lunedì 15 dicembre 2014

T. Szabó, "The Age of Unstability" ("Az instabilitás kora")

SZABÓ TIBOR
AZ INSTABILITÁS KORA
Tanulmányok, múltról, jelenről, jövőről
Belvedere Meridionale, Szeged 2014

English Abstract

Tibor Szabó
The Age of Unstability
Remarks on past, present and future

In this phase of globalized world one of the main question is the relationship between stability and unstability of the ecological, economical, social, political, cultural situation and personal status. Stability is only a temporary suspension of unstability (Niklas Luhman). So, the world was, is and will be a continuous variability and movement. Nowadays, the process of changes is very quick all over the world and what is more: it is accelerating. That means that the past fullness of crisis and the unstable present ecological, social, political, economical, and moral situation will be followed by an uncertain conflictual future.

venerdì 5 dicembre 2014

2+2=4: coercizione o libertà? Orwell contro Dostoevskij

di Alessandro Palladino (alessandropalladino@alice.it; II di 2)

Il bipensiero è l’aspetto centrale nella tesi che la presente ricerca vuole dimostrare. Conviene, pertanto, tentare di esplicitare il complesso meccanismo logico-psicologico che ne è alla

base:
“Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda; sapendole contraddittorie fra loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla; credere che la democrazia sia impossibile e nello stesso tempo vedere nel Partito l’unico suo garante; dimenticare tutto ciò che era necessario dimenticare ma, all’occorrenza, essere pronti a richiamarlo alla memoria, per poi eventualmente dimenticarlo di nuovo. Soprattutto, saper applicare il medesimo procedimento al processo stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto. Anche la sola comprensione della parola “bipensiero” ne implicava l’utilizzazione.”[1]
Questo processo di pensiero appena descritto è di difficile comprensione, ma, come già detto, è centrale allo scopo di dimostrare la tesi conclusiva del presente studio. Il bipensiero non è però pienamente comprensibile se non si fa riferimento ad un altro aspetto del potere totalitario, quello che riguarda l’azione sulla modificabilità del rapporto tra pensiero e linguaggio[2]. A questo proposito Orwell ha espresso in 1984 delle tesi tanto affascinanti quanto preoccupanti. Sono queste le riflessioni che concernono la neolingua:
“Non capisci che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero? Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno parole con cui poterlo esprimere. Ogni concetto di cui si possa aver bisogno sarà espresso da una sola parola, il cui significato sarà rigidamente definito, priva di tutti i suoi significati ausiliari, che saranno cancellati e dimenticati. Nell’Undicesima Edizione saremo già abbastanza vicini al raggiungimento di questo obiettivo, ma il processo continuerà per lunghi anni, anche dopo la morte tua e mia. A ogni nuovo anno, una diminuzione del numero delle parole e una contrazione ulteriore della coscienza. Anche ora, ovviamente, non esiste nulla che possa spiegare o scusare lo psicoreato. Tutto ciò che si richiede è l’autodisciplina, il controllo della realtà, ma alla fine del processo non ci sarà bisogno neanche di questo. La Rivoluzione trionferà quando la lingua avrà raggiunto la perfezione. Hai mai pensato, Winston, che entro il 2050 al massimo nessun essere umano potrebbe capire una conversazione come quella che stiamo tenendo noi due adesso? [...] Sarà diverso anche tutto ciò che si accompagna all’attività del pensiero. In effetti il pensiero non esisterà più, almeno non come lo intendiamo ora. Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa.”[3]

giovedì 27 novembre 2014

2+2=4: coercizione o libertà? Orwell contro Dostoevskij

di Alessandro Palladino (alessandropalladino@alice.it; I di 2)

Dostoevskij ed Orwell sono due importanti scrittori che si sono interrogati con profondità sulla condizione umana, svelandone aspetti fondamentali. Nel presente lavoro si tenterà di analizzare come i due pensatori interpretano la condizione dell’uomo, focalizzando l’attenzione sulla formula matematica 2+2=4. Entrambi, infatti, evocano questa formula per fondare i propri ragionamenti sul tema della libertà umana, che difendono a spada tratta.[1] Tuttavia Dostoevskij ed Orwell hanno una posizione che sembrerebbe diametralmente opposta l’una dall’altra. Il presente lavoro ha come obiettivo l’approfondimento di questa differenza per verificare se si è davvero in presenza di posizioni contrapposte.[2] Per prima verrà analizzata la posizione dello scrittore russo.
Dostoevskij fa riferimento alla formula 2x2=4 nelle Memorie dal sottosuolo.[3] Quest’opera ha un’importanza notevole nel processo creativo del romanziere; infatti viene considerata dalla maggior parte degli studiosi come quella che inaugura la produzione matura. Con uno sguardo capace di abbracciare l’intera produzione dostoevskiana, bisogna riconoscere che quest’opera, scritta nel 1864, contiene già tutte le tematiche che verranno sviluppate nei grandi romanzi successivi. Le Memorie è un’opera tanto complessa quanto originale, che tra tutti i lavori dello scrittore può essere paragonata, quanto alla novità della forma, soltanto all’opera giovanile Il sosia.[4]
Le Memorie, scritte nel 1864, si dividono in due parti. Qui si analizzerà soprattutto la prima, quella in cui l’uomo del sottosuolo espone la sua “filosofia”. Il pensiero del protagonista è molto articolato e difficile da chiarire nel suo complesso. Nel presente studio ci si limiterà alla parte che più interessa in merito al confronto con Orwell.

venerdì 7 novembre 2014

Il ruolo della tecnica nell'antropologia gehleniana

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it; III di 3)

5. La ricerca di un equilibrio tra scienza, tecnica e industria: un’epoca di transizione

Tale posto è tuttora in via di formazione e la direzione attualmente presa è quella che è stata inaugurata dalla cosiddetta rivoluzione scientifica e dall’industrializzazione; questi due fenomeni, caratterizzanti la seconda svolta antropologica fondamentale, interagiscono con la tecnica e, proprio dalla loro unificazione, prende forma una nuova epoca. Ma quali sono allora i punti di contatto della tecnica con la scienza, da un lato, e con l’industria, dall’altro?
L’esperimento è, per Gehlen, il punto d’intersezione tra la tecnica e le scienze naturali; «l’anello di collegamento tra la tecnica e le scienze naturali è l’esperimento»(41). Un’ipotesi scientifica, infatti, per essere riconosciuta corretta deve essere sperimentalmente verificabile e, tale verificabilità, si manifesta tramite esperimenti (sempre più complessi) eseguibili grazie alle nuove tecnologie, si realizza così la sovrapposizione dello spirito scientifico con quello tecnico. Sull’altro versante, tecnica e industria sono unite poiché quest’ultima rappresenta la ramificazione commerciale della prima, dando origine ad un processo di generalizzata diffusione (tramite il commercio) di strumenti tecnologici. A seguito dell’unione fra scienza, tecnica e industria, si realizza e si diffonde un tipo di mentalità fattualmente calcolante, “empirica”, che annulla la classica diversità tra scienze positive e scienze dello spirito; quest’ultime, infatti, vengono ormai apprezzate solo se dimostrano di fondarsi su una rigorosa metodologia, al pari delle prime. «L’estendersi dell’atteggiamento empirico anche alle scienze morali dà luogo a fenomeni di nuovo genere [...]
È, infatti, chiaro che ormai va scomparendo, per quanto concerne il metodo, anche la differenza tra scienze positive e scienze dello spirito»(42). Viene così a cadere l’eterogeneità degli approcci allo studio dell’uomo e delle sue opere e, l’unica varietà rimanente, è quella delle “specializzazioni scientifiche”. La civiltà attuale, che prende forma a seguito della citata sintesi di scienza, tecnica e industria, non ha eguali nella storia del genere umano, dunque le sue caratteristiche costituiscono per l’uomo una novità assoluta. Novità che, chi non riesce a comprendere(43), considera come un preludio al declino della civiltà occidentale, mentre in esse Gehlen coglie «un sintomo di una trasformazione culturale su scala mondiale»(44). Così come durante la “rivoluzione neolitica”, in cui l’uomo passò dall’esistenza nomade alla vita sedentaria, «la trasformazione fu imprevedibilmente profonda e passò attraverso gli esseri umani»(45), anche le radicali innovazioni di oggi influiscono profondamente nelle forme di vita degli uomini e necessitano di tempo per essere assimilate.

mercoledì 22 ottobre 2014

Il ruolo della tecnica nell'antropologia gehleniana

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it; II di 3)

3. Le due svolte antropologiche fondamentali e le loro conseguenze

L’era attuale è, secondo Gehlen, il risultato della seconda “cesura” o “svolta rivoluzionaria” che si sia realizzata nella storia della civiltà. Per l’Autore, infatti, due “svolte” hanno sinora caratterizzato l’evoluzione del genere umano: il passaggio, nella preistoria (durante il Neolitico), dal nomadismo alla vita sedentaria, ed il passaggio, nella modernità (durante l’Ottocento), dal lavoro manuale al lavoro meccanizzato; Gehlen descrive questa seconda svolta con il termine di “industrializzazione”, derivante dalla rivoluzione scientifica che aveva caratterizzato la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo e che tra il XVIII ed il XIX secolo ha dato luogo alla organizzazione capitalistica della produzione. Tali cambiamenti innescano un così radicale rivolgimento di tutte le componenti vitali, da richiedere necessariamente un periodo di transizione per il raggiungimento di una nuova condizione di stabilità. Ad esempio, a seguito del passaggio dal Paleolitico al Neolitico, I’uomo si trasformò da cacciatore in allevatore, le divinità persero il loro aspetto demoniaco e/o animalesco per assumerne uno antropomorfico, cambiarono le dinamiche e le gerarchie interne alle famiglie ed ai gruppi, si svilupparono popolazioni più numerose, divenne cronico ed inevitabile uno stretto legame con l’elemento atmosferico al punto tale da avviarne un primo tentativo di comprensione, e nacquero nuovi diritti e doveri(20) poiché la «popolazione sedentaria vive [...] in condizioni che costringono a sviluppare nel lavoro il senso del dovere e del servizio»(21). Ma, soprattutto, nella società agricola chi si prende cura della natura lo fa per poter usufruire, poi, dei suoi frutti: si assiste così alla nascita della proprietà privata.

Il carattere sacrosanto della proprietà privata è uno dei contrassegni delle società basate sull’agricoltura, perché l’ambito delle cose entro cui un uomo agisce e dispone direttamente, e che delimita la sfera della sua responsabilità anche morale per la prosperità di tutto quanto vive e vegeta in tale ambito, deve rimanere riservato alla sua persona(22).

domenica 12 ottobre 2014

Il ruolo della tecnica nell'antropologia gehleniana

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it; I di 3)

l . L’imprescindibilità dell’antropologia dalla tecnica

La questione della tecnica in Arnold Gehlen è comprensibile solo inserendola all’interno dell’intera concezione antropologica gehleniana: essendo l’uomo un “essere biologicamente carente”, egli è incapace di sopravvivere in un qualsiasi ambiente naturale ed è quindi costretto ad agire al fine di costruirsi il proprio “posto nel mondo”, avvalendosi della tecnica. L’uomo è perciò fisiologicamente inferiore agli animali in quanto non dispone di organi specializzati, la sua sopravvivenza dipende pertanto dalla sua capacità di compensare, tramite strumenti, le proprie carenze naturali. Da una simile impostazione deriva che solo l’uomo è quel vivente in grado di trascendere la propria condizione biologica, a partire da una marcata limitatezza della stessa, questo processo, però, non avviene grazie ad una scintilla divina presente in lui (come nell’antropologia scheleriana), bensì poiché egli rappresenta un “progetto particolare”(1) della natura, un essere “umanisticamente” in grado di progettare il proprio futuro svincolandosi da una specifica nicchia ecologica, pervenendo alla realizzazione di un mondo culturale: «La natura ha destinato all’uomo una posizione particolare o, detto in altri termini, ha avviato in lui una direzione evolutiva che non preesisteva, che non era ancora mai stata tentata, ha voluto creare un principio di organizzazione nuovo»(2). A partire da queste premesse Gehlen rinviene nella tecnica una triplice risoluzione delle carenze organiche umane, essa infatti sostituisce gli organi mancanti, potenzia quelli esistenti e agevola il lavoro dell'organismo,

cosicché accanto alle tecniche di “integrazione” che rimpiazzano le capacità non concesse ai nostri organi, compaiono le tecniche di “intensificazione”, che producono effetti superiori a quelli raggiungibili con le sole forze naturali […] Infine vi sono le tecniche di “agevolazione”, volte ad alleggerire la fatica dell’organismo e quindi in generale a permettere un risparmio di lavoro(3).

martedì 7 ottobre 2014

Herbert Marcuse: 'One-Dimensional Man' 50 Years Later. Lecture by Federico Sollazzo


Thursday 9th Oct. at 6pm, by the classroom n.3 of the Faculty of Arts of the University of Szeged, as part of the socalled "Őszi Kulturális Fesztivál", in the year of 50th anniversary of the publication of the book One-Dimensional Man by Herbert Marcuse, will take place the Lecture of Federico Sollazzo "Herbert Marcuse: One-Dimensional Man 50 years later". 
The book One-Dimensional Man turns 50. Of course in the book there are elements strictly close to the USA society of 60's, but what we have to seek for in those pages are the theoretical acquisitions (which make Marcuse interesting to read also, and especially, out from any kind of vogue, like that of ’68). 
Those acquisitions contribute to delineate, from one side, the way from which the current society comes, and from the other, a possible trend in development that the nowadays society could/ought take. 
The idea of a continuity in the evolution between the Totalitarian societies of XX cen. and the nowadays western democracies; the related new reconsideration of what is ideology; the main trait of this societal evolution as the rise of a new impersonal subject who leads power: no longer capital but technology, in front of which all of us (including those who have a high status in society, like a Prime Minister or the administrator of an international Corporation) are mere executioners.

(Lecture's language: English)

sabato 20 settembre 2014

A tutto festival

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Sul quotidiano «Prima Pagina» del 13/09/'14 viene pubblicato un estratto di una nota chiesta a Federico Sollazzo sul modo di fare cultura oggi (il riferimento è ai festival culturali, filosofici in primis).
Si pubblica di seguito la nota per intero.

Chiarisco subito che non sono contrario per principio ad eventi in cui si celebri e si proponga cultura (perché mai dovrei?). In questi eventi ci sono però almeno due livelli di problematicità che si devono sempre tenere presenti.

lunedì 1 settembre 2014

Nota di noia

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

“Mi annoio”. Espressione che sentiamo e diciamo sempre più spesso.
Il tema della noia, variamente declinato, attraversa gran parte della filosofia occidentale: da Lucrezio a Seneca e a Marco Aurelio, da Pascal a Kierkegaard, da Schopenauer a Bergson, da Sartre a Camus, a Heidegger, e della letteratura, da Leopardi a Flaubert, da Baudelaire a Moravia.
In poche battute, se la noia è un modo per nominare un vuoto può ben capitare che il mondo che ci circonda rappresenti tale vuoto. In tal caso, il “mi annoio” è un j’accuse contro l’inconsistenza del mondo. E tuttavia in tal caso, se il mondo esterno è vuoto si può sempre trovare solidità in quello interiore, e magari da lì iniziare a (ri)costruire quello esterno – a scanso di equivoci, non mi riferisco a nulla di animistico o di spirituale, ma “semplicemente” al piacere della coltivazione fine a se stessa del proprio talento. Eppure, il “mi annoio” continua a riecheggiare in giro, e sempre più forte. Ma allora, a ben vedere, esso non è un j’accuse contro il mondo ma un’ammissione (per quanto negata e/o inconsapevole) della propria vuotezza.

sabato 9 agosto 2014

Il filosofo armato. Ludovico Geymonat e l'analisi delle sconfitte della Resistenza

di Pietro Piro (sekiso@libero.it)

È un uomo chi, a un certo punto della propria vita, sa dire di no, e tale no è irremovibile.
Piero Martinetti

Correndo il rischio di scandalizzare bisogna dire così: la gioventù è impazzita nella violenza perché non ne poteva più della sua pace; perché la pace in cui viveva era chiaramente una pace marcia. C’è infatti pace e pace, come c’è violenza e violenza. Ci sono paci morte e paci vive, ci sono violenze stupide e ripugnanti e ci sono violenze meravigliose e creatrici. L’uomo non può vivere senza violenza e così pure la pace delle società. L’importante è scegliere bene l’oggetto per cui si entra in uno stato di collera. Quando l’uomo si sente vivo e non viene invitato ad abbandonarsi a violenze creatrici, ma solo a «stare calmo» e ad «essere saggio», è la vita stessa a fargli perdere la testa.
Abbé Pierre, Lettere all’Umanità. Maggio 1968

1. Un filosofo in armi: Ludovico Geymonat

Si fa molta fatica a immaginare il filosofo della scienza Ludovico Geymonat, appostato dietro un sasso di montagna, con un fucile in mano, mentre cerca di far rallentare una colonna di soldati tedeschi a caccia di partigiani. 
Eppure, il filosofo, matematico ed epistemologo italiano, i cui sette volumi della monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico non possono mancare nella biblioteca di ogni uomo di cultura, non solo è stato un partigiano ma è stato anche – a nostro avviso – uno dei più lucidi interpreti del fenomeno della Resistenza e delle cause della sua sconfitta.

lunedì 4 agosto 2014

Che fine ha fatto la vergogna?

di Patrizio Paolinelli (patrizio.paolinelli@gmail.com)

Gabriella Turnaturi, è una sociologa che da anni si occupa della vita quotidiana nella convinzione che l’indagine sulle relazioni interpersonali aiuti a svelare il funzionamento della società nel suo complesso senza ricorrere all’ausilio di grandi modelli teorici. Questa direzione di ricerca è confermata nell’ultimo suo lavoro: Vergogna. Metamorfosi di un’emozione, Feltrinelli, 186 pagg., 18,00 euro. Il volume è scritto con un linguaggio perfettamente comprensibile anche ai non addetti ai lavori, ma non per questo è meno stimolante per chi ha voglia di riflettere sulle trasformazioni del nostro mondo interiore. Nella sua analisi Turnaturi parte da domande assai semplici che probabilmente tutti ci siamo fatti: nella nostra società che fine ha fatto la vergogna? Come mai sembra che non ci si vergogni più di niente? Quali mutamenti del sentire comune hanno cancellato la differenza fra modelli negativi e positivi, facendo di un evasore fiscale un testimonial di successo e di un politico corrotto un leader carismatico?

domenica 20 luglio 2014

È il mondo che si introduce in noi

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Quello di Idolo Hoxhvogli, Introduzione al mondo (Scepsi & Mattana, 107 pp.) è un libro che riguarda tutti e ciascuno, essendo un libro sul periodo in cui ci è dato vivere, a proposito del quale l’autore (e chi scrive concorda) non ha dubbi: si tratta di un periodo di decadenza.
L’autore avvisa il lettore che tre delle sue prose sono strettamente legate a tre grandi della letteratura: Franz Kafka, La Legge in città, Paul Eluard, Rovesciando e Walter Benjamin, L’impianto del porco. Certamente quelle prose sono debitrici a quegli autori, anzi, direi che le tracce di tali autori si trovano sparse un po’ in tutto il libro, originando delle “riscritture” (come le chiama Hoxhvogli, rifacendosi a Novalis «Il vero lettore deve essere l’autore ampliato») di sicuro interesse. Tuttavia, gli autori e i testi che personalmente mi sono venuti incontro leggendo Introduzione al mondo sono il Theodor Adorno della Dialettica dell’illuminismo (scritta con Max Horkheimer) e di Minima Moralia e il Pier Paolo Pasolini di Petrolio. Hoxhvogli infatti ricorda la Dialettica dell’illuminismo per la valenza del frammento, non a caso il sottotitolo di quella è Frammenti filosofici. Gli indizi della natura di un’età appaiono infatti sotto forma di frammenti, e le prose che compongono il libro, dell’autore nato Tirana e cresciuto in Italia, sono, appunto, frammenti. Così come solo la sensibilità individuale può coglierli, altrettanto, solo la riflessione individuale può costruire a partire da essi un quadro più ampio. Il collegamento con Minima Moralia deriva invece dal contenuto dell’opera, il sottotitolo di quella recita Meditazioni sulla vita offesa. Proprio quel particolare tipo di offesa che in questo libro caratterizza la decadenza di questa età dell’uomo. La prosa di Hoxhvogli ha uno stile metaforico-allegorico, pur nascendo dall’osservazione della realtà (forse arricchita con qualche riferimento biografico) che vuole restituire. Ne deriva un tentativo di rendere la realtà in termini quasi mitici, senza con ciò allontanarsene ma al contrario penetrandola più in profondità. Questo richiama alla mente quell’insuperata (benché incompiuta) opera di proiezione del mito sulla realtà, la creazione di una sorta di epica contemporanea, che è il Petrolio di Pasolini. 

martedì 1 luglio 2014

J. H. Mackay, "Max Stirner"

di Giacomo Pezzano (giacomo.pezzano@binario5.com)

Non è forse esagerato dire che ci sono tanti “anarchismi” quanti anarchici: perché in fondo l’anarchia è il rifiuto di qualsiasi “etichetta” che venga impressa dal di fuori dunque dal di sopra, è il rifiuto dell’idea per cui sia possibile fare di tutta l’erba un fascio, di tante singolarità un qualche “-ismo”. Certo, è per esempio possibile parlare di un anarchismo a sfondo maggiormente “sociale”, particolarmente vivo in Italia, in cui la solidarietà e la condivisione sono valori altrettanto profondi della libertà, o di un anarchismo dal taglio più spiccatamente “individualista” e in senso “economico”, particolarmente accentuato negli Stati Uniti d’America, in cui il rifiuto dell’invadenza del potere politico fa tutt’uno con l’affermazione della libertà di iniziativa imprenditoriale. Simili esempi potrebbero facilmente essere moltiplicati, ma segnalano a loro volta la difficoltà – se non l’impossibilità – di incasellare l’anarchismo in una categoria univoca, sia rispetto agli individui anarchici che ai tipi di anarchia. Per questo gli anarchici – in tutte le loro forme – sono stati, sono e saranno i più invisi al potere – in tutte le sue forme.
Insomma, il centro propulsore dell’anarchia sta forse proprio nel rifiuto di qualsiasi “in nome di” superiore e predeterminato, come Stirner ha affermato con tanta forza e radicalità. Anzi, come ha vissuto con forza e radicalità.
Qui sta il grandissimo pregio delle pagine incalzanti e vigorose di Mackay e con ciò il merito della traduttrice e dell’editore italiani: mostrare che L’unico di Stirner non è soltanto un libro unico, in fondo anche perché l’unico libro davvero scritto da Stirner, ma la testimonianza di una vita. Di una vita unica, verrebbe da dire. L’unico è quasi una biografia, profetica nella misura in cui mette al centro quel nulla su cui Stirner fonda la propria causa e al quale resta così sempre esposto, sino al rischio di precipitarvi, come in effetti accadrà e come Mackay ricostruisce nel proprio testo, figlio di appassionate e costanti ricerche, che conservano ancora oggi intatta la loro importanza. La loro unicità.
Ho visto persone a cui L’unico ha sconvolto la vita, la cui esistenza è stata davvero trasformata, persino in modo “sproporzionato”: persone che sono arrivate a fare di un libro unico addirittura l’unico libro mai davvero letto, rendendolo così Libro Unico. Come, d’altro canto, Machay aveva persino vaticinato:

il libro immortale di Stirner eguaglierà soltanto quello della Bibbia in quanto a importanza. Così come questo libro “sacro” sta all’inizio del calendario cristiano e avrà i suoi effetti devastanti per due millenni quasi fino all’ultimo angolo della Terra abitata dagli uomini, questo egoista cosciente di sé e non sacro, sta all’ingresso della nuova era, all’insegna della quale viviamo, per esercitare un’influenza, altrettanto benefica, quanto è stata deleteria quella del “libro dei libri”.

giovedì 26 giugno 2014

Il totalitarismo (n)e(l)la democrazia

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Si pubblica di seguito l'audio, riportato su «Radio Radicale», della Conferenza Nuove configurazioni del controllo sociale. Dalla libertà negata alla libertà apparente, tenuta Federico Sollazzo presso l'Aula Magna del Consorzio Universitario di Velletri (RM) il 17/06/2013, nell'ambito della rassegna filosofica nazionale "Le Ragioni della Politica" organizzata dall'«Osservatorio filosofico» con il supporto di «MicroMega» e «Critica liberale»




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giovedì 12 giugno 2014

Liberale, chi?

di Giacomo Pezzano (giacomo.pezzano@binario5.com)

Se volessi rispondere alla domanda “cosa significa essere liberali?” o – peggio ancora – “che cos’è il liber(al)ismo?” finirei con questo punto. Che invece diventa solo un punto di partenza.
Perché sono domande molto poco interessanti in fondo, mirano a catalogare e circoscrivere in linee generali suscitando da una parte l’acritica accettazione di chi già la pensava così o l’altrettanto acritico rifiuto di chi parafrasa – inconsapevolmente o meno – Aristotele dicendo che “ci sono tanti liberali(smi)”, che insomma liberale si dice in tanti modi. Ma su questo ci sono biblioteche, libri, saggi, eventi, incontri, discussioni, ecc.; vorrei invece per una volta (parlo per me) lasciare da parte erudizione, ricerche preliminari, accortezze e sfumature da ricercatore e studioso e il consueto annesso “bla bla”. Questo farà certo perdere qualcosa in ricchezza e finezza argomentativa, ma farà altrettanto guadagnare in chiarezza e franchezza.

sabato 7 giugno 2014

Quando una crisi non è un'opportunità: la coincidenza con ciò che si vorrebbe superare

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

(Il seguente Articolo ha costituito la base dell'intervento, recante il medesimo titolo, tenuto da Federico Sollazzo al Convegno dell'Associazione Nazionale Pratiche Filosofiche, Praticare la filosofia in tempo di crisi: pericoli e opportunità; esso costituisce inoltre il contributo inviato all'associazione LiberaParola – Centro di Psicoanalisi Applicata per il Ciclo di incontri, Il tempo del conflitto)

… non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca
M. Heidegger

Ritenere – come da più parti avviene, spesso anche a prezzo di inflazionamenti banalizzanti del discorso – che oggi si viva in un sistema di manipolatoria eterodirezione della vita, di predeterminata produzione della stessa, significa ritenere che vi sia l’esercizio di una pressione sull’individuo che gli impedisce di poter essere autodeterminato, libero, autentico. Ma ciò significa ritenere anche – ed è questo che vorrei qui problematizzare – che tale individualità sia ancora, almeno potenzialmente, eccedente rispetto alla situazione data, poiché proprio nello scarto dal già dato si colloca la sua autonomia; è ancora possibile affermare questo scenario? O siamo oggi in una nuova fase di eterodeterminazione dell’individualità in cui non si dà più lo scarto tra questa e il sistema che la contiene? In tali termini non è più necessaria alcuna operazione di colonizzazione dell'individualità, di produzione della soggettività, poiché questa già aderisce completamente al sistema in cui è posta.

martedì 27 maggio 2014

Filosofia e crisi

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Si pubblica di seguito l'Abstract della Relazione Quando un crisi non è un'opportunità: la coincidenza con ciò che si vorrebbe superare, tenuta da Federico Sollazzo al Convegno Praticare la filosofia in tempo di crisi: pericoli e opportunità, svoltosi presso Associazione Nazionale Pratiche Filosofiche di Certaldo (FI), nel 2014.

mercoledì 21 maggio 2014

martedì 6 maggio 2014

Democrazia e democrazie (Appunti sulla democrazia)

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Benché possa sembrare superfluo ripeterlo, dall’osservazione della realtà che ci circonda risulta invece come non sia affatto pleonastico (e questo già ci dice qualcosa su questa realtà): la democrazia è un valore, le democrazie dovrebbero rappresentare la realizzazione, mai definitiva, dello stesso. Cerchiamo allora di chiarire qualcosa su quel valore in sé e sulle sue realizzazioni.

martedì 29 aprile 2014

Il caso Heidegger ossia la responsabilità del pensare

di Pietro Paolo Piredda (pietropaolo.piredda@istruzione.it)

Antefatto: il 13/03/2014 vengono pubblicati i cosiddetti "Quaderni neri", (Schwarzen Hefte) di Heidegger dalla casa editrice Klosterman, che ne cura l’opera. Il colore è determinato dalla caratteristica copertina nera dei quaderni cerati allora in uso. Nonostante tutto abbia il sapore di una manovra editoriale, il dibattito , per la verità mai sopito, dell’aderenza al nazionalsocialismo da parte di Heidegger, il "mago di Messkirch", si accende si maniera ulteriore con pretesa di definitività. Tante le reazioni. Un esempio per tutti: Donatella Di Cesare, ordinario di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma e vice presidente della "Heidegger Gesellshaft", avendo letto in anteprima degli estratti della pubblicazione, è tentata di rassegnare le dimissioni dicendosi "sconvolta". Sotto accusa nei quaderni il cosiddetto "Ebraismo mondiale" (Weltjudentum). Günter Figal afferma "Disgustose e terribili quelle frasi del mio Heidegger" ("La Stampa", 18/03/2014).
Ma, per quando riguarda la riflessione filosofica si è davanti , davvero, a qualcosa di nuovo e sconvolgente?
E’ decretata una volta per tutte la morte della riflessione del mondo occidentale, perché di questo si tratta, con lo scandalo dell’opera heideggeriana, la quale risulta essere il punto di riferimento della filosofia del XX secolo, per la maggior parte degli sviluppi del pensiero che da esso si sono determinati e non solo nello specifico dell’ambito filosofico. A dire la verità, si conosceva già questa tendenza compromissoria di Heidegger, se non altro, per i contrastanti rapporti con il filosofo Jasper, la cui moglie era ebrea. Ma punto fermo di questa riflessione, che mette con le spalle al muro l’intero impianto filosofico di Heidegger, è la nota adesione al partito di Hitler nel 1933 e la famosa prolusione nel giorno dell’insediamento al rettorato: L’autoaffermazione dell’Università tedesca. Heidegger lascerà poi il rettorato nel 1934. Faye sembra decretare la definitiva condanna del pensiero Heideggeriano con il testo: Heidegger, l'introduction du nazisme dans la philosophie. Autour des séminaires inédits de 1933-1945 (Parigi, Albin Michel, 2005), in cui analizza il linguaggio comparandolo anche al Mein Kampf di Hitler. Precedente a questo il testo di Farias: Heidegger et le nazisme (Lagrasse, Verdier, 1987).

lunedì 14 aprile 2014

Il vero collante del nuovo fascismo: la disoccupazione

di Pietro Piro (sekiso@libero.it)

Un importante articolo del presidente dell’ANPI, il Prof. Carlo Smuraglia, apparso sull’Unità sabato 29 marzo 2014 a p.8, intitolato: «Antieuropeismo, collante di nuovi fascismi», riporta quest’affermazione del giuslavorista: «Vediamo processi di possibile saldatura tra formazioni di derivazione dichiaratamente neonazista, neofascista e altre forze e movimenti con connotazioni più o meno razziste e xenofobe, basate sull’odio del diverso. Questa possibile saldatura attraverso un collante potenzialmente unificante che è l’antieuropeismo può essere detonante e deve imporre una risposta articolata, anche di tipo normativo». 
In parte, la diagnosi è corretta. L’antieuropeismo è certamente un fattore di aggregazione ideale e un riferimento “culturale”. Tuttavia, a nostro avviso, si tratta di un’idea molto generica e anche un po’ troppo complessa perché faccia da collante per un movimento che ha come base emozionale rabbia, frustrazione, assenza di prospettive, nichilismo diffuso, che con sfumature molto diverse  e necessariamente significative  denominiamo “nuovo fascismo”. 

giovedì 3 aprile 2014

Il potere a partire da Machiavelli

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Si pubblica di seguito l'Abstract della Relazione A Possible Role in the Contemporary Society for the Machiavellian Main Concepts, tenuta da Federico Sollazzo al Convegno internazionale The Exercise of Power 500 Years After The Prince Was Written, svoltosi presso l'Università Lumina di Bucarest, nel 2014.

sabato 29 marzo 2014

L’era della mediocrità

di Patrizio Paolinelli (patrizio.paolinelli@gmail.com)

La cultura sta morendo? Questa preoccupante domanda capita di sentirla formulare in orazioni più o meno esplicite durante convegni, dibattiti, trasmissioni radiofoniche, interviste e così via. Ovviamente la cultura non sta morendo, basti pensare solo al fatto che tutti noi continuiamo a utilizzare la nostra lingua. E se la cultura fosse morta non ci sarebbero più parlanti. Tuttavia, se la domanda si pone ormai da diversi anni e non trova una risposta, vuol dire che qualcosa di importante è accaduto e questo qualcosa ha un effetto catastrofico tanto da ricorrere all’immagine della morte.
Prima di individuare le cause della catastrofe e capire cosa ha lasciato al suo passaggio è necessario indicare anche solo sommariamente le basi materiali su cui si è edificato l’immaginario culturale del nostro recente passato. Quello ricordato con una punta di nostalgia da anziani, da uomini e donne di mezza età e che va dagli anni ’50 agli anni ’70 del secolo scorso. Un battito di ciglia dal punto di vista della storia, un abisso per un giovane di oggi.

venerdì 28 febbraio 2014

Questione di antropologia (Appunti sulla democrazia)

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Ragionando sulla democrazia, quasi sempre il ragionamento inizia e finisce considerando solo il livello collettivo, “macroscopico”, della questione, l’ambito politico-sociale. Quasi mai si considera invece il livello individuale, “microscopico”, che è invece quello dove un certo ordine politico-sociale prende corpo, influenzando poi a sua volta il livello microscopico stesso. Non è infatti un caso l’attenzione (rimossa dalla vulgata marxista) che i francofortesi Adorno, Horkheimer e Marcuse riservano al concetto di individuo, né la felice espressione foucaultiana di “microfisica del potere” (insomma, mi si passi la citazione, per dirla con Totò, “è la somma che fa il totale”).
Se una simile impostazione può essere utile per contenere in un’immagine unitaria la complessità dei fenomeni, per avere uno sfondo su cui lavorare, risulta però essere limitata per la comprensione approfondita degli stessi fenomeni che osserva. Ecco perché se si applica questo tipo di sguardo alla questione della democrazia si finirà col farla coincidere con un sistema di comportamenti e regole, con un meccanismo, con un involucro, perdendone di vista il contenuto. E poiché il contenuto sono gli individui, mi sembra che sia opportuno partire dalla considerazione di una questione, latu sensu, di antropologia.   

giovedì 6 febbraio 2014

Il totalitarismo post-totalitario

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Intervento di Federico Sollazzo, video a cura di Antonio Cecere e Mauro Cascio

sabato 25 gennaio 2014

martedì 21 gennaio 2014

Federico Sollazzo: dall’Italia all’Ungheria, ci incita a “tornare a ragionare”

di Ausilia Gulino (redazione@nuovepagine.it)

La messa in crisi dei vecchi paradigmi non solo filosofici che riguardano l’idea di uomo suscita molta curiosità nella società odierna dove si cerca sempre di trovare risposte finalizzate a sicurezze e autostima. Abbiamo voluto parlarne con Federico Sollazzo che con il suo ultimo libro Totalitarismo, democrazia, etica pubblica. Scritti di Filosofia morale, Filosofia politica, Etica, ha voluto fornire punti di partenza, come nuove opportunità, in un’epoca dove vige il pessimismo.

A cosa è dovuto, secondo lei, il fatto che l’uomo non riesce a trovare se stesso?
Credo che certi argomenti non possano essere affrontati in maniera troppo generale. Per circoscrivere un po’ il campo vorrei citare una frase di Max Scheler: «In quasi diecimila anni di storia, noi siamo la prima epoca in cui l’uomo è diventato completamente e interamente “problematico” per se stesso; in cui egli non sa più cosa è, ma allo stesso tempo sa anche che non lo sa». Ecco, in quest’ultima frase «sa anche che non lo sa» credo sia riassunta la problematica a cui si fa riferimento nella domanda; per dirla con un altro importante antropologo filosofico, Arnold Gehlen: «la perdita degli immobili culturali». A ben vedere, come ha evidenziato Paul Ricœur con la formula “maestri del sospetto”, riferendosi a Karl Marx, Friedrich Nietzsche e Sigmund Freud, la messa in crisi di quelle che erano delle certezze consolidate è la cifra che caratterizza tutta la moderna cultura occidentale (oltre che, direi, qualsiasi tipo d’innovazione), anche se in epoca contemporanea questo processo è amplificato dalla velocità e dalla quantità dei cambiamenti che la tecnologia (pro/im)pone.
Di per sé, la messa in crisi dei vecchi paradigmi, quindi anche della precedente idea di uomo, non è un problema, anzi, come ormai si sente spesso ripetere (talvolta però strumentalmente da politici e economisti, ma questo è un altro discorso), ogni crisi contiene un’opportunità. Tuttavia nell’attuale crisi cultuale e valoriale c’è un problema peculiare. E attenzione, non è quello, come a volte si sente dire, che alla crisi dei vecchi paradigmi non segua la formazione di nuovi, ma, diversamente, proprio il fatto che i nuovi paradigmi ci sono e che la loro natura non sembra affatto incoraggiante. In sintesi, abbiamo costruito un’idea di uomo basata sui principi della razionalità economica e, ancor di più, della razionalità tecnologica, e gli stessi movimenti di critica appaiono spesso come semplici articolazioni ed evoluzioni di questa razionalità; mi viene in mente una delle ultime considerazioni di Pasolini che diceva che si cercano le alternative, ma non l’alterità. Il risultato di questo processo è la creazione di un nuovo tipo di vivente, talmente mutato dal precedente che bisognerebbe forse trovare un altro nome al posto di quello di uomo. Anche di questo mi occupo nella prima parte del libro (e nei miei correnti studi).

lunedì 20 gennaio 2014

Il falso censore e il reprobo collaborazionista. Note sul margine della legge e della morale letteraria

di Maurizio Montanari (mauriziomontanari@libero.it)

Nel gergo comune il termine "perverso" ha assunto nel corso del tempo una connotazione totalmente negativa, usato non senza un fondamento nella maggior parte dei casi per descrivere soggetti dediti a pratiche sessuali particolari, devianti, fuori norma o percepite come bizzarre e pericolose. Dire "è un perverso" segna una mescolanza dei termini clinici col linguaggio comune che li utilizza con valenze che in molti casi si discostano molto dalla radice originaria. Perverso e perversione sono un esempio attuale di questa traduzione dal linguaggio clinico al gergo contemporaneo.
Con Lacan assistiamo ad una definizione del perverso che oltrepassa, se cosi possiamo dire, le manifestazioni esteriori e sopra descritte. Si va a sondare la struttura e la volontà del soggetto rispetto alla volontà dell’Altro. Il perverso si definisce per una sua capacità di collocarsi nella storia come individuo a margine, a lato. Capace di chiamarsi fuori come soggetto per delegare in toto il suo agire, e le responsabilità di questo, ad un ordine prestabilito del quale si sente un mero esecutore. Un tramite privo di volontàAllora l'uomo si alza, bussa alla porta accanto e, come agente sotto copertura contro i crimini sessuali, arresta Larry Craig. Il punto è che Craig, 62 anni e padre di tre figli, esponente di spicco della destra religiosa, è senatore repubblicano dell'Idaho, e da anni conduce una crociata anti-gay: da sempre si oppone al matrimonio gay e a includere la violenza omofoba tra gli hate crimes (o di tipo razziale o sessuale). 
L’ideale dell’Io è la pratica del buon dire, della buona legge. E' pronunciare le cose giuste, sensate, razionali, per un andatura equa e controllata. E’ il "politicamente corretto". Ma l'ideale dell'io, ha un osceno contrappeso. Il suo contrario, fatto nell’ombra. Anzi, la legge rigida e gridata vela una produzione oscena che sostiene la legge stessa.

giovedì 16 gennaio 2014

Se una para-democrazia si fa dogma (Appunti sulla democrazia)

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Come ho avuto modo di scrivere in un articolo, Appunti sulla democrazia, che ha dato il via ad una serie di articoli, di autori diversi, recanti quella dicitura (destinati a confluire in un e-book), anche la democrazia è oggi sottomessa a logiche economiche di tipo crematistico. Tuttavia, a segnare la corrente crisi dell’idea e della pratica di democrazia, concorre in maniera ancora più determinate un altro fenomeno, che qui chiamerò: “rumore”.