sabato 20 settembre 2014

A tutto festival

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Sul quotidiano «Prima Pagina» del 13/09/'14 viene pubblicato un estratto di una nota chiesta a Federico Sollazzo sul modo di fare cultura oggi (il riferimento è ai festival culturali, filosofici in primis).
Si pubblica di seguito la nota per intero.

Chiarisco subito che non sono contrario per principio ad eventi in cui si celebri e si proponga cultura (perché mai dovrei?). In questi eventi ci sono però almeno due livelli di problematicità che si devono sempre tenere presenti.

lunedì 1 settembre 2014

Nota di noia

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

“Mi annoio”. Espressione che sentiamo e diciamo sempre più spesso.
Il tema della noia, variamente declinato, attraversa gran parte della filosofia occidentale: da Lucrezio a Seneca e a Marco Aurelio, da Pascal a Kierkegaard, da Schopenauer a Bergson, da Sartre a Camus, a Heidegger, e della letteratura, da Leopardi a Flaubert, da Baudelaire a Moravia.
In poche battute, se la noia è un modo per nominare un vuoto può ben capitare che il mondo che ci circonda rappresenti tale vuoto. In tal caso, il “mi annoio” è un j’accuse contro l’inconsistenza del mondo. E tuttavia in tal caso, se il mondo esterno è vuoto si può sempre trovare solidità in quello interiore, e magari da lì iniziare a (ri)costruire quello esterno – a scanso di equivoci, non mi riferisco a nulla di animistico o di spirituale, ma “semplicemente” al piacere della coltivazione fine a se stessa del proprio talento. Eppure, il “mi annoio” continua a riecheggiare in giro, e sempre più forte. Ma allora, a ben vedere, esso non è un j’accuse contro il mondo ma un’ammissione (per quanto negata e/o inconsapevole) della propria vuotezza.

sabato 9 agosto 2014

Il filosofo armato. Ludovico Geymonat e l'analisi delle sconfitte della Resistenza

di Pietro Piro (sekiso@libero.it)

È un uomo chi, a un certo punto della propria vita, sa dire di no, e tale no è irremovibile.
Piero Martinetti

Correndo il rischio di scandalizzare bisogna dire così: la gioventù è impazzita nella violenza perché non ne poteva più della sua pace; perché la pace in cui viveva era chiaramente una pace marcia. C’è infatti pace e pace, come c’è violenza e violenza. Ci sono paci morte e paci vive, ci sono violenze stupide e ripugnanti e ci sono violenze meravigliose e creatrici. L’uomo non può vivere senza violenza e così pure la pace delle società. L’importante è scegliere bene l’oggetto per cui si entra in uno stato di collera. Quando l’uomo si sente vivo e non viene invitato ad abbandonarsi a violenze creatrici, ma solo a «stare calmo» e ad «essere saggio», è la vita stessa a fargli perdere la testa.
Abbé Pierre, Lettere all’Umanità. Maggio 1968

1. Un filosofo in armi: Ludovico Geymonat

Si fa molta fatica a immaginare il filosofo della scienza Ludovico Geymonat, appostato dietro un sasso di montagna, con un fucile in mano, mentre cerca di far rallentare una colonna di soldati tedeschi a caccia di partigiani. 
Eppure, il filosofo, matematico ed epistemologo italiano, i cui sette volumi della monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico non possono mancare nella biblioteca di ogni uomo di cultura, non solo è stato un partigiano ma è stato anche – a nostro avviso – uno dei più lucidi interpreti del fenomeno della Resistenza e delle cause della sua sconfitta.

lunedì 4 agosto 2014

Che fine ha fatto la vergogna?

di Patrizio Paolinelli (patrizio.paolinelli@gmail.com)

Gabriella Turnaturi, è una sociologa che da anni si occupa della vita quotidiana nella convinzione che l’indagine sulle relazioni interpersonali aiuti a svelare il funzionamento della società nel suo complesso senza ricorrere all’ausilio di grandi modelli teorici. Questa direzione di ricerca è confermata nell’ultimo suo lavoro: Vergogna. Metamorfosi di un’emozione, Feltrinelli, 186 pagg., 18,00 euro. Il volume è scritto con un linguaggio perfettamente comprensibile anche ai non addetti ai lavori, ma non per questo è meno stimolante per chi ha voglia di riflettere sulle trasformazioni del nostro mondo interiore. Nella sua analisi Turnaturi parte da domande assai semplici che probabilmente tutti ci siamo fatti: nella nostra società che fine ha fatto la vergogna? Come mai sembra che non ci si vergogni più di niente? Quali mutamenti del sentire comune hanno cancellato la differenza fra modelli negativi e positivi, facendo di un evasore fiscale un testimonial di successo e di un politico corrotto un leader carismatico?

domenica 20 luglio 2014

È il mondo che si introduce in noi

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Quello di Idolo Hoxhvogli, Introduzione al mondo (Scepsi & Mattana, 107 pp.) è un libro che riguarda tutti e ciascuno, essendo un libro sul periodo in cui ci è dato vivere, a proposito del quale l’autore (e chi scrive concorda) non ha dubbi: si tratta di un periodo di decadenza.
L’autore avvisa il lettore che tre delle sue prose sono strettamente legate a tre grandi della letteratura: Franz Kafka, La Legge in città, Paul Eluard, Rovesciando e Walter Benjamin, L’impianto del porco. Certamente quelle prose sono debitrici a quegli autori, anzi, direi che le tracce di tali autori si trovano sparse un po’ in tutto il libro, originando delle “riscritture” (come le chiama Hoxhvogli, rifacendosi a Novalis «Il vero lettore deve essere l’autore ampliato») di sicuro interesse. Tuttavia, gli autori e i testi che personalmente mi sono venuti incontro leggendo Introduzione al mondo sono il Theodor Adorno della Dialettica dell’illuminismo (scritta con Max Horkheimer) e di Minima Moralia e il Pier Paolo Pasolini di Petrolio. Hoxhvogli infatti ricorda la Dialettica dell’illuminismo per la valenza del frammento, non a caso il sottotitolo di quella è Frammenti filosofici. Gli indizi della natura di un’età appaiono infatti sotto forma di frammenti, e le prose che compongono il libro, dell’autore nato Tirana e cresciuto in Italia, sono, appunto, frammenti. Così come solo la sensibilità individuale può coglierli, altrettanto, solo la riflessione individuale può costruire a partire da essi un quadro più ampio. Il collegamento con Minima Moralia deriva invece dal contenuto dell’opera, il sottotitolo di quella recita Meditazioni sulla vita offesa. Proprio quel particolare tipo di offesa che in questo libro caratterizza la decadenza di questa età dell’uomo. La prosa di Hoxhvogli ha uno stile metaforico-allegorico, pur nascendo dall’osservazione della realtà (forse arricchita con qualche riferimento biografico) che vuole restituire. Ne deriva un tentativo di rendere la realtà in termini quasi mitici, senza con ciò allontanarsene ma al contrario penetrandola più in profondità. Questo richiama alla mente quell’insuperata (benché incompiuta) opera di proiezione del mito sulla realtà, la creazione di una sorta di epica contemporanea, che è il Petrolio di Pasolini. 

martedì 1 luglio 2014

J. H. Mackay, "Max Stirner"

di Giacomo Pezzano (giacomo.pezzano@binario5.com)

Non è forse esagerato dire che ci sono tanti “anarchismi” quanti anarchici: perché in fondo l’anarchia è il rifiuto di qualsiasi “etichetta” che venga impressa dal di fuori dunque dal di sopra, è il rifiuto dell’idea per cui sia possibile fare di tutta l’erba un fascio, di tante singolarità un qualche “-ismo”. Certo, è per esempio possibile parlare di un anarchismo a sfondo maggiormente “sociale”, particolarmente vivo in Italia, in cui la solidarietà e la condivisione sono valori altrettanto profondi della libertà, o di un anarchismo dal taglio più spiccatamente “individualista” e in senso “economico”, particolarmente accentuato negli Stati Uniti d’America, in cui il rifiuto dell’invadenza del potere politico fa tutt’uno con l’affermazione della libertà di iniziativa imprenditoriale. Simili esempi potrebbero facilmente essere moltiplicati, ma segnalano a loro volta la difficoltà – se non l’impossibilità – di incasellare l’anarchismo in una categoria univoca, sia rispetto agli individui anarchici che ai tipi di anarchia. Per questo gli anarchici – in tutte le loro forme – sono stati, sono e saranno i più invisi al potere – in tutte le sue forme.
Insomma, il centro propulsore dell’anarchia sta forse proprio nel rifiuto di qualsiasi “in nome di” superiore e predeterminato, come Stirner ha affermato con tanta forza e radicalità. Anzi, come ha vissuto con forza e radicalità.
Qui sta il grandissimo pregio delle pagine incalzanti e vigorose di Mackay e con ciò il merito della traduttrice e dell’editore italiani: mostrare che L’unico di Stirner non è soltanto un libro unico, in fondo anche perché l’unico libro davvero scritto da Stirner, ma la testimonianza di una vita. Di una vita unica, verrebbe da dire. L’unico è quasi una biografia, profetica nella misura in cui mette al centro quel nulla su cui Stirner fonda la propria causa e al quale resta così sempre esposto, sino al rischio di precipitarvi, come in effetti accadrà e come Mackay ricostruisce nel proprio testo, figlio di appassionate e costanti ricerche, che conservano ancora oggi intatta la loro importanza. La loro unicità.
Ho visto persone a cui L’unico ha sconvolto la vita, la cui esistenza è stata davvero trasformata, persino in modo “sproporzionato”: persone che sono arrivate a fare di un libro unico addirittura l’unico libro mai davvero letto, rendendolo così Libro Unico. Come, d’altro canto, Machay aveva persino vaticinato:

il libro immortale di Stirner eguaglierà soltanto quello della Bibbia in quanto a importanza. Così come questo libro “sacro” sta all’inizio del calendario cristiano e avrà i suoi effetti devastanti per due millenni quasi fino all’ultimo angolo della Terra abitata dagli uomini, questo egoista cosciente di sé e non sacro, sta all’ingresso della nuova era, all’insegna della quale viviamo, per esercitare un’influenza, altrettanto benefica, quanto è stata deleteria quella del “libro dei libri”.

giovedì 26 giugno 2014

Il totalitarismo (n)e(l)la democrazia

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Si pubblica di seguito l'audio, riportato su «Radio Radicale», della Conferenza Nuove configurazioni del controllo sociale. Dalla libertà negata alla libertà apparente, tenuta Federico Sollazzo presso l'Aula Magna del Consorzio Universitario di Velletri (RM) il 17/06/2013, nell'ambito della rassegna filosofica nazionale "Le Ragioni della Politica" organizzata dall'«Osservatorio filosofico» con il supporto di «MicroMega» e «Critica liberale»




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giovedì 12 giugno 2014

Liberale, chi?

di Giacomo Pezzano (giacomo.pezzano@binario5.com)

Se volessi rispondere alla domanda “cosa significa essere liberali?” o – peggio ancora – “che cos’è il liber(al)ismo?” finirei con questo punto. Che invece diventa solo un punto di partenza.
Perché sono domande molto poco interessanti in fondo, mirano a catalogare e circoscrivere in linee generali suscitando da una parte l’acritica accettazione di chi già la pensava così o l’altrettanto acritico rifiuto di chi parafrasa – inconsapevolmente o meno – Aristotele dicendo che “ci sono tanti liberali(smi)”, che insomma liberale si dice in tanti modi. Ma su questo ci sono biblioteche, libri, saggi, eventi, incontri, discussioni, ecc.; vorrei invece per una volta (parlo per me) lasciare da parte erudizione, ricerche preliminari, accortezze e sfumature da ricercatore e studioso e il consueto annesso “bla bla”. Questo farà certo perdere qualcosa in ricchezza e finezza argomentativa, ma farà altrettanto guadagnare in chiarezza e franchezza.

sabato 7 giugno 2014

Quando una crisi non è un'opportunità: la coincidenza con ciò che si vorrebbe superare

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Il seguente Articolo ha costituito la base dell'intervento, recante il medesimo titolo, tenuto da Federico Sollazzo al Convegno dell'Associazione Nazionale Pratiche Filosofiche, Praticare la filosofia in tempo di crisi: pericoli e opportunità; esso costituisce inoltre il contributo inviato all'associazione LiberaParola – Centro di Psicoanalisi Applicata per il Ciclo di incontri, Il tempo del conflitto)

… non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca
M. Heidegger

Ritenere – come da più parti avviene, spesso anche a prezzo di inflazionamenti banalizzanti del discorso – che oggi si viva in un sistema di manipolatoria eterodirezione della vita, di predeterminata produzione della stessa, significa ritenere che vi sia l’esercizio di una pressione sull’individuo che gli impedisce di poter essere autodeterminato, libero, autentico. Ma ciò significa ritenere anche – ed è questo che vorrei qui problematizzare – che tale individualità sia ancora, almeno potenzialmente, eccedente rispetto alla situazione data, poiché proprio nello scarto dal già dato si colloca la sua autonomia; è ancora possibile affermare questo scenario? O siamo oggi in una nuova fase di eterodeterminazione dell’individualità in cui non si dà più lo scarto tra questa e il sistema che la contiene? In tali termini non è più necessaria alcuna operazione di colonizzazione dell'individualità, di produzione della soggettività, poiché questa già aderisce completamente al sistema in cui è posta.

martedì 27 maggio 2014

Filosofia e crisi

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Si pubblica di seguito l'Abstract della Relazione Quando un crisi non è un'opportunità: la coincidenza con ciò che si vorrebbe superare, tenuta da Federico Sollazzo al Convegno Praticare la filosofia in tempo di crisi: pericoli e opportunità, svoltosi presso Associazione Nazionale Pratiche Filosofiche di Certaldo (FI), nel 2014.