo in pericolo la costruzione unitaria, politica e culturale, che abbiamo ereditato dal Novecento.
Eppure tutti questi problemi che stiamo affrontando ora non sono una novità. Timori simili esistevano già sessant'anni fa, a pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale, nel 1955. A pochi mesi da quei trattati di Roma del 1957 che hanno posto le basi dell'Europa di oggi. A testimoniare questi timori sono le parole di uno dei più grandi intellettuali del Novecento europeo, lo scrittore francese Albert Camus, che ne discusse ampiamente durante una conferenza ad Atene — bizzarra coincidenza — il 28 aprile del 1955.
Sono passati sessant'anni da quel giorno, ma le parole di Albert Camus [...] non hanno perso potenza né lucidità. Per l'occasione siamo andati a rileggere le sue parole, traducendo i passi più potenti.

Se consideriamo che la civiltà occidentale si basa sull'umanizzazione della natura, ovvero sulla tecnica e sulla scienza, non soltanto dobbiamo convenire sul fatto che l'Europa abbia trionfato, ma anche sul fatto che le forze che oggi la minacciano sono forze che hanno acquisito la tecnica, o l'ambizione alla tecnica, proprio dall'Europa, insieme al suo metodo scientifico e di ragionamento. Da questo punto di vista, quindi, la civiltà europea non è affatto minacciata, se non dall'eventualità di un suicidio, dunque è minacciata da se stessa, in qualche modo.
Se, invece, consideriamo che la nostra civiltà si costruisce intorno alla nozione di essere umano, questo punto di vista ci porta a una risposta completamente opposta. Perché probabilmente, e sottolineo probabilmente, è difficile trovare un'epoca in cui la quantità di persone emarginate sia elevata come oggi. Non direi tuttavia che questa nostra epoca sia particolarmente sdegnosa nei confronti dell'essere umano. Non c'è dubbio infatti che l'azione della coscienza collettiva e, in particolare, della coscienza dei diritti dell'uomo si sia estesa sempre di più negli ultimi secoli. È solo, però, che due guerre mondiali l'hanno un po' calpestata, e che quindi ora io credo che dobbiamo rispondere che sì, che da questo punto di vista la nostra civiltà è minacciata, e lo è nella misura in cui l'essere umano, che eravamo riusciti a mettere al centro della nostra riflessione, ora è umiliato un po' dovunque .

sabato 11 luglio 2015

Federico Sollazzo: “con filosofia” dall’università Roma Tre all’università di Szeged

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Video-intervista a cura di Maria Giovanna Farina


(come L'intervista ai filosofi. Intervista a Federico Sollazzo, in «maria giovanna farina», 30/09/2014)

Ho conseguito la Laurea in Filosofia con lode nel 2003 presso l'Università Roma Tre (Tesi: La concezione marxiana del lavoro alienato e il libero gioco delle facoltà umane in Marcuse). Presso la medesima Università ho conseguito nel 2007 il PhD in Filosofia e Teoria delle Scienze Umane (Tesi: Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell’etica). Durante lo svolgimento del dottorato ho ricevuto la nomina di Cultore della Materia ed ho così iniziato a tenere lezioni di supplenza ed a svolgere esami di profitto. Al termine del PhD ho proseguito l'attività di Cultore ed ho ricevuto due Borse consecutive per svolgere attività di tutoraggio per le matricole. Nel frattempo mi è diventata evidente la situazione di stagnazione non solo presso l'Università Roma Tre, ma in Italia in generale. Questo, da una parte, a causa dei continui tagli di investimenti che l'Italia opera verso l'Università – nei confronti delle Facoltà umanistiche in particolare, paradossalmente operati proprio da uno dei Paesi umanisticamente più importanti nel mondo, in omaggio allo slogan tanto sbagliato quanto rozzo che "con la cultura non si mangia" –, e dall'altra, perché i rimanenti fondi vengono gestiti da gruppi di interesse (non lo scopro certo io), sicché la prima preoccupazione per una carriera accademica non è un qualche aspetto di natura scientifica ma diventa come penetrare in tali gruppi, attività che non mi ha mai affascinato. Pertanto, dopo aver continuato a lavorare come Cultore anche per circa due anni dopo il termine delle Borse di cui sopra, ho iniziato ad inviare curricula all'estero.

venerdì 12 giugno 2015

L’eredità machiavelliana

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Introduzione

Quando si approccia un classico, abitualmente ci si dedica a rintracciarvi i motivi di attualità e/o di obsolescenza. Spesso questa prospettiva ne orienta le celebrazioni. A questo proposito il 2013 è stato un anno ricco, fra le principali ricorrenze: il 50esimo de La banalità del male di Hannah Arendt, il 100esimo della nascita di Albert Camus e, l’oggetto di queste pagine che si propongono però di trascendere il semplice momento celebrativo, il 500esimo della stesura de Il Principe di Niccolò Machiavelli(1)
A proposito di quest’ultimo, e a conferma di quanto si diceva all’inizio, Eric Weil(2) notò che nella presenza di Machiavelli nella nostra cultura si possono distinguere due momenti, che a volte si sovrappongono e a volte si susseguono l’un l’altro. Un momento in cui lo si studia con estremo rigore storico-filologico, ed un momento in cui si cerca in lui una possibile soluzione ai problemi del presente, ovvero, un momento che lo colloca nella distanza ed uno che lo pone nella presenza. In breve, attualità e/o obsolescenza.   
Ora, quello che vorrei proporre in questo breve scritto è di abbandonare queste due prospettive, ricalibrandole in una terza che le contenga entrambe e però le trascenda (una sorta di hegeliana sintesi), quella della “eredità”. L’eredità infatti dà conto della permanenza di un classico nella storia senza forzarlo, decontestualizzandolo ed appiattendolo sul presente. Diviene così evidente che la presunta eternità di un classico non risiede nella eterna validità alla lettera del suo contenuto, ma nel persistere, con forme e tempi sempre contingentati dalla storia, di una sua qualche forma di influenza. 
Per questo, mezzo millennio dopo la stesura de Il Principe, anziché parlare di attualità e/o obsolescenza dell’opera, cercherò di rintracciare il filo rosso dell’eredità che ci unisce ad essa, della quale solo nostra è la responsabilità di ciò che ne faremo. 
A proposito di tutto questo, mi sembrano illuminanti le parole di Mario Reale quando scrive:

non c’è attualità che non si costituisca entro la consapevolezza della distanza, niente dei classici è trasferibile immediatamente nella realtà di oggi. Il filo di connessione è piuttosto costituito da quella che direi “lezione”, ossia la  possibilità di ricavare liberamente dai classici temi e motivi che, in parte, vanno oltre il tempo e possono, più spesso in forma indiretta, farci da guida(3)

martedì 19 maggio 2015

Brief Remarks on the Pasolini’s Conception of “Anthropological Mutation”

by Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

As it is known, Pasolini elaborated the conception of “anthropological mutation” in the last years of his life – before his assassination the 2nd of November 1975 – especially through publicistic articles on the major newspapers of the period, that are now contained, in Italy, in the books Lettere luterane and Scritti corsari, and of which the unfinished Petrolio represents the transposition in mythic form. Really, the first thing that we have to point out is that this concept is not isolated in his last writings, but it is related to other main concepts, expressed with particular formulas, such as, “classical anthropology”, “cultural genocide”, “new prehistory”, “after-history”; all terms that are referred, in fact, to the socio-anthro-cultural phenomenon of the “anthropological mutation”.
Now, I don’t wish to expose this conception – to understand which is necessary to insert it into the whole thought, works, and cultural background of the author –, but to have a preliminary operation that is propaedeutic to the comprehension of the same: clarifying some possible misunderstandings about.