giovedì 17 febbraio 2011

Appunti sulle opere romane di Pasolini

di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

I due romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), insieme ai film Accattone (1961) e Mamma Roma (1962), rappresentano la descrizione, e con essa l’analisi, che Pasolini fa del mondo delle borgate romane.
Per comprendere queste opere è necessario inserirle all’interno del complessivo pensiero pasoliniano, si rischiano altrimenti dei fraintendimenti, come ad esempio, quello di ritenere il mondo del sottoproletariato un che di negativo, il mondo borghese un che di positivo ed il percorso dall’un mondo all’altro, come un percorso migliorativo, di salvezza, anziché intendere, con Pasolini, come il mondo del sottoproletariato sia una dimensione, pur con tutti i suoi difetti, nella quale l’uomo può essere ancora “puro”, “ingenuo”, mentre il mondo borghese offre un miglioramento delle condizioni materiali di vita, pagato con la perdita di tale purezza e ingenuità, trasformate in (dis)valori consumisti, perbenisti, utilitaristi. Anche il cosiddetto “ciclo del denaro” va interpretato in quest’ottica: i personaggi perdono il denaro, alla cui ricerca sono indotti dalla società borghese, per inserirsi in essa (e non certo dalla società sottoproletaria nella quale sono già inseriti) proprio perché puri e ingenui e quindi privi di quella malizia mercantile piccolo-borghese che servirebbe per difendere il denaro.

(«Comitato Quintiliano Pasolini», 18/02/2011, e «Pagine corsare», 13/10/2012)

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martedì 1 febbraio 2011

La funzione pubblica dell'etica

di Miriam Iacomini (m_iacomini@libero.it)

Federico Sollazzo, Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell'etica, Nuova edizione (coll. Pratica filosofica), Kkien Publishing International, Gorgonzola (MI) 2015.
Ebook scaricabile QUI
 

Il testo di Sollazzo Tra totalitarismo e democrazia. La funzione pubblica dell'etica ha il pregio di essere costruito in modo molto preciso e rigoroso: si parte dall'analisi filosofica delle due forme di governo che si sono 'fronteggiate' nel secolo scorso; si passa attraverso la restituzione critica del movimento della cosidetta Rehabilitierung der pratikschen Philosophie; e si conclude con un approccio alla questione relativa al rinnovamento etico-politico caratterizzato dallo sguardo dell'antropologia filosofica. Perchè, si legge, "non ha molto senso decostruire la comunità, se non si decostruisce l'individuo". Chiude quindi il lavoro una ricognizione sulle più recenti posizioni in merito alla natura umana. In particolare vengono ricostruirte in modo comparativo quelle posizioni che riflettono a partire dalla consapevolezza che l'uomo è la 'sintesi' di una dimensione biologica ed emozionale. Ovvero dalla considerazione che l'uomo, strutturalmente psico-fisico, è quell'allotropo empirico trascendentale che si inserisce all'interno della natura pur trascendendola. Il lavoro di Sollazzo, quindi, va ben oltre la tradizionale riflessione sul totalitarismo e sulla democrazia. Anzi direi che l'autore utilizza questi temi per procedere verso la ricerca di una nuova riorganizzazione politica a partire dall'idea che possa esistere un'etica minima. Un'etica che, costruita su degli elementi universalizzabili tratti da una rigorosa riflessione antropologica, possa tener conto di quel pluralismo culturale che connota oggi i contesti nazionali.
In questo lungo e inteso percorso molti sono gli autori che si incontrano, come molti sono i concetti e le parole chiave che si richiamamo e si implicano, che si fronteggiano e si contrappongono. Volendo riflettere a partire proprio da queste nozioni, mi è sembrato opportuno metterle in relazione prima per analogia e poi per contrasto. Mi è sembrato cioè opportuno riconsiderare il bagaglio di riferimenti che Sollazzo ci offre per costruire due costellazioni semantiche alternative, all'interno delle quali i concetti si rinviano reciprocamente. Da un lato, quindi, i termini che troviamo nella prima parte del libro laddove viene affrontata la quesitone del totalitarismo; dall'altro, i termini che si incontrano nel terzo capitolo laddove viene affrontata la questione di una 'nuova etica possibile'.
E' evidente che una tale operazione tradisce in parte la ricchezza di contenuti che il testo ci offre. Sarebbe infatti possibile costruire altre costellazioni semantiche facendo giocare nozioni, riferimenti e concetti presenti nel testo in modo diverso. Ma ho volutamente limitato la mia lettura alla questione del totalitarismo e del rinnovamento etico possibile, perchè è proprio a partire dalla tragicità del totalitarismo che emerge prepotentemente l'esigenza di forme alternative di pensiero, che sappiano costruire forme alternative di governo, anche democratico. Infatti, come sottolinea l'autore ricordando Bobbio, la democrazia non esite se non come ideale, mentre esistono le democrazie in quanto percorsi di attuazione della democrazia deliberatamente e responsabilmente scelti da ogni popolo e da ogni generazione. "[...] l'unico modo d'intendersi quando si parla di democrazia, in quanto contrapposta a tutte le forme di governo autocratico, è di considerarla caratterizzata da un insieme di regole – primarie o fondamentali – che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure".
Ora, nella prima famiglia di concetti che ho scelto di ricostruire, quella legata all'analisi del totalitarismo, risalta in modo evidente la centralità della nozione di crisi. Quando si vengono a creare le condizioni che determinano l'instaurazione di un potere totalitario? Quando, come sembra suggerirci la Arendt, si assite ad una vera e propria crisi della società civile a causa della crescente incapacità dell'uomo di sapersi ritagliare uno spazio pubblico all'interno del quale poter partecipare attivamente; oppure quando, seguendo alcune suggestioni della riflessione di Marcuse, si assiste alla crisi dell'uomo: alla riduzione dell'umano ad una sola dimensione, "consistente", come spiega molto lucidamente Sollazzo, "nell'incapacità di vedere oltre l'esistente prospettandone delle alternative". E ancora, si instaura un potere totalitario quando si assiste ad una crisi della ragione, definibile adornianamente come una vera e propria degenerazione della razionalità e corrispondente all'assolutizzazione dell’orizzonte finito del logos ormai ridotto a mito. Infine, è proprio in seguito alla crisi del dello Stato-nazione determinata dalla perdita della propria sovranità, che si si assiste, andando oltre la questione del totalitarismo e seguendo la lettura de Negri e Hardt, alla nascita dell'Impero e alla progressiva affermazione di una società globalizzata.
In contrapposizione a questo insieme di problematiche, letture e concetti si possono raggruppare quelle nozioni che fanno riferimento al tentativo di costruire una nuova etica possibile. In questo caso però è molto difficile trovare una parola-chiave intorno alla quale ricostruire un perscorso argomentativo. Tale difficoltà dipende dal fatto che i vari autori coinvolti, e mi riferiesco in modo particolare alla riflessione francese della seconda metà del secolo scorso, utilizzano tutta una serie di nozioni che rinviandosi reciprocamente formano una vera e propria rete semantica all'interno della quale ogni elemento è paritario rispetto all'altro. Penso, per esempio, all'uso dei concetti volto,
autrui, prossimità, ascolto in Levinas, parole che ci restituiscono l'orizzonte di un'etica del dono solo se fatte interagire in funzione della costruzione di una relazione di alterità il cui imprescindibile presupposto pratico sia la giustizia. Ma si può anche far riferimento alle categorie di Derrida che, a partire dall'insegnamento del maestro Levinas, elabora un'etica come ospitalità. Una posizione che sembra assumere come punto di partenza della riflessione tematiche forti e quanto mai attuali legate alla questione della multietnicità, dello straniero, dell'incontro nel rispetto della differance, della necessaria riorganizzazione etico-politica che impone la società globalizzata. Ultimo importante richiamo, che Sollazzo ci suggerisce di leggere mettendo in rapporto reticolare le categorie utilizzate, è quello a Ricoeur. Indirizzando la proprira ricerca verso la costruzione di quella che potremmo definire un'etica della reciprocità, Ricoeur costruisce un insieme di riferimenti teorici che tendono a smantellare alcuni fondamenti della filosofia di stampo metafisico-ontologico. Egli, infatti, pone al centro del rinnovamento giuridico e politico non il cogito ma il sè, che si costituisce in una relazione di alterità a partire dalla "scoperta di forme di alterità interne allo stesso sè"; non la morale ma l'etica intesa come aspirazione "a vivere bene con e per gli altri all'interno di istituzioni giuste"; non, infine, la formalità della regola ma la reciprocità dell'amicizia, e cioè la possibilità di relazionarsi anche giuridicametne all'altro in quanto 'tu', 'volto' concreto che si incontra solo spezzando 'la chiusura del medesimo'.
Vorrei concludere questa breve riflessione sottolineando come nel lavoro di Sollazzo risalti con molta evidenza proprio il carattere radicalmetne alternativo delle nuove proposte etiche. Proposte che, come ho cercato sottolineare, prevedono l'irruzione di nuovi concetti e tentano un'organizzazione delle categorie ereditate dalla tradizione del tutto inedita. D'altra parte, non potrebbe che essere così, perchè, come l'autore ci ricorda, l'esprienza disumanizzante del totalitarismo impone la riconquista di una nuova dimensione di pensiero obbligandoci "a trascendere le limitazioni individuali, l'isolamento, la solitudine in direzione del riconoscimento della presenza degli altri".

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