martedì 24 marzo 2009

Confronti e proposte


di Federico Sollazzo (p.sollazzo@inwind.it)

Il tema del lavoro è uno dei temi fondamentali della vita dell'uomo e, ovviamente, lo è, con tutte le sue peculiarità, ancora oggi. Per vivere con consapevolezza questo aspetto così determinante delle nostre esistenze, può essere utile tenere presenti le coordinate concettuali che due importanti pensatori ci hanno fornito: Karl Marx ed Herbert Marcuse.
Per comparare le loro prospettive si deve necessariamente partire dalla considerazione del diverso contesto storico nel quale vissero. Marx visse nel XIX secolo, assistendo quindi alla prima rivoluzione industriale, ovvero a quel processo d'industrializzazione che modificò radicalmente le caratteristiche significative dell'organizzazione sociale. La rivoluzione industriale non soltanto mutò l'organizzazione del lavoro basata in passato su una massa di processi lavorativi isolati ed eterogenei, sull'attività saltuaria di famiglie contadine che lavoravano per conto di un mercante capitalista, e sulle prestazioni di una schiera dispersa di artigiani che producevano determinati articoli su commissione dei propri clienti. Essa cambiò anche (con il divorzio fra proprietà dei mezzi di produzione e produttore diretto, con l'accentramento della manodopera salariata in un unico luogo di lavoro, e con l'impiego sistematico e intensivo di macchine utensili azionate da forza motrice rivolto alla produzione di beni per il mercato) il carattere complessivo dell'economia e del sistema sociale, i rapporti fra città e campagna, le condizioni demografiche e ambientali, la psicologia collettiva. In tale conteso Marx evidenziò la stratificazione della società in classi, lo sfruttamento lavorativo ed esistenziale (dato che, per Marx, il lavoro è una categoria ontologica: l'uomo investe in esso le sue facoltà psico-fisiche per realizzare un qualcosa che, derivando direttamente da quelle capacità psico-fisiche, è parte della propria esistenza) della classe più debole (il proletariato), che rappresenta il soggetto rivoluzionario, inevitabilmente determinato dalle circostanze storico-sociali all'interpretazione delle quali Marx applica la sua personale concezione dell'evoluzione del genere umano. Infatti, usando la sua visione della storia dell'uomo come una continua evoluzione della lotta di classe, per studiare le leggi di movimento della società capitalistica, Marx concepì la rivoluzione (intesa come un'azione mirante a introdurre nell'organizzazione sociale profonde trasformazioni nella distribuzione della ricchezza, del potere e del prestigio sociale) come il risultato ineluttabile della contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i vecchi rapporti di produzione; la rivoluzione proletaria avrebbe realizzato l'abbattimento di ogni forma di sfruttamento e l'affermazione di un ordine sociale "umano". In questa concezione la rivoluzione è una sorta di semplice accelerazione del processo, destinato comunque a compiersi, di adattamento dello stato politico allo stato sociale.
Marcuse è invece vissuto nel XX secolo, quello dell'automazione, intesa come l'evoluzione della meccanizzazione: nel processo produttivo meccanico è necessaria la presenza dell'operatore umano, in quello automatico la presenza dell'uomo è limitata ad una supervisione del sistema; egli risulta quindi inserito nel sistema produttivo quale semplice anello di congiunzione tra lo strumento di misura e l'organo di regolazione della macchina (l'uomo è chiamato, per così dire, a colmare i vuoti formatisi tra le varie "isole" automatizzate). I primi successi ottenuti portano a pensare che l'uomo possa sottrarsi al processo produttivo, dedicandosi solo alla programmazione dello stesso, ma un esame più attento evidenzia un sottile asservimento dell'uomo alla macchina e al suo ritmo, alle sue logiche; l'uomo si trova così ad essere accoppiato agli strumenti tecnologici ed al tipo di razionalità strumentale che da essi deriva. Marcuse non interpreta la storia marxianamente come un susseguirsi inevitabile di classi sociali al potere, nel quale il soggetto rivoluzionario è già costituito dalla situazione storica (esso è sempre la classe sfruttata), bensì per Marcuse la storia è un prodotto umano che non è sottomesso ad alcuna legge prestabilita. Esaminando la civiltà dell'automazione da questa prospettiva Marcuse scorge nuovi problemi (produzione e consumo di massa di beni concreti e di valori immateriali; introiezione dei mezzi di controllo con conseguente illibertà dell'individuo; incapacità di pensare le alternative), nuove possibili soluzioni (riscoperta dell'Alta Cultura e dell'Arte come immaginario del possibile, come dimensioni intrinsecamente connesse e opposte alla razionalità vigente, come elementi nascenti all'interno dell'esperienza quotidiana sovvertendola, estraniandola dall'interno), ed un nuovo soggetto che possa incarnare le alternative (tutti coloro che, per qualsiasi motivo, ancora non risultano assoggettati al sistema).

L'attuale modo di essere del potere, infatti, è quello di un sistema economico-politico e produttivo talmente dilatato che non è più possibile trovare in esso un'autorità alta con la quale relazionarsi. Ma nella sua espansione, questa sovranità senza sovrano, trova dei limiti nelle "differenze", in tutti coloro che differiscono dal sistema costituendone quindi il limite. Dunque se per Marx era di fondamentale importanza fare acquisire al proletariato una coscienza di classe, per Marcuse è essenziale fare acquisire a chiunque una coscienza di sé e delle proprie condizioni d'esistenza, così da fornire a tutti dei nuovi strumenti di critica e contemporaneamente organizzare l'azione di chi già si oppone al sistema, dato che per Marcuse non preesistono i soggetti storici rivoluzionari, bensì essi devono essere costituiti. A tale proposito è interessante notare una significativa differenza tra la concezione marxiana e quella marcusiana di "classe": per Marx una classe sociale è costituita dall'insieme delle persone accomunate dalle stesse condizioni materiali di vita, dalle quali derivano comuni necessità e comuni rivendicazioni; per Marcuse, invece, una classe è un insieme di persone unite (indipendentemente dalle condizioni materiali di vita) da una medesima forma mentis, ovvero, da un atteggiamento critico nei confronti dello status quo e costantemente rivolto all'immaginazione delle realistiche alternative, e tale atteggiamento critico nei confronti dell'esistente e di apertura al possibile "non ancora", può (e per Marcuse deve) essere praticato da chiunque. A tal proposito Marcuse parla di outsiders, ovvero di tutti coloro che, indipendentemente dalle loro condizioni materiali d'esistenza, risultano essere mentalmente non integrati nel sistema, non assorbiti da esso, dalle sue logiche efficientiste, produttive e consumistiche, dalla sua razionalità calcolante e strumentale, dalla sua industria del divertimento (che intrattenendo plasma le menti), dai suoi falsi valori e dai suoi bisogni inautentici (percepiti però ormai come irrinunciabili). Ma attenzione: il vero outsider non è colui che rifiutando i principi del sistema, si tiene al di fuori dello stesso; costui sarebbe solamente un emarginato sociale. Il vero outsider è colui che sfruttando le logiche del sistema riesce ad insinuarsi dentro di esso, andando ad occupare posizioni
di prestigio e di rilievo, una volta raggiunte le quali può, sfruttando il potere che ne deriva, emanare, irradiare valori alternativi a quelli vigenti. Questa è, per chi ne è all'altezza, la sfida della contemporaneità: "scendere dalla torre d'avorio e sporcarsi le mani" per inserirsi all'interno del sistema, senza però farsi corrompere dalle sue seduzioni a buon mercato e a portata di mano, mantenendo quindi sempre un intimo atteggiamento critico nei suoi confronti, per poi, una volta collocati stabilmente dentro di esso, contribuire a mutarlo dall'interno (unica possibilità di autentico cambiamento).
Nonostante queste differenze, il tratto che accomuna i due pensatori è la concezione della forza lavoro non come una mera forza produttiva, bensì come una vera e propria
vis creativa che il capitalismo vorrebbe assorbire nel capitale ma che invece risulta irriducibile e indipendente dal capitale stesso. Il capitale tende all'accumulazione del prodotto-oggetto di lavoro, cioè del lavoro morto, mentre il lavoro è essenzialmente vita, vivacità suprema, potenza che eccede la realtà data. Dunque il capitale è un prodotto del lavoro vivo ma non coincide con esso, ed il pluslavoro impedisce la liberazione della nostra anima estetica. Infine non bisogna mai dimenticare che il lavoro è un'attività dell'individuo sociale, sempre inserito in una moltitudine dalla quale nessuno mai può estraniarsi; il contributo che un pensiero critico può fornire in tal senso, può essere proprio quello di evidenziare i condizionamenti culturali della moltitudine nella quale siamo inseriti.
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1 commento:

  1. MIA FERRAIOLI1 aprile 2013 20:29

    Mi piace tantissimo è quello che vorrei dire a un movimento politico che non vuole far niente per cambiare le cose, non vuole scendere dalla torre d'avorio, finirà per essere emarginato " Il vero outsider è colui che sfruttando le logiche del sistema riesce ad insinuarsi dentro di esso, andando ad occupare posizioni di prestigio e di rilievo, una volta raggiunte le quali può, sfruttando il potere che ne deriva, emanare, irradiare valori alternativi a quelli vigenti. Questa è, per chi ne è all'altezza, la sfida della contemporaneità: scendere dalla torre d'avorio e sporcarsi le mani per inserirsi all'interno del sistema, senza però farsi corrompere dalle sue seduzioni a buon mercato e a portata di mano, mantenendo quindi sempre un intimo atteggiamento critico nei suoi confronti, per poi, una volta collocati stabilmente dentro di esso, contribuire a mutarlo dall'interno (unica possibilità di autentico cambiamento)."

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